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Autismo e narrazioni: tre sguardi per comprendere oggi

Dal cinema alla serie tv, tre opere mostrano come raccontare l’autismo: tra distanza, errore e nuove possibilità di relazione e ascolto.

Come ogni anno dal 2007, il 2 aprile si celebra la giornata mondiale per la consapevolezza sull’autismo. È un giorno riconosciuto a livello internazionale per incoraggiare gli Stati membri delle Nazioni Unite a una maggiore sensibilizzazione rispetto all’autismo.

Ricordiamo come, più o meno consapevolmente, il cinema ha contribuito a questa importante presa di coscienza.

Tre opere simbolo a confronto: Rain Man, Music e Avvocata Woo.

Stesso tema ma approcci distanti.

L’autismo e la giornata della consapevolezza

Autismo deriva dal greco antico αὐτός, autós, se stesso. È una condizione del neurosviluppo innata, che presenta differenze emotive, cognitive, biologiche e nelle interazioni sociali.

Comunicazione verbale e non verbale atipica, interessi ristretti, sensibilità sensoriale ed emotiva variabile e differenze cognitive sono tutte caratteristiche che connotano una persona in questa condizione.

Tutto ciò può determinare sfiducia, paura, difficoltà sociale sia nella persona con disturbi sia nei cosiddetti neurotipici che interagiscono con lei.

Questa giornata ha lo scopo di informare e sensibilizzare sul tema. Anche per facilitare l’integrazione dei soggetti con disturbi dello spettro autistico, perché saper interpretare i segnali dell’altro e viceversa aiuta sicuramente il rapporto.

Rain Man, la svolta per l’autismo nel cinema

Sembrerebbe che Dustin Hoffman ritenesse che la sua interpretazione in Rain Man fosse un disastro. Infatti chiese al regista Barry Levinson di sostituirlo con un altro attore, suggerendo Richard Dreyfuss. Arrivò a definire il suo lavoro “il peggiore della sua carriera”.

E meno male che invece cambiò idea, visto che con quella “disastrosa” interpretazione vinse il suo secondo Oscar come Miglior Attore Protagonista. E ha inoltre regalato al pubblico uno dei film più iconici sul tema dello spettro autistico.

Di fatto il film di Levinson aprì un filone, trattando un argomento fino a quel momento rimasto al margine. 

Dustin Hoffman, Focus su Almanacco Cinema autismo

Prima di Rain Man

Il cinema mainstream aveva toccato altre disabilità e talvolta in maniera grottesca e macabra o solo sottolineandone i limiti.

Pensiamo a film come Freaks (id., Tod Browning, 1932) o Figli di un dio minore (Children of a lesser god, Randa Haines, 1986). 

La neurodivergenza era un argomento oscuro per la maggior parte della popolazione mondiale. Quanti genitori fino agli anni ’80 si sono sentiti dire “Il ragazzo è bravo, ma non si applica” oppure “La bambina è un po’ introversa, non si integra”?

Quando invece alla base c’era un disturbo dello spettro autistico non diagnosticato. Che, per l’appunto, è uno spettro e in quanto tale molto eterogeneo. Può variare da forme che richiedono supporto lieve a forme con necessità di assistenza intensiva e continua.

Rain Man, dall’osservazione dell’autismo alla relazione

Il film narra del viaggio da Cincinnati a Los Angeles di Charlie e Rayomd. Il primo è commerciante di auto il secondo suo fratello maggiore, affetto da spettro autistico e ricoverato in una clinica psichiatrica. Charlie decide di rapire Raymond, con lo scopo di ottenere la sua tutela legale. In questo modo avrebbe accesso ai 3 milioni di dollari lasciati in eredità dal padre defunto.

Ma durante il viaggio Charlie impara a conoscere Raymond, a capirne le abitudini, le paure e le fragilità. E ad amarlo. Infatti alla fine Charlie non è più interessato al denaro, ma solo al bene di Raymond.

Per questo lo lascia tornare in clinica, consapevole che l’eredità più importante non sono i soldi, ma il legame ritrovato. 

