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Francesco Apolloni, l'intervista di Almanacco Cinema

Le interviste: Francesco Apolloni, i successi di un artista versatile

Francesco Apolloni: intervistato ai microfoni di Almanacco Cinema, il noto artista ha parlato dei suoi progetti tra teatro, cinema e televisione.

Attore, regista, sceneggiatore, produttore e scrittore italiano, Francesco Apolloni (15 gennaio 1974) si diploma alla scuola Silvio d’Amico, e frequenta successivamente i corsi dell’Actors Studio di Los Angeles, diretti da Michael Margotta e Bernard Hiller. Studio continuo e lavoro duro, sempre in costante miglioramento e rinnovamento: questi i punti cardine di una carriera costellata di successi e riconoscimenti.

Francesco Apolloni, l’intervista di Almanacco Cinema

Ciao Francesco. Partiamo da una domanda basilare, tu hai ricevuto una formazione piuttosto rigida, accademica. Quanto pensi sia importante lo studio per formarsi bene , si può riuscire ad arrivare con il solo talento?

“La formazione è fondamentale. Io ad esempio frequentai un laboratorio al liceo, di teatro, e poi una scuola privata. Lì hai l’occasione di conoscere colleghi, ragazzi come te con cui poter condividere sogni, progetti, che siano un corto, un romanzo o un film.

Questo può aiutarti a capire meglio, insieme al supporto di insegnanti specializzati. La disciplina e il talento sono molto importanti, senza dubbio, ma la formazione è la base. Vi sono delle eccezioni, ad esempio ricordo le dichiarazioni dell’attore Russell Crowe, che disse di utilizzare solo il suo metodo personalizzato quando recita. Ma è anche vero che lavora dall’età di 8 anni.

Segno che il talento, quando c’è, va comunque affinato con la pratica. E non parlo solo delle grandi scuole, ma anche di corsi con professionisti specializzati. Io ho avuto la fortuna di aver incontrato maestri del settore, come lo scrittore Raffaele la Capria, da cui ho appreso molto”.

Sei molto attivo come attore di cinema, fiction, teatro, molto spesso vesti anche i panni di regista e sceneggiatore. Ti abbiamo ammirato in grandi fiction e film di successo (Scusa ma ti chiamo amore, Rino Gaetano, per dirne alcune), e ultimamente hai diretto anche una bellissima serie in 8 episodi, dal titolo L’Appartamento- Sold Out. 

“E’ una serie a cui tengo molto, si, perchè parla del nostro paese che sta cambiando, divertente ma al tempo stesso politicamente scorretta. Racconta tre storie diverse, di un’italiana, un’indiana e un’araba che si trovano costrette a convivere sotto lo stesso tetto in un appartamento a Centocelle a causa di una truffa ricevuta. Si racconta la periferia che cambia, con l’arrivo di altre culture.

Fa riflettere, sorridere, con il nostro protagonista, il meraviglioso Giorgio Pasotti, che vive in prima persona i problemi quotidiani della casa, dell’integrazione, ed è in grado con il suo talento di grande attore qual’è di far immedesimare lo spettatore.

E lo stesso fa anche il resto del cast, tra cui Liliana Fiorelli, Matteo Santorum, Mohamed Zouaoui, Nina Sciarappa, Beatrice Sandri, Braayan Palliyagoda, Mimi Karbal, anche loro professionisti di alto livello.

La serie è distribuita su RaiPlay ed è prodotta dalla mia casa di produzione Aporos Group, ma non solo.

Permettimi di ringraziare tutti coloro che hanno contribuito a far spiccare questo progetto, senza i quali non sarebbe stato possibile: Rai Fiction, la direttrice Maria Pia Ammirati che ha creduto in prima persona nella serie, Giulio Manfredonia, tutta la squadra di Raiplay con Leonardo Ferrara e Alessandro Corsetti, il mio produttore Settimio Colangelo.

E poi ancora Gianni Cardillo per la sceneggiatura, Giulio Pietromarchi per la fotografia, Sergio Tribastone per la scenografia, e Ginevra Polverelli per i costumi. Solo il lavoro di squadra ben fatto ci ha permesso di arrivare al grande pubblico”.

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Nei tuoi progetti ti sei spesso orientato sul genere della commedia, sia nel cinema che nel teatro. Un ruolo completamente diverso, per esempio un cattivo d’eccezione, ti piacerebbe?

“Assolutamente si. Tempo fa un mio carissimo amico, Raoul Bova, che feci esordire a teatro, mi disse la stessa identica cosa.

In un cortometraggio chiamato Dieci invece mi è capitato di interpretare un alcolista, molto diverso quindi dall’attor brillante che sono abituato ad interpretare di solito. Comico ma attenzione, sempre con una morale da trasmettere, mai banale.

