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Elvis, la recensione su Almanacco Cinema

Elvis, la recensione

Elvis è il film biografico che racconta la storia dell’ascesa al successo di una delle più grandi rockstar di tutti i tempi: Elvis Presley.

Ad inizio aprile è arrivato anche su Netflix il biopic dedicato al Re della rock’n roll music, Elvis Presley. Un film lungo 2 ore e 20, diretto da un esperto di film musicali come Baz Luhrmann (Ballroom, Moulin Rouge)

Elvis, la trama

La storia vera dietro la leggenda di Elvis Presley si può riassumere così. Elvis cresce in una famiglia complicata – madre alcolista e padre incarcerato – in un quartiere per soli neri a Memphis, Tennessee.

Dalla comunità afroamericana impara a cantare e a ballare e scopre di avere talento per la musica. Quando incontra l’impresario Tom Parker, la sua vita cambia radicalmente: Parker lo aiuterà a diventare una star del rock’n roll.

Tom Hanks in Elvis (2022)

Elvis, da un punto di vista inedito

In Elvis, il punto di vista narrativo è quello, inconsueto, del manager che scoprì il cantante: il “colonnello” Tom Parker. È su di lui, al quale viene somministrata morfina su un’autoambulanza, che si apre il film. E che racconterà la storia del suo cliente in un lunghissimo flash-back.

Il Colonnello è una figura controversa: un uomo che ha cambiato identità – il suo nome, all’anagrafe, è Andreas Cornelis van Kuijk – e si fa chiamare “colonnello” pur non essendo mai stato nell’esercito. Per Elvis sarà sempre l'”Ammiraglio”.

Il modo nel quale viene presentato nel film in occasione del suo primo incontro con Presley, riflesso in uno specchio deformante, preannuncia allo spettatore la vera natura che si cela dietro la sua apparenza bonaria e inoffensiva.

Nel film viene rappresentato come un abile manipolatore con un debole per il gioco d’azzardo, che individua in Elvis la sua gallina dalle uova d’oro e cerca di sfruttarlo fino in fondo.

Trasformandolo in ciò che per lui è commercialmente più opportuno. Plasmato come argilla dalle sue mani, Elvis attraversa diverse fasi: “Elvis il Ribelle, Elvis la Stella del Cinema e Elvis l’eroe per famiglie”, per poi tornare, prepotentemente, solo Elvis.

Il cantante si ribellerà più volte a Parker, la prima volta quando vorrà farne un cantante “da canzoni di Natale”, ripulito e rispettabile. Eppure, alla fine, il cantante si adagerà sugli impegni predisposti per lui dal suo agente.

Quando per lui si prospetteranno palcoscenici internazionali, il manager farà in modo che Elvis non parta per nessuna tournée all’estero, mettendo in scena persino finte minacce di morte in modo che andare fuori sembri troppo pericoloso.
Parker tiene Elvis rinchiuso in una “prigione dorata”, della quale la vittima si rende conto. E alla quale si ribellerà denunciandolo e licenziandolo pubblicamente dal palco del suo ultimo concerto all’International Hotel di Las Vegas.

Il pensiero corre inevitabilmente al testo della sua canzone Suspicious Minds, che sembra ispirata anche al suo rapporto con l’impresario:

We’re caught in a trap
I can’t walk out
Because I love you too much, baby

Elvis, il punto d’incontro di due mondi

In questo film Elvis viene presentato come un “eroe” capace di dare voce all’America dei giovani bianchi e all’America nera e segregata, nella quale lui è cresciuto da bambino.

A sancire la comunione tra mondo bianco e mondo nero è anche la musica: in Elvis il country bianco e il rythm ‘n blues nero si fondono, dando vita ad una miscela esplosiva e sexy che prenderà il nome di Elvis Presley.

L’artista deve il suo inconfondibile stile anche al suo essere cresciuto in un quartiere per soli neri, e al fatto di aver frequentato le loro chiese. Quell’estasi a cavallo tra religione e sesso che lo pervade durante le esibizioni, e quelle mosse sfrenate del bacino, considerate indecenti dai benpensanti, sono entrambi mutuati dalle spettacolari messe gospel alle quali ha spesso assistito durante l’infanzia.

