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97 anni di Audrey Hepburn

97 anni di Audrey Hepburn: basta il nome ed è magia

Audrey Hepburn: un nome, una magia. Perché nessuna, nemmeno una certa attrice francese di nome Audrey, può somigliarle davvero.

Quando si pensa ad Audrey Hepburn, radiosa attrice nata il 4 maggio di 97 anni fa, la mente corre subito a Holly Golightly davanti alla vetrina di Tiffany’s, oppure alla principessa in motorino tra le strade di Roma. Ma dietro quei fotogrammi c’è una storia molto più complessa e straordinaria di quanto il grande schermo abbia mai mostrato.

Audrey Hepburn, una sopravvissuta

Nata il 4 maggio 1929 a Bruxelles, Audrey Hepburn trascorse l’adolescenza nei Paesi Bassi durante l’occupazione nazista. Ad Arnhem, dove si era trasferita con la madre, la baronessa Ella van Heemstra, visse l’orrore dell’hongerwinter, il terribile inverno della carestia del 1944-45: razioni quotidiane inferiori a cinquecento calorie, pane impastato con farina di bulbi di tulipano, la famiglia rifugiata in cantina sotto i bombardamenti alleati.

Quelle esperienze la segnarono per sempre. Partecipò attivamente alla Resistenza olandese, consegnando messaggi nascosti sotto le solette delle scarpe. Quando fu liberata nel 1945 era così debole per la malnutrizione che i medici le diedero poche settimane di vita.

Il sogno del balletto e la scoperta della recitazione

Prima ancora di approdare a Hollywood, Audrey aveva un solo sogno: diventare prima ballerina. Studia con il Ballet Rambert di Londra, ma la malnutrizione degli anni di guerra ha lasciato danni permanenti al suo fisico. Marie Rambert è costretta a darle la notizia: la carriera classica è impossibile, anche a causa dell’eccessiva statura (Audrey misura 170 cm).

È la scrittrice francese Colette, settantottenne, in sedia a rotelle, con una nuvola di capelli rossi, a intuire per prima il suo potenziale, notandola durante le riprese di Vacanze a Montecarlo (Montecarlo Baby, ndr) a Monaco di Baviera nel 1951 e scegliendola come protagonista dell’adattamento teatrale di Gigi a Broadway. Il debutto è trionfale.

Vacanze romane e l’Oscar: la consacrazione hollywoodiana di Audrey Hepburn

La svolta, il turning point decisivo, arriva con William Wyler, che la sceglie come coprotagonista di Vacanze romane (1953) accanto a Gregory Peck. Il provino è un caso cinematografico: Wyler lascia la macchina a girare mentre chiacchiera con lei e la riprende nel momento in cui, dimentica della telecamera, ride e chiede “Com’è andata? Sono stata brava?”. Con il regista, poi, lavorerà su altri due set: Quelle due (1961) e Come rubare un milione di dollari e vivere felici (1966).

Peck, dopo appena due settimane di riprese, chiama il suo agente: “Metti il suo nome accanto al mio sopra il titolo, altrimenti farò la figura dello sciocco quando le daranno l’Oscar.” Aveva visto giusto. Nel 1954 Audrey Hepburn vince la statuetta come migliore attrice protagonista, lo stesso anno in cui conquista anche il Tony Award a Broadway per Ondine. E diventa la prima e unica attrice a vincere entrambi i premi nello stesso anno.

Audrey Hepburn e Hubert de Givenchy: un sodalizio di stile e di amicizia

Nell’estate del 1953 Audrey Hepburn entra nell’atelier parigino del celebre cln Hubert de Givenchy indossando pantaloni, magliettina e un cappello da gondoliere con scritto “Venezia.” Il giovane stilista si aspettava di incontrare Katharine Hepburn. Rimase stupefatto da questa sconosciuta gracile che dava vita agli abiti in un modo che non aveva mai visto.

Nasce così una delle collaborazioni più importanti nella storia della moda. Lo scollo a barchetta, il cosiddetto “scollo Sabrina, il tubino nero di Colazione da Tiffany (1961), le ballerine, i capelli corti: tutto ciò che definisce l’estetica hepburniana porta la firma di questo sodalizio durato quarant’anni. Un’eleganza nata, paradossalmente, dalla povertà del dopoguerra.