Ad esempio, se dovessi raccontarti in due parole un mio film come regista, Addio al Nubilato, tratto da una mia commedia teatrale, dove la sposa è morta (unico al mondo in cui accade), ti direi la vita è breve, bisogna provare ad essere felici”.

Hai fatto esordire a teatro tanti artisti. Lo stesso Raoul Bova, Claudia Gerini, Pierfrancesco Favino e molti altri. Un ruolo che non hai mai fatto, proprio nello specifico?

“Un bel crime in stile Scorsese, o Coppola. Essendo cresciuto poi nel quartiere della Magliana, non proprio un quartiere chic, ho già odorato in qualche modo la vita di strada, in cui comunque ci sono delle regole da rispettare, seppur non proprio corrette”.

Restando nel tema, secondo te cosa andrebbe fatto per far diventare la nostra TV, il nostro cinema, ancora più internazionale? Ti faccio l’esempio dell’Amica Geniale, serie italiana poi esportata all’estero. Mancano le storie o il coraggio di raccontarle?

“Ti dirò, per prima cosa le storie vanno sviluppate. Noto poca attenzione dei produttori al nuovo, per uscire un po’ dal prodotto sicuro.

Si investe poco per paura, secondo me, e per cultura. Detto questo, grandi complimenti a Maria Pia Ammirati, per il grande e meritato successo dell’Amica geniale. Ma a parte le eccezioni, secondo me manca la possibilità di sperimentare ancora di più.

Le piattaforme come Raiplay stanno aiutando e iniziando a farlo, ma sono i primi passi. I prodotti, quando di qualità, andrebbero secondo me premiati e valorizzati come meritano. Molto più merito e molta più attenzione anche ai talenti, quando si ha la fortuna di averli”.

Nomi di attori o artisti che pensi abbiano portato innovazione nel cinema in questo senso, con cui vorresti lavorare?

“Moltissimi. Non solo uno, difficile scegliere. Oggi con le nuove piattaforme di Amazon, Netflix, Raiplay, si è alzata la qualità del prodotto e degli attori stessi. In Francia esiste una legge chiamata tassa di scopo, dove ogni cittadino che usufruisce di un audiovisivo paga una minima percentuale allo Stato, che viene poi reinvestita nel cinema, che in pratica si autofinanzia.

I cittadini quindi pagano zero, nel senso che con quei soldi vengono poi pagati tutti quei progetti che si vanno a creare in seguito. Magari si potrebbe prendere esempio, su queste basi”.

L’impegno sociale rivolto ai giovani

Altro tuo grande impegno è quello per i giovani, hai fondato la piattaforma Startalenti, e collaborato più di dieci anni con la comunità di San Patrignano.

“Startalenti, creata insieme al mio amico e attore Daniel Bondì, è pensata a 360 gradi per i giovani che vogliono intraprendere questo mestiere. Regia, recitazione, produzione e scrittura vengono analizzate nel dettaglio, e restano online a vita, per dare un bagaglio utile alla propria formazione personale e professionale.

Invece, mi sono imbattuto casualmente nella Comunità di San Patrignano, e sono rimasto colpito da come ci siano oltre 2000 ragazzi che lottano contro la droga, è commovente. Con loro ho fatto un format teatrale,  ragazzi per male, con protagonisti appunto due ragazzi, che abbiamo portato in giro in tutta Italia, per quasi quindici anni.

Obiettivo, far vedere subito a quale fine porta la droga, non alla fine, quando è già troppo tardi”.

Tu sei anche scrittore, hai pubblicato testi per giornali importanti come il Messaggero, articoli, romanzi (tra cui Passo e Chiudo con Minimum Fax, Perso a Los Angeles con Gruppo Albatros).Un romanzo su San Patrignano?

“Ti dirò, io ho una mission con il mio lavoro. Far ridere, commuovere, dare speranza e affermare che l’essere umano si può trasformare in meglio, sempre. Se ci riesci, forse puoi definirti autore. Mi basta questo, per ora, poi mai dire mai”.

In base a tutto ciò che ci hai raccontato, quindi, è più difficile far ridere o piangere?

“Far ridere, senza dubbio alcuno. Per piangere puoi portare lo spettatore, mediante anche un evento tragico, nella direzione in cui preferisci con più facilità rispetto ad una commedia, dove, almeno a mio parere, ci vogliono più strumenti”.

Per chiudere, cosa diresti come prima cosa a chi desidera iniziare la carriera dell’artista?

“Studia. Allenati, anche a casa. Fai crescere il tuo talento, cerca di capire in cosa sei più bravo e metti focus su quello. Ovviamente, per tornare alla prima domanda che mi hai posto, con l’aiuto dei giusti formatori e un pò di fortuna, che ci vuole sempre. Il mio detto è che non si vince mai da soli. Ma tutti insieme”.

Noi di Almanacco Cinema ringraziamo Francesco Apolloni per la chiacchierata e per il tempo che ci ha dedicato.