La verità dietro Rain Man

Il personaggio di Raymond Babbitt è ispirato a Kim Peek, un uomo con la “sindrome del Savant”, dotato di una memoria prodigiosa. Era infatti capace di leggere due pagine di un libro contemporaneamente (una con l’occhio destro e una con il sinistro) e ricordarne ogni parola.

Sebbene Raymond Babbitt sia presentato come affetto da autismo, Peek non lo era. La sua condizione era dovuta a rarissime anomalie cerebrali congenite.

Dustin Hoffman passò molto tempo con Kim per studiarne i modi e la postura. Alla fine delle riprese, l’attore disse a Kim: “Io sarò anche la stella, ma tu sei il cielo”.

Music: un intreccio di sensi

Sempre un rapporto tra consanguinei viene trattato nel film Music, diretto dalla cantante Sia nel 2021. Ma stavolta sono due sorelle.

La storia segue Zu, interpretata da Kate Hudson. Si tratta di una donna con un passato di dipendenze e spacciatrice appena uscita di prigione.

In seguito alla morte della nonna, si ritrova improvvisamente a essere l’unica tutrice della sorellastra adolescente, Music (Maddie Ziegler). Music è una ragazza con un disturbo dello spettro autistico non verbale che percepisce il mondo attraverso coreografie colorate e musica.

Zu è inizialmente sopraffatta dalle responsabilità e incapace di comunicare con la sorella. Ma riceve l’aiuto di un vicino di casa, Ebo (Leslie Odom Jr.), un ex pugile che conosce bene le routine di Music. Questo aiuta Zu a trovare un equilibrio nella sua nuova vita.

Music: poca ed errata consapevolezza e rappresentazione dell’autismo

Nonostante le due nomination ai Golden Globe per il Miglior Film Commedia/Musical e per la Migliore Attrice a Kate Hudson, il film è stato accolto da recensioni estremamente negative e forti polemiche.

Running Point, la recensione su Almanacco Cinema autismo

Infatti il film è stato duramente condannato per aver mostrato scene di contenzione fisica (prone restraint) su una persona affetta da autismo in crisi. Una pratica considerata estremamente pericolosa e traumatica nella realtà. Sia si è poi scusata pubblicamente, dichiarando che tali scene sarebbero state rimosse dalle versioni future. 

Altro punto controverso riguarda lo stile narrativo. Infatti mentre alcuni hanno apprezzato le sequenze musicali pop per la loro estetica visiva, molti critici le hanno trovate “caotiche”. Questo potrebbe essere potenzialmente dannoso per chi soffre di ipersensibilità sensoriale a causa di luci stroboscopiche e colori troppo accesi. Uno stimolo percepito normale dalle persone neurotipiche, può essere interpretato come qualcosa di aggressivo o lesivo per un soggetto che convive con l’autismo. Con conseguenti reazioni di ansia, se non proprio con meltdown e shutdown, dunque sovraccarico sensoriale.

La protagonista: neurodivergenza on stage

Ma la critica principale ha riguardato la scelta di Maddie Ziegler, un’attrice neurotipica, per interpretare una ragazza affetta da autismo non verbale. Molte associazioni e persone nello spettro hanno definito la sua recitazione come una “caricatura offensiva” o un “mimo grottesco” della disabilità.

Perché la parte non è stata offerta ad attrici neurodivergenti? Impresa impossibile? Non è detto. Esistono infatti realtà virtuose e ben affermate in cui artisti e artiste con disabilità di diverso tipo trovano il loro spazio. Inaspettatamente queste esperienze si realizzano più sul palcoscenico teatrale che sul set cinematografico, avendo anche effetti positivi a livello terapeutico. Attori e attrici vedono rispondere non solo al loro bisogno di affermazione dell’autostima. Ma sopratutto alla gestione di emozioni come l’ansia, la paura, l’inadeguatezza sociale, difficili anche solo da individuare e nominare per un soggetto nello spettro autistico.

Realtà come il Teatro Patologico di Dario D’Ambrosi o L’Arte nel Cuore di Daniela Alleruzzo sono esempi chiari di come questo sia invece possibile.