Audrey Hepburn nel privato, tra due matrimoni e due figli

Audrey Hepburn si sposò due volte. Prima con il regista e attore Mel Ferrer (1954-1968), poi con lo psichiatra romano Andrea Dotti (1969-1982). Entrambi i matrimoni si rivelarono dolorosi. Dotti, nonostante la brillantezza e il fascino che l’avevano conquistata sull’Egeo, la tradì ripetutamente.

In tutta questa sofferenza, ciò che la tenne in piedi furono i figli: Sean, nato nel 1960, e Luca, nel 1970. La maternità era la sua vera vocazione, più della recitazione. Smise di lavorare per anni per stare con loro, rifiutò sceneggiature e contratti milionari. Una volta disse: “Se fossi occupata a lavorare come attrice, mi sentirei come se stessi derubando la mia famiglia, mio marito e i miei figli, derubandoli dell’attenzione che dovrebbero ricevere”.

L’eredità più grande: l’attività come ambasciatrice UNICEF

Nel 1988, a cinquantanove anni, Audrey Hepburn accetta di diventare ambasciatrice di buona volontà dell’UNICEF. Va dove nessun’altra star è disposta ad andare: Etiopia, Bangladesh, Sudan, Somalia. Ogni missione lascia qualcosa dentro di lei, e dentro chi la osserva.

La sua ultima missione, nel settembre 1992, è a Baidoa, in Somalia. Quello che vede lì (bambini che non piangono più, madri troppo deboli per tenerli in braccio) riporta alla superficie tutto quello che aveva vissuto a undici anni ad Arnhem. Torna a casa con i dolori allo stomaco che non passa. È cancro.

Titoli di coda

Il 20 gennaio 1993 muore a La Paisible, la sua casa in Svizzera, circondata dai figli e dai suoi Jack Russell. Audrey Hepburn ha solo 63 anni, un compagno, Robert Wolders, che le è rimasto vicino fino alla fine e lascia dietro di sé tanto bene, tanto amore.

Più di trent’anni dopo la sua morte, il suo volto è ovunque: sulle magliette, nelle pubblicità, nelle mostre. Ma la sua eredità più profonda non è estetica. È l’idea, dimostrata con la vita intera, che si possa sopravvivere alla guerra, alla fame e al dolore, e restare gentili.

“La cosa migliore cui aggrapparsi, nella vita, è gli uni agli altri,” disse una volta. Poche frasi raccontano meglio chi fosse davvero Audrey Hepburn: non l’icona resa merchandising replicabile all’infinito, ma la donna dietro di esso.

Tante interpreti-imitatrici, ma di Audrey Hepburn ce n’è stata e ce ne sarà una sola

Sembra vuota retorica, eppure è opportuno ribadirlo: di Audrey Hepburn ce n’è stata e ce ne sarà sempre soltanto una. Come si dice in inglese, lei è stata “one-of-a-kind”, malgrado le legioni di attrici chiamate a doverla interpretare in film ispirati alla sua vita e malgrado le moltissime ammiratrici che ne hanno emulato il look, magrezza inclusa, mancandone spesso la qualità più rara e inafferrabile: la radiosità.

Dall’interprete del suo “personaggio” meno somigliante all’originale, la prosperosa Jennifer Love Hewitt, che l’ha impersonata nel film per la televisione The Audrey Hepburn Story (2000) fino alla sua emula più somigliante oggi, Lily Collins, che la interpreterà in un film dedicato alla lavorazione di Colazione da Tiffany, nessuna riesce a catturarne appieno l’unicità. Da valutare l’attrice neo-zelandese Thomasin McKenzie, che la impersonerà nel film in lavorazione Dinner With Audrey, del quale proprio ieri sono state diffuse alcune immagini dal set.

Thomasin McKenzie in una foto dal set di Dinner With Audrey

Ci sono tanti pezzetti di lei disseminati nelle attrici che la impersonano: le proporzioni del viso di Collins, la fragilità di Rooney Mara (protagonista di un progetto attualmente in fase di stallo opera di Luca Guadagnino sulla vita dell’attrice) lo charme francese dell’altra Audrey famosa, Audrey Tatou, che pur non dichiarata è anche lei “figlia” di Audrey Hepburn. E ancora: l’impegno umanitario di attrici come Angelina Jolie e Alessandra Mastronardi, il viso cerbiattoso di Zoe Kravitz (e anche le folte sopracciglia ad ala di gabbiano), l’aura aristocratica e le cromie di Anne Hathaway.

Tante figlie ma nessuna vera erede: è questo il destino di Audrey Hepburn. Un’attrice che è stata ben più di un’interprete cinematografica: è stata pura luce.