Mortal Kombat: meno chiacchiere, più botte e tutti al cinema

Mortal Kombat: meno chiacchiere, più botte e tutti al cinema

Con l’uscita oggi al cinema di Mortal Kombat II, ripercorriamo tutta la saga: dai film anni ’90 al reboot 2021, tra attori, registi e sequel mancati.

Il Mortal Kombat del 1995 arrivò in un momento in cui i film tratti dai videogiochi avevano già fatto abbastanza danni da meritare un processo pubblico. Super Mario Bros. e Double Dragon avevano lasciato sul campo cadaveri narrativi, dialoghi sbriciolati e la vaga impressione che Hollywood non avesse capito nulla dei videogiochi, se non che i ragazzi ci spendevano soldi.

Paul W.S. Anderson arrivava da Shopping, film del 1994, non esattamente il curriculum più ovvio per prendere un picchiaduro Midway e trasformarlo in un fantasy marziale da grande pubblico. Però Anderson aveva una cosa che molti adattatori successivi avrebbero solo finto di avere: giocava davvero a Mortal Kombat nelle sale giochi di Londra.

Ne vedeva la miscela precisa di Enter the Dragon, fantasy mitologico e spettacolo da cabinato. Il film uscì negli Stati Uniti il 18 agosto 1995, costò circa 20 milioni di dollari, aprì con oltre 23 milioni di dollari nel primo weekend e arrivò a più di 122 milioni di dollari nel mondo. Per un film che molti avrebbero liquidato come “quello dove si urlano nomi di mosse”, fu una flawless victory, per restare nel campo delle cose dette con moderazione.

Insomma un gettone ben speso.

Paul W.S. Anderson: il regista che prese sul serio il ridicolo

Anderson capisce che il materiale è assurdo, ma non lo tratta come spazzatura, lo tratta come una baracconata mitologica, raccontando un torneo sacro illuminato da luci da discoteca infernale e accompagnato da una colonna sonora techno che ancora oggi, appena parte, fa venire voglia di spaccare una sedia pieghevole. Liu Kang, Johnny Cage e Sonya Blade devono partecipare al torneo per impedire a Shang Tsung e a Outworld di conquistare la Terra: templi thailandesi, monaci, passerelle di pietra, fulmini, mostri animatronici, arti marziali, battute sceme e una chiarezza visionaria che le produzioni successive avrebbero perso in mezzo a lore, spiegoni e paura di sembrare troppo fedeli al gioco.

Ma la partita vera fu il casting. Robin Shou entrò come Liu Kang dopo una carriera da campione di wushu, stuntman e attore a Hong Kong; non era la faccia più famosa del gruppo, ma era quello che poteva tirare calci senza far sembrare il film una recita di palestra. Linden Ashby, scelto come Johnny Cage, non era una star delle arti marziali alla Van Damme, ma si allenò per il film in karate, taekwondo e kung fu: perfetto per un personaggio che nel gioco nasceva proprio come parodia muscolare dell’attore hollywoodiano che deve dimostrare di non usare controfigure. E qui arriva la sliding door più gustosa: Jean-Claude Van Damme, la cui immagine aveva ispirato Johnny Cage nel videogioco, fu cercato per la parte ma rifiutò perché impegnato con Street Fighter. Storia del cinema, e fatality autoinflitta.

Il caso Sonya Blade è ancora più assurdo. La parte era stata assegnata a Cameron Diaz, che all’epoca non era ancora Cameron Diaz per come la intendiamo oggi: The Mask era in post-produzione, New Line vide i giornalieri e capì di avere davanti una futura star. Diaz iniziò l’addestramento marziale ma si ruppe il polso poco prima delle riprese e il ruolo passò così a Bridgette Wilson, che arrivò quasi senza preparazione e dovette allenarsi direttamente sul set. La scena Sonya contro Kano venne girata tra le ultime proprio per darle tempo di diventare credibile; nel frattempo Anderson la soprannominò “RoboBabe”, il che è talmente anni ’90 da sembrare l’etichetta di un b-movie in VHS.