Elvis (2022)

Il fattore P. The Pelvis e… Priscilla

Elvis è colui che libera sul piano sessuale ed energetico l’America puritana degli anni Cinquanta, prigioniera della repressione dei propri impulsi sessuali. Scuotendo il bacino – lo ribattezzano The Pelvis – libera la libido delle donne e degli uomini d’America, al punto di essere incriminato per atti osceni nel 1956.

Rappresenta, in ambito musicale, ciò che prima Rodolfo Valentino e poi Marlon Brando e James Dean – quest’ultimo il mito cinematografico di Elvis – sono stati per l’industria cinematografica. Un divo, un dio del sesso, capace di sprigionare potenti energie.

Messo all’indice per la sua “indecenza”, per sopravvivere ha due chance: partire per la Germania a prestare servizio militare oppure farsi incarcerare. Opterà per la prima opzione. E in Germania incontrerà la donna della sua vita, quella che poi sposerà e alla quale Sofia Coppola ha recentemente dedicato un film: Priscilla.

Il complesso rapporto con le donne della sua vita

La sua partenza per il fronte determina due eventi fondamentali: la morte della madre Gladys, la “sua donna” primigenia, e l’incontro con la futura moglie Priscilla, che gli darà anche una figlia, Lisa Marie.

Si tratta di due figure femminili sono antitetiche e alternate: una è la continuazione naturale, e più sana, dell’altra. Entrambe saranno essenziali nel percorso di Elvis.

Priscilla alla fine si allontanerà da lui – divorzieranno ufficialmente nel 1973 – pur non smettendo di amarlo: ed è qui che il film metterà al centro uno dei temi portanti dell’opera e una delle chiavi di lettura del fenomeno Elvis: lo smisurato amore che il pubblico provava per lui.

Un amore con il quale, stando alle parole del “colonnello”, l’amore coniugale e post-adolescenziale di Priscilla non può reggere il confronto.

Priscilla (Olivia DeJonge) in una scena di Elvis

La dipendenza dall’amore del pubblico

Proprio questo tema viene ribadito più e più volte in Elvis: la dipendenza dall’amore per il pubblico. Questa viene esplicitata nella scena di puro fervore nella quale, al margine di un concerto, Elvis bacerà una serie interminabile di fan sotto lo sguardo impotente di Priscilla.

Per incontrare il favore del pubblico decide anche, per un breve periodo, di mutarsi da cantante ad attore: un’esperienza dalla quale non trarrà particolare successo.

L’amore del e per il pubblico è la sua forza motrice e anche la sua più grande debolezza: su di essa farà perno il suo agente per tenerlo legato a sé. Impedendogli, per motivi del tutto personali* – di intraprendere una tournée mondiale ma facendolo entrare nella storia come il primo cantante che si sia mai esibito in un concerto via satellite, davanti alla cifra record di un miliardo e mezzo di spettatori.

Dipendente dall’idolatria del suo pubblico, Elvis finirà infine nella spirale della dipendenza da pillole e si consumerà man mano. Finirà la sua carriera – e la sua vita – imbolsito ma sempre inebriato dall’amore altrui. Alla fine del film, Parker sentenzierà: “L’ha ucciso l’amore, il suo amore per voi“.

* Tom Parker fece in modo che Presley non andasse in tournée perché non aveva il passaporto, era immigrato illegalmente dall’Olanda e temeva di essere estradato perché coinvolto in un omicidio avvenuto nel suo Paese.

Il vero Elvis alla fine della sua vita

Una colonna sonora travolgente

Di Elvis, la colonna sonora è ovviamente uno dei pezzi forti. I pezzi resi celebri da Presley scandiscono il corso degli eventi del film.