Avvocata Woo, autismo e narrazione oltre lo stereotipo

Diverso approccio e accoglienza ha avuto Avvocata Woo.

La serie coreana Netflix ha infatti portato una ventata di freschezza nella visione della neurodivergenza, quasi un riscatto nella narrazione.

Offre infatti una protagonista ben lontana dai modelli fino ad ora portati sul grande e piccolo schermo.

Avvocata Woo Park Eun-bin autismo

La storia ruota attorno a Woo Young-woo, una giovane donna di 27 anni con disturbo dello spettro autistico (ASD) e un quoziente intellettivo altissimo (164). Nonostante le difficoltà nelle interazioni sociali e l’ipersensibilità sensoriale, si laurea con il massimo dei voti in una prestigiosa università. Non solo: viene anche assunta da Hanbada, uno dei più importanti studi legali di Seul.

Ogni episodio segue un caso legale diverso, che Young-woo risolve. Le sue “armi segrete” sono spesso il suo pensiero laterale, la sua memoria fotografica e la sua ossessione per i capodogli e le balene, che usa come metafore per comprendere il mondo umano.

Parallelamente, la serie esplora la sua crescita personale, il rapporto con il padre single e l’evolversi di un tenero interesse romantico con un collega dello studio, Lee Jun-ho.

Un fenomeno globale ma non esente da dibattiti

L’interpretazione di Park Eun-bin (neurotipica) è stata lodata per la sua recitazione meticolosa e rispettosa. Ha dichiarato di aver studiato a lungo per evitare di cadere nella caricatura, cercando di trasmettere la “purezza” del personaggio piuttosto che solo i suoi tic.

La serie è stata celebrata per aver reso l’autismo un argomento di discussione quotidiana in un paese, la Corea del Sud, dove la disabilità è ancora spesso un tabù sociale. Il tono è leggero, colorato e ottimista, il che ha aiutato a generare empatia in un pubblico vastissimo.

Sebbene alcuni momenti siano romanzati (come le “illuminazioni” visive con le balene), la serie tocca temi reali come il pregiudizio sul posto di lavoro, il bullismo e la difficoltà di vivere una vita autonoma.

Ciò nondimeno, una critica ricorrente riguarda il fatto che la serie si concentri ancora una volta su un personaggio con sindrome del savant (capacità straordinarie). Alcuni membri della comunità autistica in Corea del Sud hanno fatto notare che questa rappresentazione “idealizzata” rende difficile per le persone autistiche “comuni” sentirsi rappresentate. Poiché la società finisce per accettare l’autismo solo se accompagnato da un talento eccezionale.

Tre narrazioni, tre sguardi, tre epoche diverse dello stesso bisogno: capire l’autismo

In Rain Man l’autismo emerge come enigma e distanza, qualcosa da decifrare più che da incontrare.

In Music si inciampa invece nel rischio opposto, quello di raccontare senza ascoltare davvero, trasformando l’esperienza in rappresentazione.

Avvocata Woo prova a fare un passo ulteriore, portando lo spettatore dentro una soggettività, non più solo davanti a essa.

Il parallelismo non è tanto tra le storie, ma tra i modi di guardare: dall’osservazione esterna alla possibilità di una relazione.

Ed è qui che si gioca la differenza culturale. Conoscere il disturbo non significa ridurlo a una lista di tratti, ma sottrarlo alla paura, all’estraneità che nasce dall’ignoranza.

La consapevolezza non semplifica anzi, rende più complesso, ma anche più umano. Costruendo un ponti, tra chi vive l’autismo e chi gli sta accanto.

La fiction, allora, dovrebbe assumersi una responsabilità precisa: non spiegare “che cos’è” l’autismo dall’esterno, ma creare le condizioni per incontrarlo. Rispettando la pluralità delle esperienze e lasciando spazio alle voci che quell’esperienza la abitano.

Non storie sull’autismo, ma storie con l’autismo dentro come parte del mondo, non come sua eccezione.