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Arthur Rimbaud

Arthur Rimbaud e la musica che sopravvive al poeta

Patrick Wang porta Arthur Rimbaud al Roxy Cinema di New York: un film dove gli strumenti musicali diventano personaggi, voce, ferita e destino.

Arthur Rimbaud è stato un personaggio febbrile, che scriveva come se avesse già visto la fine, scappando poi dalla poesia, dall’Europa, da se stesso. Un biopic normale, con le scene giuste e le frasi giuste, rischierebbe di ucciderlo una seconda volta. A. Rimbaud, il nuovo film di Patrick Wang con Blake Draper nei panni del poeta francese, prova invece una strada più stimolante e più pericolosa: far parlare attorno al poeta non soltanto gli attori, ma gli strumenti musicali.

A. Rimbaud, il biopic che non vuole addomesticare il poeta

Arthur Rimbaud ha sempre avuto qualcosa di cinematografico, ma non nel senso comodo del termine. Non il volto da mettere su un poster, ma il flash abbagliante nel buio pesto. Nato nel 1854, talento precocissimo, violento e visionario, capace di piegare la lingua fino a farla sembrare una sostanza fisica, Rimbaud non fece in tempo a diventare uno scrittore rispettabile: attraversò la poesia come un incendio, abbandonando poi il pubblico a rovistare nella cenere.

Il film di Wang sembra partire proprio da lì: dalla difficoltà di raccontare una vita che ha già respinto ogni cornice, cercando di restituire “lo shock” e l’insana giocosità della sua poesia.

Arthur Rimbaud al cinema: prima del film di Patrick Wang

Il cinema, del resto, aveva già provato ad afferrare Rimbaud, quasi sempre passando dalla porta più incandescente: il rapporto con Paul Verlaine.

Una stagione all’inferno, diretto da Nelo Risi nel 1971 con Terence Stamp, sceglieva una linea più apertamente biografica, seguendo il poeta dalla giovinezza turbolenta fino agli anni africani e alla morte precoce.

Poeti dall’inferno / Total Eclipse, firmato da Agnieszka Holland nel 1995, restringeva invece il fuoco sulla relazione sentimentale e autodistruttiva tra Rimbaud e Verlaine, affidando i ruoli a Leonardo DiCaprio e David Thewlis.

In entrambi i casi, il cinema guardava soprattutto al Rimbaud maledetto: il film di Patrick Wang sembra invece spostare il fulcro narrativo altrove, verso la ricerca di una forma cinematografica che possa reggere l’urto della sua esistenza poetica.

Gli strumenti musicali come fantasmi della voce

La scelta più potente è che nel film di Wang, gli altri personaggi della vita di Rimbaud vengono rappresentati da strumenti musicali: non come semplice commento sonoro, ma come presenze drammatiche, come voci all’altezza di dialogare con lui. Wang ha sviluppato questa idea insieme al compositore Dan Schlosberg e al violista Matthew Lipman, cercando un linguaggio in cui la musica potesse agire come dialogo.

Rimbaud è sempre stato circondato da voci che cercavano di possederlo: la madre, Verlaine, la scuola, la morale, la posterità. Qui quelle voci diventano timbro, respiro, attrito: non spiegano, risuonano. E forse è il modo più onesto per avvicinarsi a un poeta che ha passato la vita a sabotare ogni spiegazione.

Il cinema davanti alla poesia: ascoltare, non tradurre

Se la musica prende il posto della parola ordinaria, allora il biopic cambia temperatura. Non deve più “dire” chi era Rimbaud, ma creare attorno a lui una stanza acustica, un luogo dove il pubblico senta la sua solitudine prima ancora di comprenderla. Una solitudine fondamentale, parte integrante del progetto di Wang che sottolinea anche la sua scelta distributiva laterale, fuori dai circuiti più tradizionali dei festival.

A. Rimbaud sembra appartenere a quel cinema raro che non usa la poesia come ornamento culturale ma la prende autenticamente sul serio, trattandola come una sonora ferita.