Vacanze in Thailandia e il set con l’ossigeno contato

Intanto per Raiden era stato reclutato Sean Connery, che però preferì non imbarcarsi in un ruolo fisicamente impegnativo e alla fine si passò all’ Highlander successivo, Christopher Lambert, che portò nel film una calma stranissima, da dio del tuono che sembra appena uscito da una vacanza lunga, costosissima e leggermente alcolica.

Le riprese del primo film partirono nell’agosto 1994 e finirono nel dicembre 1994. La produzione girò in Thailandia, usando templi come Wat Phra Si Sanphet, Wat Chaiwatthanaram e Wat Ratchaburana, con location raggiungibili anche via barca e attrezzature trasportate in condizioni poco comode. Gli esterni di Outworld vennero girati nell’ex Kaiser Steel mill di Fontana, in California, mentre le scene con Goro furono realizzate a Los Angeles.

Goro merita un altare separato: era un animatronic da circa 1 milione di dollari, creato da Tom Woodruff Jr. e Alec Gillis di Amalgamated Dynamics, mosso da una squadra di burattinai. Servivano tra 13 e 16 operatori per farlo funzionare, e la persona dentro il costume poteva resistere solo per circa due minuti alla volta per mancanza d’ossigeno. Il grande campione e boss finale di Outworld aveva in realtà meno autonomia di un GameBoy.

Anche gli attori si fecero male sul serio: Linden Ashby girò combattimenti fisici con il corpo pieno di antidolorifici, Robin Shou uscì dalle scene con costole ammaccate, e le sequenze Johnny Cage contro Scorpion e Liu Kang contro Reptile furono ampliate dopo i test screening perché il pubblico chiedeva più combattimenti, meno spiegazioni e più gente lanciata contro colonne, statue e pareti.

Mortal Kombat: Annihilation, il sequel che aprì troppi portali

Nel 1997 arriva Mortal Kombat: Annihilation, e il titolo fa quasi da confessione preventiva.

Alla regia c’è John R. Leonetti, direttore della fotografia del primo film, ciononostante sembrò che qualcuno avesse preso tutti gli appunti giusti del primo film e li avesse gettati in un portale dimensionale. L’idea produttiva fu di mettere più personaggi, più regni, più mostri, più costumi, più effetti, più mitologia. Il risultato è un film che sembra premere tutti i pulsanti del cabinato nello stesso momento. Tornano davvero solo Robin Shou come Liu Kang e Talisa Soto come Kitana; per il resto il cast cambia volto in modo disturbante: James Remar sostituisce Christopher Lambert come Raiden, Sandra Hess prende il posto di Bridgette Wilson come Sonya, Chris Conrad interpreta Johnny Cage per pochissimo, Brian Thompson diventa Shao Kahn, Lynn “Red” Williams è Jax, Musetta Vander è Sindel, Irina Pantaeva è Jade, Deron McBee è Motaro.

Il film durava circa 93 minuti, aveva rating PG-13, costò intorno ai 30 milioni di dollari e incassò circa 51,3 milioni nel mondo. Non abbastanza per continuare tranquilli, ma abbastanza per lasciare una cicatrice. Le riprese passarono tra Galles, Londra, Giordania e Thailandia, con location come Parys Mountain, Petra e gli studi di Leavesden. Tra le curiosità più note spunta anche Tony Jaa, indicato come stunt double di Robin Shou prima di diventare celebre con Ong-Bak. Il problema vero fu la corsa: effetti speciali non sempre rifiniti, troppi personaggi, troppe trame, troppi ingressi in scena da figurina: Annihilation voleva allargare l’universo di Mortal Kombat, ma finì per sembrare un trailer lungo, pieno di gente che entra, urla, combatte e sparisce. Il produttore Lawrence Kasanoff, avrebbe poi spiegato che gli effetti e il montaggio non erano finali e che il film venne distribuito senza essere davvero completato.

