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Filippo de Masi: di cinema, memoria e mistero
L’intervista a Filippo de Masi racconta il cinema come ascolto: dalla musica di Francesco de Masi alla scrittura fantastica de I Ponti.
Prima ancora della tecnica, prima ancora dell’esperienza, c’è un modo di stare davanti alle cose senza consumarle. In questa intervista la parola che torna con più forza è sensibilità. Non come ornamento, non come posa sentimentale, ma come strumento di lavoro: la capacità di ascoltare una storia, una voce, un luogo, una musica, un animale, una persona sul set.
Il percorso di Filippo de Masi attraversa cinema, documentario, radio, televisione e scrittura, ma il filo non è soltanto professionale. È un’idea precisa del mestiere: rispettare le gerarchie senza perdere l’attenzione per chi lavora nell’ombra, conoscere la tecnica senza trasformarla in esibizione, usare la musica non come riempitivo ma come parte viva del racconto.
Dal padre Francesco de Masi a Folco Quilici, dalla radio alla regia televisiva, dai mestieri che rischiano di sparire fino al romanzo I Ponti, emerge una visione concreta: raccontare significa prima di tutto accorgersi. Di un dettaglio, di un tono, di una memoria che sta scomparendo, di una paura che nasce dentro un paesaggio reale.
È lì che la sensibilità diventa ascolto, ed è lì che il mestiere smette di essere solo mestiere.
Almanacco Cinema: l’intervista a Filippo de Masi
Lei è cresciuto letteralmente dentro il cinema: la moviola di sua madre, lo studio di suo padre, copioni, rulli, musicisti, registi. Quando ha iniziato a capire che quel mondo non era solo “casa”, ma sarebbe diventato anche il suo linguaggio?
“L’ho capito prestissimo: quando ero molto piccolo, mia nonna mi leggeva Pinocchio prima di dormire; quando la Rai trasmise la serie di Comencini, compresi che quel mezzo era capace di far diventare realtà ogni sogno, ogni fantasia, ogni favola e io ne volevo far parte! Confesso che le musiche del maestro Fiorenzo Carpi, ricordato davvero troppo poco, ebbero un ruolo fondamentale! L’unica cosa che mi ha fatto dubitare per qualche anno è stato l’amore per gli animali… ho studiato medicina veterinaria, ma con grande rammarico non mi sono mai laureato”.
Suo padre, Francesco de Masi, ha attraversato western, polizieschi, horror, commedie, film d’avventura. Qual è l’insegnamento artistico più concreto che sente di aver ereditato da lui? E quali altri maestri, incontri o esperienze hanno formato il suo modo di raccontare?
“La cosa più grande che ho ereditato da mio padre è stata la sensibilità. Senza di quella non si può realizzare un bel niente. Ovviamente, poi, ho appreso anche tante altre nozioni come il rispetto verso il prossimo in generale, ma anche nei confronti delle gerarchie; la professionalità nel lavoro e l’impegno che va profuso quando si crede in qualcosa. Dal punto di vista artistico vale un po’ lo stesso discorso, io ho sempre rispettato tutte le persone che lavorano con me dai miei superiori all’assistente che si carica cavalletti e stativi sul set e anche nella regia ci sono regole che devono necessariamente essere seguite.
Grazie a mio padre, poi, ho conosciuto davvero tanti professionisti straordinari: direttori d’orchestra (il mio padrino è stato il maestro Franco Ferrara e al battesimo c’era il maestro Riccardo Muti… tanto per dire), musicisti come Sandro Alessandroni e come il maestro Bruno Nicolai; registi eccezionali come Sergio Citti, Enzo G. Castellari, Mario Caiano (col quale ho anche lavorato in due film come aiuto). Quello che però più ha influito nella mia vita professionale, è stato Folco Quilici il quale, oltre ad essere stato un fotografo senza pari e un regista superlativo, è stato pure un grande scrittore! Ecco, spero di poter diventare, un giorno, come lui.
