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Eric, la recensione della serie tv su Almanacco Cinema

Eric, la recensione della serie con Benedict Cumberbatch

Eric è una delle ultime serie del palinsesto di Netflix: segna il ritorno di Benedict Cumberbatch sulla piattaforma dopo La meravigliosa storia di Henry Sugar.

[Attenzione: contiene spoiler!]

Allucinata, notturna, metropolitana: è la nuova serie Netflix Eric, che ha debuttato sulla piattaforma streaming il 30 maggio scorso. Divisa in 6 episodi, ha per protagonista l’istrionico Benedict Cumberbatch, uno degli attori più talentuosi in circolazione.

Dei prodotti seriali usciti su Netflix negli ultimi tempi, questo è senza dubbio uno dei più convincenti: merito anche della solida sceneggiatura di Abi Morgan, già autrice di The Iron Lady e The Hour.

Non racconta una storia vera ma è parzialmente ispirato ad un fatto di cronaca realmente avvenuto nel 1979: la scomparsa di Etan Patz, 6 anni, sparito nel nulla la prima volta che andava da solo a scuola. Non è mai stato ritrovato.

Eric, la trama

Vincent Anderson è un geniale creatore di pupazzi per un programma di intrattenimento per ragazzi, Good Day Sunshine: discende da una famiglia ricca e potente di costruttori edili con la quale non ha quasi più rapporti.

Dipendente dall’alcol e dalla droga, Vincent è in crisi con la moglie: il difficile clima che si respira in casa è patito anche dal figlio di 9 anni, Edgar.

Quando, una mattina, Edgar scompare nel nulla, i genitori faranno di tutto per riuscire a ritrovarlo. Ed entrerà in scena un detective dalla doppia vita.

Eric, una scena della serie

Vincent ed Eric, la sua “coscienza”: il dualismo tra allucinazione e realtà

Sconvolto dalla scomparsa del figlio, Vincent entrerà in una spirale di autodistruzione e stordimento e si aggrapperà alla sola eredità tangibile che il figlio gli ha lasciato: il bozzetto di un nuovo mostro da trasformare in pupazzo. Un mostro che aveva ribattezzato Eric. Così gli darà corpo per attirare l’attenzione del figlio e condurlo, così, a tornare a casa.

Ma prima ancora che riesca a prendere corpo fisicamente, Eric prenderà le sembianze immaginarie di una via di mezzo tra il James Sullivan di Monsters & Co e le creature fantastiche di Nel paese delle creature selvagge. L’incarnazione stessa del senso di colpa e del lato più oscuro di Vincent, dipendenza da droghe inclusa.

Attraverso di lui e con l’aiuto della droga, in un momento cruciale della serie, Vincent rielaborerà il suo senso di colpa e il rammarico per la perdita del figlio.

La serie si sviluppa in un continuo dualismo: sia tra la cosiddetta “realtà” e gli stati allucinatori quanto rivelatori del protagonista che tra il mondo di sopra e il mondo di sotto.

L'”upside-down world”: il mondo della città sotterranea e la discesa agli inferi

Il “sottosopra” di Eric, a differenza della dimensione da incubo di un’altra serie targata Netflix, Stranger Things, diventa, paradossalmente, il luogo della provvidenza per Edgar quanto per suo padre.

I due vi scendono per motivazioni profondamente diverse. Edgar ci finisce perché stanco delle continue liti familiari e spaventato da suo padre: nel mondo ctonio trova protezione da parte di un alleato inaspettato: un senzatetto di colore di nome Yuusuf Egbe. Tuttavia il sottosopra, per lui, non sarà tutto rose e fiori.

Vincent è mosso dalla propria natura di padre disperato alla ricerca di suo figlio e dal proprio profondo bisogno di redenzione. Si inserisce nel solco della tradizione narrativa dei genitori che partono alla ricerca dei figli perduti con cieca determinazione, come il Keller Dover di Prisoners (2013).

Come ogni viaggio, l’Odissea di Vincent si rivela un girovagare all’interno di sé stessi, un’occasione per crescere: per poter evolvere, ha bisogno di confrontarsi con il suo mostro interiore. Che poi lo mette di fronte a tutti i suoi limiti: l’egoismo, la tendenza a dare sempre la colpa agli altri, la distrazione nei confronti del figlio.

Gli “inferi” chiamati in causa sono la città sottostante la metropolitana di New York, i “bassifondi” nel senso vero e proprio del termine. Una sorta di Paese di (anti) meraviglie per chi desiderava perdercisi.