Mortal Kombat: Devastation, vent’anni di chiacchiere devastanti

Dopo Annihilation, Devastation era già nei piani.

Robin Shou aveva un contratto originario per tre film e Threshold Entertainment aveva previsto di avviare la produzione di un secondo sequel poco dopo l’uscita del film del 1997. Poi arrivarono le recensioni negative, il box office sotto le aspettative e il portale si richiuse con eleganza da saracinesca arrugginita. Il progetto rimase per anni in sviluppo con il titolo circolante Mortal Kombat: Devastation, tra riscritture, cambi di storia, cast e troupe. Nel 2001, il sito ufficiale Mortal Kombat ospitò persino un sondaggio chiedendo ai fan quali “babe” avrebbero preferito nel terzo film: segno che qualcosa, almeno nella testa dei produttori, continuava a muoversi.

Poi il progetto inciampò in tutto: sviluppo infinito, cambi produttivi, problemi legali, e persino l’uragano Katrina nel 2005, che colpì una delle location previste. Nel 2009, mentre si parlava ancora di sceneggiatura, talent e location già allineati, e Chris Casamassa, lo Scorpion del film del 1995, dichiarava che avrebbe ripreso volentieri il ruolo a settembre dello stesso anno, arrivò il vero boss finale: il tribunale fallimentare.

Warner Bros. Interactive Entertainment offrì 33 milioni di dollari per acquistare gran parte degli asset della società, compreso il franchise di Mortal Kombat. A quel punto Threshold Entertainment, la società di Lawrence Kasanoff fece causa sostenendo che alcuni diritti legati al franchise non erano semplicemente roba che Midway potesse vendere come se stesse svuotando il magazzino dopo un brutto trimestre. Threshold sosteneva di avere firmato nel 1993 un accordo con Midway che le dava una licenza esclusiva e perpetua per realizzare film e serie televisive basati su Mortal Kombat, compresi i sequel. Threshold rivendicò diritti su oltre 50 personaggi della saga, tra cui Liu Kang, Sub-Zero e Scorpion: il franchise, per come il pubblico lo conosceva fuori dai videogiochi, doveva moltissimo al lavoro di Kasanoff e della sua società.

Warner acquistò comunque gli asset nel luglio 2009, e il franchise sarebbe tornato al cinema solo con il reboot del 2021, cioè non come continuazione dei film anni ’90, ma come reset totale dopo più di vent’anni nel NetherRealm dello sviluppo mancato e delle cause legali.

Mortal Kombat fuori dal cinema: cartoni, webserie e altri incidenti

Attorno al torneo spunta subito una piccola giungla di prodotti laterali, più o meno ufficiali, più o meno dimenticati.

Mortal Kombat: The Journey Begins, film animato direct-to-video uscito nel 1995 su VHS e LaserDisc come prequel promozionale del film live action: Liu Kang, Johnny Cage e Sonya Blade viaggiano verso il torneo su una nave misteriosa, mentre l’opera mescola animazione tradizionale, motion capture e CGI dell’epoca. CGI dell’epoca, cioè quel territorio meraviglioso in cui un drago poteva sembrare insieme un dio antico e uno screensaver malato.

Poi arriva Mortal Kombat: Defenders of the Realm, serie animata del 1996 prodotta da Threshold Entertainment e Film Roman, trasmessa su USA Network per una sola stagione da 13 episodi, dal 21 settembre al 14 dicembre 1996. Un paradossale cartone del sabato mattina, senza smembramenti, senza decapitazioni, senza Fatality vere, ma con Scorpion, Sub-Zero, Sonya, Liu Kang, Jax, Kitana e compagnia messi a difendere il Regno della Terra come una squadra di supereroi. Il cast vocale era tutt’altro che anonimo e tra le voci figuravano Clancy Brown, Olivia d’Abo, Cree Summer, Luke Perry, Dorian Harewood e Ron Perlman. In pratica un Mortal Kombat, ma con la cintura di sicurezza, il controllo parentale e l’odore forte del merchandising.