La cosa che mi viene riconosciuta professionalmente è che riesco sempre a portare a casa il lavoro, sia con tanti mezzi e grandi possibilità, sia in emergenza con due pinze e una tenaglia (come si dice a Roma). E anche questo l’ho appreso da mio padre che si dedicava con egual impegno tanto quando era chiamato a realizzare lavori di enorme respiro, quanto nel momento in cui gli veniva proposto un film modesto, di pochissime pretese.
Racconto un aneddoto: un anno a Voyager, il programma di Roberto Giacobbo, dovevamo girare uno speciale di Natale a Gerusalemme. Io pensavo che avrei avuto a disposizione l’impossibile, almeno tre troupe, un drone, steadycam, luci e mezzi di ogni genere. Invece ci diedero un solo operatore e un fonico! Ci guardammo con Roberto come a dirci “… e adesso?”. Facemmo di necessità virtù: inventammo su due piedi un nuovo modo di raccontare un documentario andando alla scoperta (lui per primo) di ciò che vedeva, con l’operatore che lo seguiva passo passo dentro cunicoli, caverne, templi e rovine. Io seguivo con una telecamera amatoriale e filmavo il backstage che mi sarebbe servito per eseguite i tagli al montaggio. Bene, quello speciale costato quanto un minuto di altri programmi assai blasonati, è ancora oggi record di ascolti per una prima serata dedicata all’approfondimento culturale su Rai Due.
Poi a un certo punto, dopo oltre 40 anni di lavoro tra sale di doppiaggio, radiofonia, set, viaggi e regie ho sentito l’esigenza di scrivere e di raccontare sia le mie esperienze professionali, sia le storie che da tanto tempo avevano iniziato a maturare nella testa. Diciamo che ho pensato anche al mio futuro che non potrà più essere dedicato alla regia, ma, come dico sempre, non sarà certo dietro un cantiere a guardare i lavori degli operai”.
Francesco de Masi è stato spesso identificato con il cinema di genere, ma dietro quelle colonne sonore c’era una scrittura musicale molto raffinata. Secondo lei oggi suo padre è ricordato nel modo giusto, o c’è ancora una parte della sua opera da riscoprire davvero?
“Giustissimo. La scrittura musicale di mio padre è il frutto di una cultura che non aveva pari. Oltre che compositore di musiche da film, papà è stato un direttore d’orchestra eccezionale capace di dirigere le formazioni più prestigiose del mondo. Ha diretto in Russia, in Germania in Romania, in America e in tutti i Teatri italiani, compresa l’orchestra de Teatro dell’Opera di Roma. Aveva due cattedre al Conservatorio di San Pietro a Maiella, prima e a quello di Santa Cecilia poi. Era diplomato in corno e aveva suonato nella Scarlatti di Napoli diretto anche da Toscanini. Conosceva tutta la musica classica e quella moderna al punto di riconoscere una qualsiasi composizione ascoltando massimo due battute. Ha pubblicato una decina di dischi di musica classica dirigendo Mozart, Boccherini, Beethoven e Shostakovitch. Ha composto brani di musica classica contemporanea, alcuni fortunatamente editi, per flauti e percussioni, per fiati e per orchestra e voce soprano. Sembrerà assurdo ma diciamo che la musica da film per lui (e sottolineo per lui) era davvero un impegno marginale”.
Prima di dedicarsi totalmente al cinema, lei studiava Medicina Veterinaria: che rapporto ha avuto, e ha ancora oggi, con gli animali? È una passione rimasta fuori dalla sua carriera o in qualche modo ha influenzato anche il suo sguardo di narratore?
“L’amore per gli animali deriva, come ho detto, dalla sensibilità. Loro sono il vero capolavoro della natura (o per chi crede, di Dio). Danno senza chiedere mai. Hanno gli stessi nostri diritti di vivere in questo pianeta e devono essere rispettati come esseri viventi capaci di gioire e soffrire esattamente come noi. Quanti sostengono che gli animali hanno solo l’istinto a guidarli, sono affetti da ignoranza crassa, una malattia che oggi ha milioni di pazienti, per scovarli basta fare un giro sui social. Ormai anche scientificamente esistono prove che gli animali non solo sono intelligenti, ma provano sentimenti esattamente come noi.