Eric, una scena della serie

L’inganno del “decoro urbano”: dietro, la violenza istituzionale

Una tematica profondamente attuale si può cogliere nell’ampio ventaglio dei temi affrontati da Eric: la grande bugia del cosiddetto “decoro urbano”, che negli Stati Uniti come altrove diventa un pretesto per effettuare pulizie etniche e portare avanti in modo inesorabile la gentrificazione dello spazio urbano.

L’istanza del “decoro urbano” – che, badate bene, è mera facciata – è quella che anima le azioni e le intenzioni apparenti di un uomo politico rappresentato nella serie: il carismatico vice-sindaco della città Richard Costello. Che ha una missione: traslocare altrove, dove nessuno può vederli, tutti i senzatetto e gli indesirabili della Grande Mela. Complice il padre di Vincent, che è un costruttore di successo e intende rimpiazzare le baracche con condomini e alberghi di lusso.

Questa tematica è di estrema attualità anche al di fuori del mondo di finzione: si pensi alle recenti polemiche per quanto accaduto in occasione del concertone della pop-star Taylor Swift a Edimburgo, Scozia: per fare spazio ai turisti accorsi in città per l’evento, e per rendere più “decorosa” la città, molti senzatetto sono stati trasferiti dalle strutture di tipo alberghiero nella quale erano stati collocati. La serie non manca di mostrare come quella nei confronti nei meno abbienti possa assumere i connotati di una pulizia “etnica” dai connotati violenti, quasi criminali.

La “tolleranza zero”, ovviamente, non va a colpire solo coloro che non hanno un tetto sulla testa. Un’intolleranza serpeggiante, condita di indifferenza, viene riservata, in quantità tali da salvare le apparenze del politically correct, anche ai membri della comunità afroamericana. Lo dimostra un caso nel quale il detective Ledroit si imbatterà nel corso della ricerca di Edgar: la scomparsa di un altro ragazzo, stavolta di colore, che si chiama Marlon e sulla quale, come denunciato dalla stessa madre, non sono mai state condotte accurate indagini.

La New York degli anni Ottanta: la vergogna di essere omosessuali. E lo spettro dell’AIDS

L’importanza del contesto in cui ha luogo la storia di Eric lo ha esplicitato la stessa sceneggiatrice, Abi Morgan: “Eric è un viaggio oscuro e pazzo nel cuore della New York degli Anni Ottanta – e nel mondo buono, brutto e cattivo di Vincent”.

In effetti, la New York della serie è ben più di una semplice cornice: è essa stessa sostanza della serie e personaggio. È la New York notturna e vorace, affamata di sesso, di droga e di giovani vite in vendita. Una New York dalle luci lisergiche che di notte mostra il suo vero volto, come quello di chi la anima.

Una città che non è mai mostrata nei suoi scorci da cartolina ma da punti di vista inusuali: come quello di Staten Island, isola dei rifiuti della metropoli. O la dimensione ctonia della metropolitana cittadina.

Una New York anni Ottanta in cui iniziava ad aleggiare, terrificante, lo spettro dell’AIDS che allora, per crassa ignoranza, si credeva che fosse una sorta di pestilenza diffusa dalle persone omosessuali. Per questo chiunque fosse gay tendeva a nascondere le proprie preferenze sessuali, pena la perdita del posto di lavoro e delle amicizie. È questo il caso di uno dei personaggi centrali della serie, il poliziotto nero e omosessuale Michael Ledroit, per il quale lo spettro dell’AIDS è più concreto che mai: nella storia, infatti, il suo compagno e convivente è affetto dalla malattia, in fase terminale.

Era dai tempi di un’altra serie Netflix, Pose di Ryan Murphy, che un prodotto cinematografico non raccontava così bene l’atmosfera da un lato edonistica, dall’altro plumbea, che si respirava nelle metropoli statunitensi negli anni Ottanta, e a New York in particolare.

Rispetto a Pose, che mostrava anche il lato sfavillante, orgoglioso e tutto lustrini della comunità omosessuale raccontando l’ambiente delle ball room della città, Eric sceglie di narrarne soprattutto il lato oscuro. Che gravita attorno ad un locale, il Lux, frequentato dalla comunità gay della città, che ha segreti oscuri da nascondere.

Uno scambio di battute tra Ledroit e Cassie, la moglie di Vincent, ben chiarisce la natura quasi predatoria della città di New York:
Detective: “È pieno di gente scomparsa”.
Cassie: “È facile perdersi, in questa città”.

La consapevolezza della verità come forma di pazzia

Paradossalmente, Vincent si avvicina alla verità anche grazie ai suoi vizi: l’alcol e la droga, soprattutto in un momento di turning point, gli permette di arrivare a un palmo dalla realtà dei fatti. E a capire la dinamica dei fatti, anche grazie a un disegno di suo figlio, ritrovato per caso, che si rivelerà essere una mappa.