Nel 1998 tocca invece a Mortal Kombat: Conquest, serie live action prodotta da Threshold Entertainment e New Line Television, sviluppata da Juan Carlos Coto e pensata come prequel: al centro c’è il Grande Kung Lao, interpretato da Paolo Montalban, affiancato da Siro e Taja, interpretati da Daniel Bernhardt e Kristanna Loken. La serie va avanti per 22 episodi, dal 3 ottobre 1998 al 22 maggio 1999, poi viene cancellata dopo una sola stagione. Costumi, arti marziali, set economici, mitologia espansa e la sensazione costante che Outworld fosse a tre metri dal parcheggio dello studio. Però Conquest è importante perché prova a fare quello che il cinema, dopo Annihilation, non riusciva più a fare: tenere aperto il portale narrativo della saga, anche con meno soldi e molto più coraggio involontario.

E come non parlare del bizzarro Mortal Kombat: Live Tour, uno spettacolo teatrale itinerante partito dal Radio City Music Hall di New York il 14 settembre 1995 e poi portato in tour in circa 200 città fino al 1996. Arti marziali, luci laser, musiche, mosse del videogioco riprodotte dal vivo, pubblico chiamato a urlare comandi tipo “Run!” o “Kick him!”, ma senza Fatality grafiche.

La resurrezione vera, però, passa da Mortal Kombat: Rebirth, corto del 2010 diretto da Kevin Tancharoen, con coreografie di Larnell Stovall e un’impostazione molto diversa: criminalità urbana, interrogatori, violenza sporca, Baraka e Reptile riletti quasi come mostri da cronaca nera. Era un proof of concept, un biglietto da visita per convincere Warner a rilanciare Mortal Kombat al cinema. Da lì nasce Mortal Kombat: Legacy, webserie uscita tra 2011 e 2013, sempre legata a Tancharoen: due stagioni, distribuzione online, tono più adulto, personaggi riorganizzati in episodi quasi monografici. Nel 2011, New Line e Warner annunciano anche un reboot cinematografico con Tancharoen alla regia e Oren Uziel alla sceneggiatura; il progetto avrebbe dovuto puntare a un rating adulto, con budget stimato tra 40 e 50 milioni di dollari e uscita immaginata per il 2013. Poi si arena. Nel 2013 Tancharoen lascia il film. Altro giro, altro portale chiuso.

Infine ci sono i film animati moderni Mortal Kombat Legends, che dal 2020 riportano la saga in una forma più libera, violenta e fan-service: Scorpion’s Revenge nel 2020, Battle of the Realms nel 2021, Snow Blind nel 2022 e Cage Match nel 2023. Qui Warner Animation usa l’animazione per fare quello che il live action deve sempre negoziare con budget, corpi, costumi e rating: spingere sulle Fatality, sui combattimenti, sulle linee temporali alternative e sui personaggi iconici. Cage Match, in particolare, riporta Johnny Cage al centro dell’attenzione, con un’avventura ambientata nella Hollywood anni Ottanta, tra attori marziali megalomani, demoni e sparizioni: e qui il cerchio della sperimentazione trash si chiude. Dopo aver attraversato cinema, VHS, cartoni, palchi, webserie e reboot mancati, Mortal Kombat trova proprio nell’ironia la chiave per riconnettersi col presente.