Io ho sempre avuto amici a quattro zampe, sin da quando ero un bambino. Oggi ne ho quattro che provengono tutti da storie particolari: una è stata presa da una scatola abbandonata sul ciglio della strada, una non vede da un occhio, uno è stato rifiutato e l’ultimo è un vecchietto meraviglioso! Loro influenzano non solo il mio modo di scrivere, ma dettano le regole della mia vita! Uno dei prossimi racconti che pubblicherò avrà come protagonista proprio un veterinario che ha un cane… parlante!”
Il mestiere: documentario, TV, radio, tecnica
Tra i suoi lavori documentaristici ci sono anche racconti legati alle tradizioni, come la produzione del ghiaccio a Rocca Priora o la lavorazione dell’alabastro a Volterra. Che cosa la interessa di questi mestieri, di queste memorie locali, di questi mondi che rischiano di sparire?
“La modernità, che non va demonizzata ma solo ben gestita, per forza di cose rischia di far scomparire mestieri e abitudini. Credo sia inevitabile. Raccogliere e stipare la neve che veniva portata in città sulle barozze (dei carretti trainati da buoi o cavalli) per rifornire gli antenati dei frigoriferi elettrici, allora funzionanti proprio grazie al ghiaccio, oggi è totalmente inutile, ma chi svolgeva quel mestiere, fino alla fine dell’Ottocento, primi Novecento, aveva un compito realmente di grande utilità; così come i lampionai, quelle persone che accendevano e spegnevano le lanterne a olio nelle strade per l’illuminazione pubblica. Ecco, credo che tra un paio di generazioni, se nessuno ricorderà queste preziose figure, tali mestieri verranno dimenticati per sempre. Mi piacerebbe scrivere un libro che elenchi storie legate a queste occupazioni; arrotini, spazzacamini, lavandaie, ma anche calzolai (scarpari) e carbonai rappresentano un patrimonio artigianale e rurale che non può essere dimenticato!”
Il mondo televisivo è cambiato moltissimo: dalla TV generalista ai canali tematici, fino alle piattaforme e ai contenuti on demand. Da autore e regista, che cosa si è perso e che cosa si è guadagnato in questo passaggio?
“La Televisione è un mondo in continua evoluzione ma, come hai giustamente detto, bisogna fare una divisione tra TV generalista, canali tematici e piattaforme che ospitano principalmente film e sport, ma non disdegnano prodotti come documentari o, per usare un termine che va molto di moda, docufiction. Diciamo che in generale, se esiste un incremento dell’offerta non può esserci perdita, sarebbe un ossimoro. Quello che è andato perso nel corso degli ultimi 50 anni, è stata la qualità e la motivazione è molto semplice: l’ignoranza di chi recepisce i prodotti è cresciuta a dismisura, parallelamente all’ignoranza di chi quei prodotti li fa. Non vorrei passare per complottista, ma sono fermamente convinto che questo drammatico impoverimento faccia parte di un disegno volto a mortificare la classe media della popolazione che, in questo modo, diventa più facilmente plasmabile e influenzabile.
Per quel che riguarda l’offerta di film, se è vero che le reti generaliste non trasmettono praticamente più niente, è altrettanto vero che le piattaforme sono capaci di offrire un pacchetto smisurato di prodotti tra i quali scegliere ciò che ci piace. Certo, la quantità fa inevitabilmente scendere la qualità, ma si trovano spesso prodotti più che accettabili.
Una cosa però tengo a sottolinearla: la Rai offre una piattaforma da far impallidire tutte le altre messe assieme. Su Rai Play si possono vedere quando si vuole e senza pubblicità, non solo tutti i programmi trasmessi in passato, ma anche film, sceneggiati vecchi e nuovi, opere liriche, concerti, classici del Teatro. Io recentemente mi sono rivisto con immenso piacere Gamma, A come Andromeda, La baronessa di Carini, Albert e l’uomo nero… un viaggio nel passato che consiglio a tutti”.