Inoltre la perdita di Edgar gli fa sviluppare un’ossessione verso la sua ricerca che viene interpretata come pazzia da chi lo circonda, con vaghi riferimenti a un suo presunto stato psicotico del passato. Il suo sapere e rimanere inascoltato fa di lui la vera Cassandra della situazione.

Eric, una scena della serie tv

Eric, il cast

Al timone di regia della serie troviamo una donna: Lucy Forbes, già regista della serie Netflix The End of the F***ing World (2017).

L’ottimo cast attoriale di Eric è capeggiato dall’istrione per eccellenza: il meraviglioso Benedict Cumberbatch, che veste i doppi panni di Vincent Anderson e di Eric, al quale presta anche la voce profonda. Un ruolo perfetto per dispiegare i talenti dell’attore inglese, che ha una solida esperienza nel prestare la propria voce a creature mostruose (Smaug in Lo Hobbit: La Desolazione di Smaug).

A interpretare la moglie Cassie è Gaby Hoffman, già vista in Insonnia d’amore di Nora Ephron e Tutti dicono I Love You di Woody Allen. Recentemente, Hoffman ha rivelato che inizialmente non era certa di prendere parte al film. Queste le sue parole: “Ero un po’ titubante quando ho iniziato a leggerlo. Il mio primo pensiero è stato: non posso fare una storia su un bambino morto, non in questo momento della mia vita. Ho due bambini piccoli, e il 99% del mio tempo è dedicato a fargli da genitore”.

Ma poi si è ricreduta: “Era davvero una favola che stavamo raccontando su quello che succede quando non ci prendiamo cura l’uno dell’altro e dei nostri bambini… Quando il nostro governo nel complesso, e anche la famiglia e il matrimonio falliscono. Ho pensato: Ho pensato: ‘Questa non è solo un triste, duro, spaventoso thriller su un bambino morto. Questo è una chiamata alle armi per i nostri bambini'”.

Il detective Michael Ledroit è McKinley Belcher III, interprete di un prodotti Netflix (Ozark e Storia di un matrimonio) con soli 4 film all’attivo. Omosessuale dichiarato, si è sposato con un artista, Blake Fox.

John Doman interpreta il padre ricco e anaffettivo di Vincent, Robert Anderson, mentre il collega di Vincent, Lennie Wilson, è Dan Fogler, attore che ha preso parte ai tre film della saga Animali fantastici legata all’universo di Harry Potter (nella quale interpreta il  panettiere “babbano” Jacob Kowalski) e all’ultimo cult girato dal regista indipendente Kevin Smith: Jay e Silent Bob – Ritorno a Hollywood (2022).

George, il portiere di colore del palazzo in cui vivono gli Anderson nonché il primo ad essere indagato per la scomparsa del loro figlio, è interpretato da Clarke Peters. Tra i film cui ha preso parte, figura Tre manifesti a Ebbing, Missouri di Martin McDonagh (2017) e il recente biopic sulla cantante Whitney HoustonWhitney – Una voce diventata leggenda (2022).

Per chiudere la carrellata dei personaggi più importanti, nei panni del figlio perduto Edgar Anderson, troviamo il baby talento Ivan Morris Howe, al suo debutto cinematografico.

In conclusione

Eric, insieme a Baby Reindeer, è una delle migliori serie uscite su Netflix dall’inizio del 2024. Trae forza da ottime interpretazioni, da Cumberbatch in poi, una solida sceneggiatura e un arco narrativo completo e soddisfacente da parte di almeno tre personaggi della storia (Vincent, Edgar e il Detective Ledroit).

Ad impreziosire il tutto c’è un’accuratissima resa del contesto storico-culturale ed economico della New York degli anni Ottanta, che qui è godereccia quanto, soprattutto pericolosa e indicibile, oltre che sulla china della gentrificazione, che iniziava proprio in quegli anni.

Il contesto accurato rende possibile affrontare molti temi, soprattutto sociali: il rapporto padre-figlio, una società spaccata a metà tra presentabili e impresentabili, la demonizzazione dell’omosessualità in un’ottica di epidemia di AIDS, la prostituzione maschile, il diverso trattamento da parte della giustizia dei bianchi e dei neri e molto altro.

La fotografia dai toni smorti, l’ambientazione prevalentemente notturna e il viaggio dell’eroe di Vincent nel ventre oscuro della Grande Mela valgono la visione.

Recensione a quattro stelle su Almanacco Cinema