Il reboot del 2021: il torneo che non comincia mai

La saga torna al cinema nel 2021 con un reboot diretto da Simon McQuoid, prodotto da James Wan, Todd Garner, E. Bennett Walsh e dallo stesso McQuoid, con sceneggiatura di Greg Russo e Dave Callaham. Il film arriva in un momento poco comodo per qualsiasi blockbuster: uscita internazionale dall’8 aprile 2021, uscita americana il 23 aprile 2021, piena stagione pandemica, sale ancora ferite e distribuzione ibrida negli Stati Uniti tra cinema e HBO Max. Al box office chiude con 84.426.031 dollari nel mondo, l’apertura domestica fu di 23.302.503 dollari. Numeri non da imperatore di Outworld, ma nemmeno da cadavere lasciato nel Fighting Pit, considerando il contesto.

Il film prova subito a fare una cosa che i capitoli anni Novanta non avevano mai davvero osato: essere R-rated, sanguinoso, più fisico, più cupo, più vicino alle Fatality che i fan avevano in testa da decenni. L’apertura con Hanzo Hasashi / Scorpion, interpretato da Hiroyuki Sanada, e Bi-Han / Sub-Zero, interpretato da Joe Taslim, è probabilmente il momento in cui il reboot trova davvero la sua voce: meno karaoke arcade, più vendetta feudale con gelo, fiamme e famiglia massacrata. Lì Mortal Kombat sembra per un attimo ricordarsi che sotto il trash c’è una mitologia semplice e feroce: un uomo perde tutto, torna dall’inferno, e invece di fare terapia dice “Get over here”. Molto poco sano, molto efficace.

Poi però entra in scena Cole Young, interpretato da Lewis Tan, personaggio originale creato per il film, e qui comincia il problema grosso: in una saga che aveva già Liu Kang, Sonya, Kano, Jax, Raiden, Shang Tsung, Scorpion, Sub-Zero, Mileena e Kung Lao, il reboot decide di mettere al centro un nuovo arrivato. Cole è un lottatore MMA in crisi, marchiato dal drago, discendente di Scorpion, braccato da Sub-Zero e usato come porta d’ingresso per spiegare allo spettatore regni, torneo, campioni e marchi. Ma è un po’ come entrare in una sala giochi piena di cabinati accesi e trovare al centro della stanza il tutorial obbligatorio: troppa lore, poche botte.

Jessica McNamee è Sonya Blade, Josh Lawson è Kano, Mehcad Brooks è Jax, Ludi Lin è Liu Kang, Max Huang è Kung Lao, Tadanobu Asano è Raiden, Chin Han è Shang Tsung, Sisi Stringer è Mileena. Kano diventa il vero salvavita del film: sboccato, fastidioso, volgare, molto spesso fuori tono, quindi perfettamente dentro Mortal Kombat. Kung Lao porta finalmente sullo schermo il cappello-lama con la dignità di chi sa che quella cosa è ridicola solo finché non ti taglia in due. Sub-Zero è il miglior cattivo possibile: silenzioso, spietato, gelido anche prima degli effetti digitali. La cosa che manca, però, è proprio quella che il titolo prometteva da sempre: il torneo. Il film del 2021 prepara, addestra, spiega, seleziona, fa sudare, fa sanguinare, ma il Mortal Kombat vero resta sempre poco più avanti.

Todd Garner ha ammesso che per il primo film lo studio “non sapeva cosa avesse tra le mani” e che gran parte del film era rimasta incastrata nel solito fighting pit roccioso, lontano dalla varietà visiva degli stage del videogioco. Anche i fan furono molto espliciti su ciò che non avevano amato del film del 2021: niente torneo, arene poco memorabili, e un personaggio originale messo al centro di una saga che aveva già abbastanza carne al fuoco. Per il sequel, la produzione avrebbe scelto di ascoltare quelle critiche e provare a correggere il tiro.

Mortal Kombat II: meno chiacchiere, più botte e tutti al cinema.