Nel suo percorso c’è anche una stagione radiofonica, fatta di interviste, montaggio, musica e incontri con molti protagonisti della canzone italiana. Che cosa le ha lasciato quel lavoro di ascolto, taglio e costruzione sonora del racconto? Quanto il suono è stato il filo conduttore del suo modo di raccontare?
“La Radio è un mondo affascinante con tempi completamente diversi rispetto alla Televisione. Colloquiare con artisti immensi come Lucio Dalla, Pino Daniele, Vasco Rossi e tantissimi altri, ha rappresentato una parentesi che mi ha arricchito sotto ogni aspetto. Ascoltare la voce del maestro Ennio Morricone che parlava di emozioni e immaginare le musiche che avrei usato da sottofondo mi faceva sentire importante e allo stesso tempo onnipotente. Quanti altri potevano fare la stessa cosa? Terminata l’intervista che veniva impressa nel nastro un quarto di pollice (ahimè sono vecchio… ancora non c’erano i moderni software) mi chiudevo nel mio ufficio e mi mettevo d’avanti al Revox con la pressa per tagliare letteralmente l’intervista. Era una sofferenza levare anche un solo sospiro a personaggi così meravigliosi, ma il tempo a disposizione era quello che era e, magari, da una chiacchierata di dieci minuti, dovevo portare il tutto a tre minuti… che sofferenza! Poi veniva il momento di andare in studio e aggiungere i sottofondi e lì erano altre scelte molto sofferte. Come si può preferire una canzone di Baglioni o un brano del maestro Trovajoli? L’argomento dell’intervista un po’ mi aiutava dissipare la matassa, ma era comunque arduo!
La musica, comunque, nei miei lavori è sempre una componente centrale. Le racconto una cosa: tempo fa mi hanno chiamato per fare una lezione a dei ragazzi delle scuole medie sull’uso della musica legata all’immagine; ho portato una sequenza di un film e l’ho proiettata tre volte mettendo tre sottofondi diversi: il silenzio, un’altra musica e la sua colonna sonora originale. Il film era Rocky e la scena era quella in cui Stallone corre in città per allenarsi. Senza musica sembrava una noiosa corsetta che lasciava i ragazzi completamente spogliati da ogni emozione. Con una musica tratta dalle comiche di Benny Hill, Stallone diventava una sorta di macchietta e la scena assumeva un carattere di presa in giro esilarante. Poi finalmente con la colonna sonora originale di Bill Conti, tornò ad essere il vero Rocky e i ragazzi si alzarono in piedi quasi esaltati dalle immagini. La musica è capace di influenzare le immagini fino a modificarle, dando e togliendo strati di significato.
Non potrei mai immaginare di produrre un lavoro privo di colonna sonora. Pensi che da bambino quando giocavo con i soldatini, non lo facevo mai in silenzio ma mettevo nello stereo un disco che potesse rendere più avvincente quel passatempo”.
Lei ha sempre dato grande importanza alla conoscenza tecnica del mestiere: obiettivi, luci, fotografia, macchina da presa. Oggi, in un’epoca in cui tutti possono girare immagini, quanto conta ancora saper “fare” davvero il cinema prima di dirigerlo?
“È un vero disastro, mi creda! Oggi tutti sanno fare tutto (operatore, dronista, regista, musicista, montatore, ecc.) e in vero nessuno sa fare niente. Anche qua però occorre fare una distinzione: un conto è fare riprese per esigenze personali o una musichetta per passare il tempo, o ancora il montaggio della prima comunione del bambino; tutt’alto è fare come professione il regista, il musicista o il montatore. Io sono ancora dell’idea che per svolgere una professione occorra studiare e fare parecchia pratica, altrimenti si scimmiotta e la qualità rimane bassissima. Tra un lavoro fatto da un professionista e un lavoro fatto da un improvvisato passa la stessa differenza che c’è tra un Amarone della Valpolicella e una confezione in plastica del Discount.
