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Il lungo addio, un Marlowe in salsa anni Settanta

Il lungo addio (The Long Goodbye), uscito nel 1973, è il nono film diretto da Robert Altman. Una crime story dai risvolti inaspettati.

Protagonista è il celebre detective Philip Marlowe, nato dalla fantasia dello scrittore statunitense Raymond Chander, considerato l’autentico fondatore del genere hardboiled: la tendenza a dare vita a storie, e a personaggi di detective, duri e puri, dalla forte tempra.

L’omonimo romanzo dal quale fu tratto il film, pubblicato nel 1955, ottenne il riconoscimento più prestigioso assegnato ad un romanzo giallo: l’Edgar Allan Poe Award.

Chandler e Marlowe, il legame con l’industria cinematografica

Chandler firmò con la Paramount nel 1943 e creò una serie di opere con Marlowe come protagonista, fino al 1953. Oltre alla narrativa, Chandler scrisse per il cinema, trasponendo diversi dei suoi romanzi.

Ad impersonare sul grande schermo il detective ruvido ma dal cuore d’oro furono attori come Robert Mitchum e Humphrey Bogart. In tempi recenti anche il “gigante buono” Liam Neeson (in Detective Marlowe, film del 2022).

Chandler contribuì anche a sceneggiature di altri film noir e polizieschi di successo, tra cui La fiamma del peccato (1944) di Billy Wilder, e L’altro uomo (conosciuto anche come Delitto per delitto, 1951) di Alfred Hitchcock.

Il lungo addio, la trama

Questa la trama in breve: la vita del detective Philip Marlowe viene travolta quando si trova a dover indagare sulla morte della moglie di un suo amico, Terry Lennox.

Dalle indagini, e dagli incontri che farà il detective, emergeranno verità sorprendenti, che lo porteranno a diffidare di tutte le sue certezze in materia.

Il lungo addio, ovvero come ti trasporto Marlowe negli anni Settanta

In quella fase Marlowe è, a tutti gli effetti, “l’uomo che non deve chiedere mai” della sua epoca. In questo film, grazie all’ambientazione più attuale e alla fresca e interpretazione di Elliott Gould, diventa a tutti gli effetti un uomo degli anni Settanta.

Che ha per vicine di casa un gruppo di giovani ragazze che fanno yoga e meditazione mezze nude in terrazzo, verso le quali ha un atteggiamento quasi paterno. A contribuire all’aria molto Seventies è anche la fotografia dai toni smorti, tipica del periodo.

La caratterizzazione di Marlowe lo rende un personaggio versatile: scapolo, bevitore, strenuo difensore degli ultimi, frequentatore di ambienti poco raccomandabili, sempre con una sigaretta in bocca. Marlowe è un personaggio che ben si adatta a diversi contesti storici.

La sua duttilità lo ha reso tanto celebre da apparire anche in storie scritte non da Raymond Chandler ma da altri autori, come ad esempio l’Osvaldo Soriano di Triste, solitario y final, romanzo che verrà pubblicato un anno dopo l’uscita di questo film.

Una storia non fedele al romanzo originale

La trama si discosta notevolmente dal romanzo del 1953, con cambiamenti significativi come il finale e l’introduzione di nuovi personaggi, come il gangster Marty Augustine.

La sceneggiatrice Leigh Brackett si prese diverse libertà narrative, incluso un gesto di Marlowe che si ispirato al film Dirty Harry.

La scena finale della pellicola è un evidente richiamo a Il terzo uomo di Orson Welles, così come il monologo finale di uno dei personaggi.

Un gatto come alter ego del grande detective di Il lungo addio

Fin da subito catalizza le attenzioni: il film, infatti, si apre su Marlowe determinato ad andare a cercare in un drug store una scatoletta del suo cibo preferito in piena notte.

Alla fruttuosa ricerca seguirà una visita inaspettata a Marlowe da parte di un vecchio amico e vicino di casa, Terry Lennox, dal quale prenderà avvio ufficialmente la storia.

L’ambientazione del film: Los Angeles notturna e in interni

Quando non ci troviamo nell’appartamento a buon mercato di Marlowe, siamo nella sfarzosa villa fronte mare della coppia Eileen e Roger Wade.

Tutto ciò contribuisce a restituire un’atmosfera tesa, da bassifondi, in cui serpeggia sempre qualcosa di cui non si percepisce la sostanza.

Il lungo addio, il cast

Con lui nasce un sodalizio che proseguirà un anno dopo, nel 1974 con California Poker, e arriva fino al 1992, anno in cui apparirà in un cameo in I protagonisti, altra storia di detective.

Ad affiancarlo nel film è Sterling Hayden nel ruolo del romanziere miliardario Roger Wade. All’epoca Hayden è già comparso in due film di Stanley Kubrick (Rapina a mano armata e Il dottor Stranamore, ndr) ed è appena apparso al cinema in Il padrino (1972).

Nel ruolo della moglie di Roger, Eileen, troviamo Nina Van Pallandt, baronessa apparsa al cinema anche in altri due film diretti da Altman: Un matrimonio (1978), e Quintet (1979). Prolifica attrice di serie tv, si è ritirata dalle scene cinematografiche nel 1983, dopo aver partecipato anche ad American Gigolò (1980) al fianco di Richard Gere.

Il personaggio del gangster sadico Marty Augustine (doppiato in italiano da Ferruccio Amendola) è Mark Rydell, attore più noto come regista. Nel 1973 girerà Un grande amore da 50 dollari, 8 anni dopo dirigerà il film candidato agli Oscar Sul lago dorato. Da attore, comunque, Rydell apparirà nel film più autobiografico di Woody AllenHollywood Ending (2002).

Infine, a vestire i panni dell’enigmatico Terry Lennox è il giocatore professionista di baseball americano Jim BoutonIl lungo addio rappresenta il suo esordio cinematografico e l’inizio di una carriera poco prolifica nel cinema. Bouton, infatti, apparirà solo in due film e in una serie tv.

Il lungo addio, qualche curiosità

Nel film fa una piccola parte anche l’attore di Kill Bill Volume 1 e 2 David Carradine. Infine, appare in un breve cameo anche il regista Robert Altman, nei panni di un autista dell’ambulanza.

La musica del film è a cura del celebre compositore cinque volte Premio Oscar John Williams, noto per essere collaboratore abituale di Steven Spielberg. Williams aveva già collaborato con Altman per Images (1972). In quel periodo iniziava ad avere successo: solo nel 1973 uscirono al cinema cinque film per i quali aveva composto l’accompagnamento musicale.

Un plauso speciale va al direttore della fotografia Vilmos Zsigmond, che cinque anni dopo si aggiudicherà il Premio Oscar per la cinematografia di Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977). Secondo il critico cinematografico Paolo Mereghetti, la sua fotografia notturna in questo film è “stupefacente”.

Le conclusioni

Il Philip Marlowe di Elliott Gould è meno “uomo fatale” e più disinvolto rispetto ai precedenti Marlowe, apportando una freschezza molto gradevole alla storia e al personaggio.

Il colpo di scena nell’ultima parte del film e della storia è pienamente soddisfacente per lo spettatore. Da riscoprire.

Recensione a quattro stelle su Almanacco Cinema

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