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Il regno del pianeta delle scimmie, La recensione

Wes Ball ci porta il nuovo capitolo della saga de Il pianeta delle scimmie. Ma questo nuovo inizio sarà in grado di dare nuova vita alla storia?

Ambientato 300 anni dopo la trilogia firmata da Rupert Wyatt e Matt Reeves. La storia segue la giovane scimmia Noa che per salvare il proprio clan da un potente nemico intraprende un viaggio che lo porterà a mettere in discussione tutto ciò che conosce.

Wes Ball prende le redini della saga

Wes Ball (La trilogia di Maze Runner) ci presenta un film con cui sceglie di intraprendere una strada molto differente dai capitoli precedenti. Si abbandona l’epica e il dramma portati dalla storia di Cesare, in favore di un’avventura ispirata al cinema per ragazzi già familiare al nostro regista. 

La regia di Ball sorprende. La scelta di girare in esterna è vincente ed è chiara la voglia di stupire con una grande varietà di idee. Ma è anche evidente la mancanza nel film di una mano artistica che possa essere distinguibile e di grande impatto.

Il film da subito ci immerge nel suo mondo grazie a un bellissimo primo atto. La prima sequenza emoziona e la nostra introduzione ai personaggi è riuscitissima, gettandoci in una scena di grandissima tensione per poi lasciarci vivere il villaggio e la cultura del nostro protagonista.

Ma la storia che ci viene presentata, oltre a sembrare ricalcata da The War- Il pianeta delle scimmie, è prevedibile. Non vi è alcun tentativo di uscire dai canoni di una banale narrativa per ragazzi. La sceneggiatura di Josh Friedman (La guerra dei mondi, Black Dahlia) è forse il punto più debole del film.

Mancano emozioni, manca carattere, manca iconicità e manca voglia. Ma ancor di più manca nello spettatore di un senso d’urgenza e di avventura. Non sono poche le scene che funzionano, cito la bellissima sequenza del telescopio, ma il più delle volte è solo merito della buona messa in scena.

Il viaggio di Noa è pregno di disordine e distrazioni ed una volta arrivati al regno, che sembra più un lontano paesino che un imponente impero, è difficile provare un grande interesse.

Anche l’eredità di Cesare, uno dei temi cardine e tanto promessi del film, non viene mai pienamente affrontata. Non si vanno a destrutturare l’idee proposte ed il tutto sembra limitarsi a un continuo fanservice per ricordare al pubblico la bellezza dei film precedenti.

pianeta delle scimmie

La terra dopo Cesare

Se il film pecca in sceneggiatura è invece innegabile il suo talento nel world building. Veniamo trasportati in mondo in cui la tecnologia diventa natura, e la natura diventa casa.

La tribù presentata è ben realizzata, piena di cultura e con un villaggio ricco di dettagli e di idee. La grande attenzione alle scenografie e ai costumi è forse anche superiore a quanto visto nei capitoli precedenti.

Ci troviamo davanti a un vero e proprio gioiello tecnico in cui è impossibile distinguere il vero dal falso. Grazie alla vastissima gamma di meravigliosi design ogni scimmia risulta unica e riconoscibile.

Gli artisti della Weta FX riescono nuovamente a superare i livelli di perfezione tecnica e artistica del capitolo precedente e il lavoro di motion capture rimane impeccabile.

La fotografia, firmata da Gyula Pados (Jumanji Benvenuti nella giungla, Shazam! Furia degli dei), ci regala immagini spettacolari e paesaggi mozzafiato, che vanno a peccare solo in alcune sequenze notturne che risultano fin troppo buie.

Lunghe riprese piene di movimento ci fanno godere il viaggio e le spettacolari scene d’azione ben coreografie e mai dispersive, supportate dall’ottimo montaggio realizzato da Dan Zimmerman (La torre nera, Maze Runner), mai evidente a un livello tale da dare più volte la sensazione si stia assistendo a diversi piani sequenza.

La colonna sonora di John Paesano (Maze Runner, Daredevil) risulta piacevole e riesce ad aggiungere tensione e atmosfera alle scene, ma è lontana dal molto più interessante lavoro svolto da Michael Giacchino o Patrick Doyle. Ci troviamo davanti a brani buoni ma dimenticabili e che non riescono mai a prendere scena.

Infine ci viene presentato un meraviglioso e immersivo comparto sonoro. Ho visto il film in una sala Atmos ed è un formato perfetto in questo caso. Le foreste respirano, i mari urlano e le tecnologie umane sembrano bestie da altri mondi che terrorizzano i nostri protagonisti con il loro ringhio.

Insieme, forti.

Il nostro protagonista, Noa, riesce solo in parte a reggere il film. Va innanzitutto elogiata l’interpretazione di Owen Teague (It, Eileen), straordinaria nei movimenti e nelle espressioni nonostante il mediocre lavoro di doppiaggio impedisca di poterne godere a pieno, e questo è vero per buona parte del cast. Il viaggio di Noa risulta scontato, la sua evoluzione è costante ma a causa della mancanza di un carattere definito il suo cambiamento non risulta sincero o naturale. Il personaggio funziona solo quando ha modo di interagire con altri.

L’umana May, interpretata da Freya Allan (The Witcher), è un altro grave punto debole del film. A primo impatto ci viene presentato un personaggio intrigante e misterioso, ma non passa molto prima di diventare ovvio e già visto. Con motivazioni mai chiare e intenzioni confuse, May segue un copione già visto, rallenta il ritmo del film e la sua storia risulta più utile a costruire un sequel che al film in sé. 

Proximus Caesar è un villain d’impatto e Kevin Durand (Quel treno per Yuma, Robin Hood) domina lo schermo. Divertente e divertito, Proximus è caratterizzato da sincerità, carisma e una follia nata dalla sua brama di sapere e di potere che ricorda un cattivo disneyano vecchio stampo. Ma sono la sua ignoranza, la sua testardaggine e il suo comando dittatoriale a renderlo un antagonista temuto e da temere. Il film decide però di tenercelo nascosto il più del tempo, non lasciandoci godere a pieno la sua follia e facendolo passare per un generale egocentrico piuttosto che un vero e proprio imperatore.

Conclusioni

Il regno del pianeta delle scimmie è un buon film per ragazzi che cerca di parlare a un pubblico troppo adulto. Un film che riapre una parentesi già meravigliosamente chiusa solo nel 2017, con l’intenzione di aprire una nuova trilogia per cui veniamo lasciati con poco interesse.

Si vuole costruire sul passato senza mai pensare al futuro. Si prostra a noi un mondo di scimmie in cui si torna però a concentrarsi sugli umani. La paura di osare e fallire porta a una più generica narrativa d’intrattenimento.

Un film tecnicamente meraviglioso e che, nonostante l’eccessiva durata di quasi due ore e mezza, riesce a intrattenere con i suoi momenti di puro e riuscitissimo spettacolo. Ma la mancanza di mordente e iconicità lo rendono il film una piacevole anche se dimenticabile esperienza da godersi in sala, che più che segnare un nuovo inizio sembra nuovamente indicare la fine della saga. 

Recensione a tre stelle su Almanacco Cinema