Per dirigere un film occorrono competenze specifiche senza le quali si va in contro a un disastro dal punto di vista della qualità… e anche economico. Chi pensa di risparmiare dando un lavoro in mano al primo che passa, solo perché lo paga poco, compie un errore madornale. In genere però se ne rende conto sempre troppo tardi, quando poi è costretto a chiamare uno bravo capace di rimettere insieme i pezzi. Saper lavorare conta eccome!”
Cinema italiano, immaginario fantastico e I Ponti
Oggi il cinema italiano sembra spesso diviso tra autorialità, piattaforme e nostalgia. Secondo lei che cosa manca al nostro audiovisivo rispetto alla libertà produttiva, artigianale e popolare del cinema italiano di 50 anni fa?
“Io penso che le idee ci siano e ci sia anche grande professionalità, quella che ha sempre contraddistinto il nostro Cinema. Torno a quello che dicevo prima: manca la cultura nei settori dirigenziali e non parlo solo di produttori perché anche quelli ci sarebbero!
Una volta con un buon soggetto e una buona sceneggiatura si faceva un bel film; oggi si inizia a dire: sì, ma chi l’ha portato questo soggetto? Vabbe’ ma chi ci lavora? Ci possiamo mettere dentro il figlio di Caio e il nipote di Sempronio? Il regista come la pensa politicamente? Io il film lo produco ma lo sceneggiatore lo metto io! I soldi ci sarebbero ma prima bisogna finanziare la serie della Pincopalla film! E se lo porto avanti per me cosa c’è?
Pensate se a Sergio Leone in C’era una volta in America avessero detto: “Il film te lo facciamo fare, ma al posto di De Niro ci deve stare Ruggero Rossi”, lo capite da voi…
La politica ha iniziato a distruggere questo Paese negli anni Ottanta e oggi culturalmente lo ha ridotto a una landa deserta dove non si emerge più per meriti di studio, ma solo per interessi economici. Il bravo scrittore ha successo solo se riesce ad arricchire il suo editore non (solo) perché scrive bei libri. E così vale per tutte le altre arti, compreso il Cinema.”
Nel suo immaginario tornano spesso il mistero, l’horror, il fantastico, da Bava e Fulci fino a Stephen King e Lovecraft. Che cosa la attira di più in questi territori: la paura, l’infanzia, l’ombra, o la possibilità di guardare la realtà da una prospettiva deformata?
“Ho iniziato a leggere Stephen King quando avevo 13 anni e in Tv, dopo le 23, non mi perdevo un horror nelle Tv private. Al cinema ancora certi film erano vietati ai minori e, ad esempio, Suspiria e Inferno non potei andare a vederli in sala, Profondo Rosso manco a parlarne perché avevo solo otto anni. Lovecraft mi faceva impazzire, ma anche le atmosfere del Castello di Kafka o dei classici come Dracula o Frankenstein, rappresentavano un gran piacere. Non sono mai riuscito a fare a meno della paura e della sua adrenalina. La prima emozione da brividi che ebbi in vita mia non la dimenticherò mai, fu un’esperienza che mi segnò: avrò avuto cinque anni e i pomeriggi li passavo a casa con la mia tata perché mamma e papà stavano sempre fuori per lavoro; un giorno ero in camera mia a giocare quando dalla finestra che dava sul terrazzo vidi Maria (la tata che io chiamavo Ina) che camminava a mo’ di ragno poggiando le mani per terra. Credetti che mi stesse facendo uno scherzo e mi alzai per vedere meglio, quando all’improvviso la sua voce la sentii alle spalle, dalla porta della stanza. Mi voltai di scatto e la vidi in piedi con la merenda in mano! Ma allora quella cosa che avevo visto in terrazzo chi diavolo era?! Le dissi subito di andare a controllare ma lei mi guardò e cominciò a ridere in modo strano. Lo so, sembra una sequenza tratta da un B movie horror, ma andò esattamente così e non ebbi mai il coraggio di andare fuori ad accertarmi. La cosa però, anche se ancora oggi mi fa venire i brividi, mi fece capire che quell’emozione in fondo un po’ mi era piaciuta. Già, più mi spaventavo, più davo prova a me stesso di aver coraggio. In cima alla classifica delle giovanili emozioni forti rimarrà per sempre Pupi Avati con La casa dalle finestre che ridono, visto alle due di notte da solo nella casa in campagna, col mio fidato pastore belga!”