Quando la rockstar parteciperà alla diretta nella quale si ribellerà al tentativo del suo agente di farne un cantante per famiglie, canterà le celebri Blue Suede Shoes e Jail House Rock.

Quando salirà sul palco dell’International Hotel di Las Vegas, si esibirà in un pezzo di forte ispirazione country, That’s All Right, riscuotendo un enorme successo.

Il canto del cigno della sua vita, durante il suo ultimo concerto, sarà una performance indimenticabile di Unchained Melody, canzone scritta nel 1955 da Alex North e Hy Zaret resa immortale dal cinema in Ghost – Fantasma nella versione dei The Righteous Brothers.

Non manca, naturalmente, la bellissima e struggente Can’t help falling in love.

Un mito dirompente nell’America segregazionista

È forte la percezione del contesto storico, che vede sempre in parallelo le imprese di Elvis e l’America degli anni Cinquanta: caratterizzata da una società di segregazione razziale, che tollera a stento Elvis solo perché di pelle bianca.

La scena del concerto di Elvis che si svolge in parallelo con una conferenza a sostegno delle politiche segregazioniste, a soli 6 km di distanza dalla sede del concerto, chiarisce questo parallelismo.

Nel film, il cantante piangerà la morte di Martin Luther King, “morto a 12 km da Graceland” nel 1968, e nello stesso anno resterà sconvolto dall’assassinio di Robert Kennedy.

Nell’estate in cui Elvis finirà in ospedale per affaticamento, nel 1969, quattro persone muoiono al concerto dei Rolling Stones e Sharon Tate verrà uccisa dai membri della setta di Charles Manson.

In seguito, morirà una cantante afroamericana che per lui è stata un modello importante: Mahalia Jackson. Ancora una volta, nel film, verrà ribadito lo strettissimo legame che esiste tra il cantante e il suo tempo.

Elvis, il cast

A vestire i panni estrosi e a portare il ciuffo ribelle e impomatato della più grande star del rock n’ roll di tutti i tempi è l’eccellente Austin Butler. Per prepararsi al ruolo, Butler ha dovuto studiare ballo e canto e fare un lavoro imponente sul vero Elvis, che non riproduce mai in modo visibilmente artefatto. Per questa interpretazione nel 2023 ha vinto un Golden Globe come Miglior attore in un film drammatico, anche se non, inspiegabilmente, un Oscar.

A impersonare il suo agente, autentico co-protagonista della storia e voce narrante, è il trasformista Tom Hanks, qui invecchiato e imbolsito ad arte. Siamo tanto abituati a pensarlo buono e inoffensivo – un tipo alla Forrest Gump, per intenderci – che vederlo in versione egoista e calcolatrice ci sorprende molto in positivo. Per questo ruolo, Hanks ha vinto un Razzie Award (premio dedicato alle peggiori interpretazioni dell’anno, ndr), ma ci dissociamo da questa scelta.

A impersonare Priscilla Presley, la ragazza che a 14 anni conobbe e si innamorò di Elvis e si imbarcò in un’avventura più grande di lei, è Olivia DeJonge, già vista in The Visit di M. Night Shyamalan (2015).

Olivia DeJonge assieme a Priscilla Presley

In conclusione

Elvis è un film sontuoso, che fin dall’inizio porta lo spettatore al centro della storia con un ritmo incalzante e un montaggio eclettico che fanno sì che 2 ore e 20 minuti di film scorrano piacevoli e mai noiose.

I pregi principali della pellicola sono le ottime interpretazioni, la splendida colonna sonora e il bel ritmo narrativo. Luhrmann riesce a gestire con maestria anche i contenuti flashback e flashforward previsti dalla sceneggiatura, mentre la costumista Catherine Martin ricostruisce con grande accuratezza il guardaroba del performer. Non ci sono difetti particolari da segnalare.

Elvis convolge e regala oltre due ore di ottimo cinema d’intrattenimento. Senza mancare di far riflettere su questo gigante della musica, che forse è morto per l’amore del suo pubblico. Parker dixit.

Recensione a quattro stelle su Almanacco Cinema