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Parthenope, la recensione su Almanacco Cinema

Parthenope: il Tesoro di San Gennaro come costume di scena

Il Tesoro di San Gennaro diventa costume nel film Parthenope di Sorrentino: quando arte sacra e cinema si fondono in un’immagine potente.

Il Tesoro di San Gennaro è una delle collezioni di gioielli più preziosa al mondo, secondo alcuni esperi, persino più ricco di quello della Corona d’Inghilterra, ma è sopratutto simbolo dell’identità napoletana. Frutto di secoli di miracoli, promesse e devozione, è un atto d’amore collettivo verso il santo patrono. Ogni gemma racconta una storia di salvezza e gratitudine. Va ricordato, inoltre, che il Tesoro non appartiene né della Chiesa né dello stato: è proprietà del popolo napoletano.

Il sacro che diventa costume

Che Sorrentino abbia scelto proprio questo Tesoro per vestire la sua Parthenope non è casuale. È un gesto fortemente simbolico: è Napoli stessa a rivivere in quel corpo giovane, silenzioso, epico. Nel momento in cui la protagonista indossa quelle pietre, il film compie un rito laico e artistico. Il sacro si fa cinema, la devozione diventa visione. Il costume, creato con la collaborazione di Carlo Poggioli, non è solo un esercizio di stile. È un’affermazione: la bellezza ha radici antiche, e può ancora parlare con la forza nel presente.

Il bozzetto di Carlo Poggioli

Il bozzetto originale realizzato di Carlo Poggioli, mostra con precisione la volontà di mantenere intatta la forza visiva del Tesoro, trasformandolo però in qualcosa di vivo. Non possiamo definirlo una replica, ma una reinvenzione. Ispirato, sontuoso e rispettoso. Poggioli non è di certo nuovo a queste operazioni: costumista di lunga esperienza, sa coniugare perfettamente la spettacolarità con la profondità simbolica, offrendo al cinema un’estetica che dialoga con la storia e la cultura del territorio.

Ancora tu, Napoli

In Parthenope, Sorrentino torna a raccontare le mille sfaccettature della sua città. Ma stavolta lo fa con uno sguardo ancora più intimo. Parthenope non è solo un personaggio: è un’idea, una sirena, un riflesso della stessa Napoli.

Proprio come il mito: secondo la leggenda, Parthenope era una delle sirene che tentò invano di incantare Ulisse con il suo canto, mentre il suo viaggio lo portava vicino alla sua isola. Ma quando l’eroe resistette alla seduzione, Parthenope, lei disperata si gettò in mare e morì. Il suo corpo, trasportato dalle onde, approdò sulle coste di Napoli. Da quel momento la sirena divenne simbolo della città, una creatura che come Napoli stessa, è fatta di bellezza, malinconia e di un’irresistibile attrazione per chiunque la guardi. Vestirla con il Tesoro di San Gennaro è come chiudere un cerchio. Il cinema non solo racconta la città, ma la indossa, la incorpora, la onora.

Tra sacro e immaginario

Anche solo il pensiero di far indossare il Tesoro di San Gennaro ad un personaggio di finzione potrebbe sembrare un azzardo. Ma nel cinema di Sorrentino non ci sono provocazioni gratuite: c’è sempre un’intenzione profonda, un’estetica di sfida che incanta. Forse proprio così, Napoli, continua a raccontarsi: con fede, arte e con una bellezza che non chiede il permesso. In fondo, non è forse questo il potere dell’arte? Dare un nuovo corpo a ciò che credevamo immutabile?