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Regno Unito dopo il welfare state
Negli anni ’80, il cuore del consenso sociale derivato dal welfare state andava spaccandosi piano piano, mentre il cinema del Regno Unito cercava di tirarsi su.
Dopo un periodo di incredibile estensione artistica vissuta – seppur non nella sua piena interezza geografica – il cinema britannico sembrava lanciato verso un traguardo pressochè impensabile ed impossibile anche solo da pensare: superare il cinema statunitense. Due correnti fondamentali – il Free Cinema degli anni ’50 e la British New Wave degli anni ’60 e dei primissimi anni ’70 – dominavano il pensiero critico, ma non quello del pubblico.
Già a metà del decennio dei ’70, i finanziamenti americani per le produzioni del Regno Unito furono ridotte drasticamente, facendo ridurre, in modo proporzionale, la quantità di film realizzati. Così, si arrivò al 1980 con una media annuale di circa 25-30 film prodotti – numero più basso dal 1914 – mentre la società doveva fare i conti con l’elezione a nuovo Primo Ministro di Margaret Thatcher, l’anno precedente. E mentre il cinema si faceva forza a suon di produzioni indipendenti e qualche riconoscimento, il popolo britannico subiva le azioni socio-economiche del diavolo.
Il pop underground di Danny Boyle
Esisteva un Regno Unito di film in costume e semplici commedie, romantiche o non. Dagli adattamenti di romanzi a spaccati più o meno realistici di assurde situazioni, ma viste in una chiave comico-grottesca. Sembrava che solo gli ex Monthy Python potessero ancora fare un tipo di cinema diverso – come Brazil di Terry Gilliam – ma che non aveva alcun impatto sulla società, quanto essa sembrava non averne sull’autore.
Alcuni giovani registi, piccoli e principalmente indipendenti, ispirati dalla realtà di tutti i giorni, decisero di cambiare prospettiva. La vita non era proprio così facile, e si tornò ad uno stile anni ’50, ma mentre si parlava allora di una contrapposizione al consenso formato, qui era la durezza ed il conservatorismo dell’era Thatcher che allontanava la società, creandone un’alternativà squallida e spacciata nei film di Alan Clarke – Scum del 1979, Made in Britain del 1983 e Elephant del 1989 – fino ad arrivare a Danny Boyle – Piccoli omicidi tra amici del 1994 ed il capolavoro generazionale Trainspotting, del 1996.
La classe popolare di Mike Leigh
Se già la classe politica con cui si deve fare i conti non fosse abbastanza, ci sono altri problemi nelle famiglie britanniche. Forse, proprio sulla spinta del periodo, i rapporti inter-familiari diventarono sempre più tesi e duri, soprattutto nelle famiglie operaie e nella classe media-lavoratrice – la working class – producendo una nuova generazione di cineasti, provenienti proprio da quel contesto.
Mike Leigh fu uno di questi, riuscendo perfettamente a trasformare tutta questa rabbia e frustazione alienante in un contesto quasi demenziale e grottesco, realizzando pellicole spettacolari e particolarmente cupe come Naked e Segreti e bugie, ma anche con film come Belli speranze e Dolce è la vita, arrivati prima degli altri e molto più solari, nella loro disperazione.

Il socialismo proletario di Ken Loach
Ma, il cinema è anche altro. Non serve solo a trasportare indirettamente un immaginario collettivo comune per poi trarne un qualcosa di distaccato ed interpretativo. Il cinema è uno strumento economico, sociale e politico e, in quanto tale, esso deve essere usato in maniera astuta per esprimere un giudizio. Ken Loach è un maestro assoluto in questo, ed ha trasformato le sue idee in un manifesto cinematografico.
Già dal 1981 con Uno sguardo, un sorriso, Loach ci mostra un paese in ginocchio, e che sta distruggendo tutte le nuove speranze delle nuovi generazioni. Dopo film introvabili tuttora come Which Side Are You On? e Fatherland, Loach ha inanellato una serie consecutiva di pellicole sulla classe più povera e sull’impossibilità di vedere un futuro migliore. Riff-Raff, Piovono pietre, La canzone di Carla, My Name Is Joe, Paul Mick e gli altri e via dicendo.
Full Monty e l’altra commedia
Come abbiamo detto, prima di questo, insieme ad i film in costume – che continuano ad essere prodotti intensamente anche negli anni ’90 – la commedia fa da padrone al botteghino e tra il pubblico, forse riuscendo a distrarlo dalle macerie della civiltà fuori dal grande schermo. Ma la commedia irriverente e dal tono slapstick-satirico dei Monthy Python viene sostituita da una nuova commedia.
Mike Newell prima, Richard Curtis poi e così via: nasce l’icona di Hugh Grant come sex symbol ed interprete di un tipo di commedia romantica, sensibile e carica di melodramma. Un pò come successo con Tom Cruise negli States, si crea una nuova commedia. Ma qualcuno vuole dimostrare di saperne fare una dichiarazione politica: nel 1997 esce il bellissimo Full Monty di Peter Cattaneo e con Robert Carlyle, musa anche di Ken Loach.