Mortal Kombat II arriva oggi, 6 maggio 2026, nelle sale italiane distribuito da Warner Bros. Pictures; negli Stati Uniti l’uscita è fissata per l’8 maggio 2026. La regia è ancora di Simon McQuoid, mentre la sceneggiatura passa a Jeremy Slater, con il videogioco originale di Ed Boon e John Tobias come base. Il cast ufficiale mette subito sul tavolo la promessa che il primo film aveva lasciato appesa come un poster in cameretta: Karl Urban è Johnny Cage, affiancato da Adeline Rudolph, Jessica McNamee, Josh Lawson, Ludi Lin, Mehcad Brooks, Tati Gabrielle, Lewis Tan, Damon Herriman, Chin Han, Tadanobu Asano, Joe Taslim e Hiroyuki Sanada. Nel reparto creativo ci sono Stephen F. Windon alla fotografia, Yohei Taneda alla scenografia, Stuart Levy al montaggio, Cappi Ireland ai costumi e Benjamin Wallfisch alla musica. E stavolta non sembra il sequel del ’97 fatto con due fondali, tre torce e un portale riciclato.

I campioni si affronteranno finalmente in una battaglia all’ultimo sangue per fermare il dominio oscuro di Shao Kahn, minaccia diretta all’esistenza del Regno della Terra e dei suoi difensori, affiancati da Johnny Cage: struttura da torneo, lo spirito del videogioco, le arti marziali e il sangue. Entrano personaggi che nel reboot mancavano e che per i fan non sono accessori, ma arredamento sacro: Johnny Cage, Shao Kahn, Kitana, Jade, Sindel, King Jarrod e Quan Chi. Il film apre finalmente l’armadio della lore e ci trova dentro tutto: corone, lame, rancori familiari, regni tirannici, magie oscure e gente vestita come se il fantasy avesse litigato con il wrestling.

La scelta decisiva resta Karl Urban come Johnny Cage.

Perché Karl Urban è il dispositivo di sicurezza che impedisce a Mortal Kombat di diventare troppo solenne: è l’attore egocentrico, il divo marziale, il buffone con gli occhiali da sole, l’uomo che entra in una guerra tra regni e pensa comunque al proprio profilo pubblico. Per la sequenza del falso film Uncaged Fury, Urban dichiara di essersi ispirato a Leonardo DiCaprio in Once Upon a Time in Hollywood (cioè al gioco del film dentro il film, ma dentro il film del gioco), e per certi versi a Harrison Ford in Raiders of the Lost Ark. Detto così sembra una lezione di recitazione, poi ricordi che tutto serve a interpretare Johnny Cage, e torna l’ordine naturale delle cose: parodia, narcisismo e pugni nei punti bassi.

Ed Boon, co-creatore della saga di videogiochi, appare come cameo nei panni di un barista che serve Johnny Cage. È un cameo piccolo, ma simbolico: il padre del videogioco che versa da bere al personaggio più hollywoodiano del roster, dando il là alla sua missione per salvare il mondo, con quel tono sopra le righe che ti aspetti da una saga fondata anche sull’idea di estrarre colonne vertebrali come se fossero ombrelli. Ludi Lin ha raccontato che Jeremy Slater si è confrontato stavolta proprio con Ed Boon per scegliere elementi del gioco da inserire nel film: stage, Fatality, dettagli amati dai fan.

Anche Warner ci crede più di quanto credesse al primo giro. Le stime indicano per il Nord America un’apertura prevista tra 40 e 50 milioni di dollari, abbastanza per superare nettamente il debutto domestico del reboot del 2021, anche se non per sfidare i più grandi esordi live action dell’anno. New Line, inoltre, ha già messo in movimento Mortal Kombat III, con Jeremy Slater come sceneggiatore di ritorno. E qui la differenza con gli anni Novanta è quasi comica: dopo Annihilation, il terzo film diventò un fascicolo da tribunale; dopo Mortal Kombat II, il terzo viene preparato prima ancora che il pubblico americano abbia finito i popcorn del weekend d’apertura.

Questa sì che è una combo lunga.