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Something’s Got to Give, il vero Libro Rosso di Marilyn Monroe

Something’s Got to Give, il vero Libro Rosso di Marilyn Monroe

In occasione del centenario della nascita di Marilyn Monroe, un focus su Something’s Got to Give, il film incompiuto che mostra il conto finale di Hollywood.

Scritto per la 20th Century-Fox come remake di My Favorite Wife, diretto da George Cukor e interpretato da Marilyn Monroe accanto a Dean Martin e Cyd Charisse, Something’s Got to Give partì con un impianto da commedia sofisticata e finì come un fascicolo industriale pieno di rinvii, assenze, fotografie, sostituzioni, querele e materiale incompleto.

Le riprese principali iniziarono il 23 aprile 1962; il 1° giugno Monroe era ancora sul set con Dean Martin e Wally Cox; l’8 giugno venne licenziata; il giorno dopo Fox la citò per danni. Un anno più tardi lo studio riprese lo stesso progetto sotto un altro nome, Move Over, Darling, con Doris Day, James Garner e Polly Bergen.

In Something’s Got to Give, Ellen Arden viene creduta morta dopo essere scomparsa in mare per cinque anni. Quando torna improvvisamente a casa, scopre che il marito Nick si è risposato con Bianca, e per restare vicino ai figli si finge un’altra donna. Qualcosa di sinistro e profetico si nascondeva in questa commedia degli equivoci: Marilyn sarebbe riapparsa svuotata della propria identità, come presenza perturbante, come un oggetto parziale.

Il remake e il reparto contabile di 20th Century-Fox

Nel 1962 la 20th Century-Fox aveva un problema gigantesco chiamato Cleopatra, kolossal con Elizabeth Taylor, che l’aveva piegata con ritardi e costi esorbitanti. Something’s Got to Give doveva essere una commedia di recupero: un titolo noto, una star gigantesca e una macchina da studio capace di riportare ordine e liquidità.

Invece il film si inserì subito in un clima nervoso. Il BFI, che nel 2026 ha inserito Something’s Got to Give nella stagione del centenario Monroe come suo “final unfinished project”, ricorda che le riprese furono ritardate più volte per i problemi di salute dell’attrice e che i dirigenti Fox si irritarono ulteriormente quando Monroe lasciò la produzione il 19 maggio 1962 per cantare al gala di compleanno di John F. Kennedy.

Lawrence Schiller, che seguiva il set da vicino, riportò che sui 32 giorni lavorativi trascorsi dall’inizio delle riprese Monroe era stata disponibile per circa 12. A quel punto Peter Levathes, capo della Fox, visionò il materiale già girato (circa 40 minuti con Monroe “in character”) e concluse che non bastava per continuare alle stesse condizioni.

Il 8 giugno 1962, una settimana dopo il suo trentaseiesimo compleanno, Monroe venne licenziata. Il produttore Henry Weinstein quantificò in mezzo milione di dollari il costo complessivo delle sue indisponibilità, e il giorno dopo partì la causa. Da quel momento in avanti Something’s Got to Give diventò un caso da ufficio legale girato dentro uno studio cinematografico.

La piscina e le copertine erotiche: il corpo di Marilyn come ultima arma contrattuale

La scena più famosa del film è anche la più significativa.

Monroe torna a Los Angeles il 20 maggio 1962 per riprendere il lavoro. Il 23 maggio, allo Stage 14 del backlot Fox, viene girata la sequenza della piscina. Il set fu gestito con una precisione quasi ossessiva: sicurezza stretta, Cukor che allontanava i curiosi, riprese dalle 9 alle 16 con pausa pranzo di venti minuti, Monroe in acqua tutto il tempo a eseguire i movimenti richiesti.

In quella scena, e nelle fotografie realizzate sul bordo piscina, c’era già tutto il paradosso del progetto: il film era in affanno, ma l’immagine di Monroe continuava a funzionare come una macchina perfetta di attrazione pubblicitaria. Schiller dichiarò che fu Monroe stessa a capire che quella scena avrebbe potuto spostare l’attenzione mediatica da Elizabeth Taylor e “colpire” Fox sul terreno che contava davvero: la circolazione mondiale delle immagini.

Le fotografie finirono su Life e su numerose riviste straniere; una ricostruzione successiva della vicenda parla di oltre 70 copertine in 32 paesi. In quei giorni però, Monroe era una diva che non governava più il proprio mito. Il set la espose come un corpo ancora potentissimo sul piano dell’immagine, mentre era già sotto una pressione feroce, consumata dal conflitto con lo studio, dalle calunnie e manipolazioni produttive e mediatiche.

Dal riflesso distorto di Hollywood.

Lee Remick, Dean Martin, trentasette minuti e nove ore di residuati bellici

Dopo il licenziamento, Fox prova a sostituire Marilyn Monroe con Lee Remick, ma Dean Martin lasciò la produzione per protesta, lo studio lo citò a sua volta, e Martin rispose con una controcausa da 6 milioni di dollari, accusando Fox di diffamazione, cospirazione e violazione del contratto. Il 11 giugno 1962 Fox annunciò la sospensione indefinita della produzione.