Poco fa accennava all’influenza di Pinocchio di Luigi Comencini e del cinema visto in televisione da ragazzo. In I Ponti il fantastico sembra nascere da luoghi molto concreti: quanto era importante per lei radicare il mistero in un’Italia riconoscibile, quasi quotidiana?
“Torniamo sempre a lui, a Pinocchio. Se pensiamo a quanto sia horror il romanzo di Carlo Collodi non credo che troveremo un racconto più spaventoso per un bambino! Un burattino che diventa bambino! Rischia di finire bruciato per scaldare Mangiafuoco, arriva da una fatina che ha una lumaca come badante, lo vogliono impiccare il gatto e la volpe (…e la storia originale finisce proprio con Pinocchio morto appeso a un ramo), va sotto processo per non aver commesso niente, viene legato a una catena come un cane, si trasforma in un asino che si azzoppa e viene buttato a mare, viene ingoiato da una balena e scappa su un tonno mezzo digerito che parla! Mancano solo gli Zombi e un paio di posseduti e ci sono tutti cliché del terrore!
Ne I Ponti la storia nasce da fatti concreti di cronaca nera come delle sparizioni di giovani in un paese, ma per trovare la spiegazione bisogna seguire un bambino che sa guardare oltre le apparenze, al di là del plausibile. Il tutto in quella Toscana che ha ospitato la mia infanzia e della quale rimango sempre innamorato. È vero, la spiegazione de I Ponti non appartiene a questo mondo, ma per risolvere la storia bisognerà compiere atti eroici molto terreni, che richiedono un gran coraggio. Tornando alla domanda, credo che impiantare il mistero in luoghi che esistono e sono conosciuti, sia un modo per coinvolgere più direttamente il lettore. Come King ha fatto del Maine il suo set ideale, la sua comfort zone, io ho scelto la Toscana con tutte le sue bellezze e la sua storia fantastica famosa nel mondo”.
I Ponti sembra avere un immaginario adatto a proseguire oltre il romanzo: le piacerebbe vederlo diventare una serie mystery italiana, radicata nei luoghi ma aperta al fantastico?
“Ci sto lavorando perché con la sua ambientazione anni ’80 (il protagonista è un bambino indaco, un classicone della New Age) mi ha fatto ricordare inevitabilmente l’atmosfera di Stranger Things. A mia discolpa posso dire che il mio romanzo è stato stampato per la prima volta nel 1987, molto ma molto prima della serie dei Duffer Brothers. Il racconto si presta benissimo a diventare una serie thriller fantasy e ho già scritto i soggetti delle nove puntate che lo dovrebbero comporre. Incrocio le dita!
Nel frattempo il romanzo, edito da Albatros, sta avendo i primi riconoscimenti: menzione d’onore al premio I Murazzi e Menzione Speciale con medaglia al Concorso della città di Grottammare.
Un’ultima cosa prima di lasciarci: Ho scritto le 379 pagine de I Ponti ascoltando le colonne sonore dei film horror della mia vita, da quelle di mio padre a Carpenter, dai Goblin e Fabio Frizzi a Badalamenti, da John Murphy a Roque Banos. È stato come immergersi in un oceano di emozioni”.
Ringraziamo Filippo de Masi per lo spirito sincero e appassionato con cui ha condiviso con noi il suo percorso, attraverso ricordi, esperienze e riflessioni sul mestiere.