Nel 1990 un documentario dedicato al progetto mostrò ampi estratti; nel 2001 AMC presentò Marilyn Monroe: The Final Days, documentario che includeva la ricostruzione montata di 37 minuti di Something’s Got to Give, abbastanza per vedere tono, tempi, movimenti, presenza scenica, chimica incompleta e direzione delle scene.

Ne emerge il Dossier di un film fermato nel pieno di una guerra industriale, e insieme la prova concreta che quel film aveva già preso forma mentre tutto, intorno, si muoveva per bloccarlo: ne emerge una Monroe con difficoltà nelle battute e nel restare connessa agli altri attori.

Dopo il licenziamento, Monroe si spese in servizi fotografici, interviste, presenze pubbliche: e ovviamente funzionò. Il 1° agosto 1962 firmò un nuovo accordo da 1 milione di dollari per due film e la produzione di Something’s Got to Give sarebbe dovuta riprendere. Morì quattro giorni dopo.

Digital Marilyn e il business del controllo postumo

Online circolano da anni screen test, outtake e frammenti di Something’s Got to Give riproposti in versioni “4K 60fps”, ottenute con denoise, upscale e frame interpolation. Non è semplice pulizia del segnale: vengono aggiunti fotogrammi, aumentata la definizione, lisciata la grana, cambiato il ritmo stesso dell’immagine. Un materiale girato nel 1962, con una sua consistenza fotografica e una sua cadenza, viene trascinato dentro una fluidità moderna che assomiglia più a una lucidatura che a un vero restauro. La tecnologia di oggi è in grado di imporre una nuova temporalità e una nuova pelle visiva, ma la cosmesi artificiale non è mai stato il vero problema.

Digital Marilyn” ha debuttato al SXSW nel 2024: un avatar conversazionale sviluppato da Soul Machines insieme ad Authentic Brands Group, la società che gestisce commercialmente il marchio Marilyn Monroe e ne gestisce tecnologicamente l’interfaccia: voce modellata, espressioni ricreate, conversazione simulata, personalità confezionata per il pubblico. Lo stesso anno, l’U.S. Copyright Office ha dedicato il primo capitolo del suo rapporto sull’AI proprio alle digital replicas, arrivando a raccomandare una legge federale sul tema, per rafforzare la protezione della likeness digitale dei performer, compresi quelli deceduti.

Something’s Got to Give torna in scena con strumenti nuovi. Nel 1962 la Fox voleva comandare il tempo di Marilyn, la sua presenza sul set, la sua affidabilità industriale e la sua reputazione pubblica. Oggi il terreno è digitale, passa per licenze, software e diritti di sfruttamento postumo, ma la logica è identica: chi controlla la faccia, la voce, i gesti, il diritto di farla riapparire? Chi decide se Marilyn debba restare un archivio o diventare un prodotto interattivo?

Il conflitto che esplose allora non è morto con il set. Cambiano gli strumenti, resta il vizio.

Il suicidio, il libro rosso e Mafia Honey

Marilyn Monroe era una grande appassionata di Freud. E di pillole.

Jean-Paul Sartre scrisse una sceneggiatura su Freud per un film di John Huston e insistette perché il ruolo di Anna Freud venisse affidato a Marilyn Monroe. Il progetto sfumò, e per Monroe restò uno dei rimpianti più vivi di cui parlare sul lettino dell’analista Ralph Greenson, mentre cercava altre persone da diventare, con lo spirito disponibile e artistico fino al midollo che la contraddistingueva.

Pare scrivesse un diario segreto, lo chiamava “Il libro rosso”.

La morte di Marilyn Monroe, avvenuta tra il 4 e il 5 agosto 1962 nella casa di Brentwood, è stata ufficialmente classificata dal coroner di Los Angeles come “probable suicide” per overdose di barbiturici, e il riesame disposto dal District Attorney nel 1982 concluse di non avere trovato alcuna prova credibile di omicidio o cospirazione. Proprio quel verdetto, però, ha alimentato per decenni un sottobosco di versioni parallele: i Kennedy, la mafia, i servizi segreti, l’insabbiamento medico, la scena “troppo ordinata ” e probabilmente manipolata, nessuna traccia delle capsule di Nembutal nel suo stomaco.

Accanto a questo immaginario torbido resiste però anche un dettaglio concreto, quasi disarmante: Mafia Honey, o Maf, il nome che Marilyn diede al cagnolino regalatole da Frank Sinatra nel novembre 1960 subito dopo la sua separazione da Arthur Miller, che la accompagnò negli ultimi due anni della sua vita. Un fermo immagine perfetto del suo mondo negli ultimi anni, tra amicizie potenti, rotture private e un sistema di relazioni che le stava sempre addosso.

Due Polaroid del cane, decenni dopo, avrebbero superato i 220 mila dollari all’asta. Perfino il cane di Marilyn, in fondo, è stato trascinato dentro il mercato del mito.