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Francesco della Calce

Francesco della Calce, lo sguardo che custodisce il cinema

Francesco della Calce: intervistato ai nostri microfoni, il celebre critico cinematografico ci ha parlato della sua carriera, tra progetti e novità in arrivo.

Francesco della Calce, noto critico cinematografico, scrittore, giornalista e speaker radiofonico, si è raccontato in una bella chiacchierata all’insegna della cultura e del cinema.

Francesco della Calce, gli inizi

Ciao Francesco. Partiamo con una domanda che va un pò in profondità nella tua carriera. Quando hai capito di voler non solo guardare, ma anche raccontare il cinema?

“In realtà è un po’ la vita che arriva. Citando il famoso John Lennon, che diceva che la vita è quella cosa che ti capita mentre stai facendo altro. È successo anche a me. Ho avuto la fortuna di trasformare quella che era una passione in un lavoro.

C’era sicuramente un retaggio, io sono sempre stato un cinefilo, ho studiato cinema, legge, ma ho avuto la fortuna di entrare in questo mondo grazie a delle offerte che sono arrivate mentre facevo altro, come la direzione di un piccolo grande festival. Da lì in poi non mi sono fermato più, unendo fortuna e talento.

In questi anni così intensi ho constatato quanto si può sempre imparare e migliorare in questo mestiere. Lavorare sul campo preparando un seminario, un festival, ti permette di scoprire cose nuove che nemmeno immagini e che spesso non vengono neanche spiegate per mancanza spesso di tempo e occasioni”.

Quale pensi che sia il ruolo moderno del critico cinematografico in una società attuale così tanto dominata dalla velocità e dai social?

“Questa è una bella domanda. Penso sia quello universale da sempre. Già da chi ha un pò inventato questo mestiere, come Mario Verdone, o nomi di oggi come Pontiggia, che è diventato un grande critico e scrittore.

E’ un ruolo particolare, occorre introdurre un film senza spoilerare troppo la trama e allo stesso tempo fare quello che Moretti chiamava il famoso dibattito, e in ultimo far capire a chi non ha ben compreso, fornire dei ragguagli su quali sono le motivazioni del regista, sul perchè ci sono determinate scelte stilistiche.

Accompagna lo spettatore prima, durante e dopo. Soprattutto dopo, direi”.

Come concili l’urgenza giornalistica della notizia alla necessaria profondità cinematografica?

“Domanda molto interessante questa. Diciamo che io ho la fortuna di non essere un giornalista canonico, tornando alla fortuna ho avuto il privilegio di conoscere due grandi critici e amici, Alberto Castellano e Valerio Carrara. Ecco entrambi sceglievano di cosa parlare, per anni si sono divisi le recensioni del Mattino.

Digressione a parte, oggi occorre essere immediati, nel giornalismo, ma serve immediatezza anche nel cinema. Si concilia a seconda della propria indole. Io non mi faccio prendere troppo da questa cosa, spesso faccio una sorta di editoriale o una sorta di recensione, ma principalmente mi ritengo un critico e giornalista”.

La Fondazione Gagliardi

La Fondazione Gagliardi, siamo proprio ospiti al suo interno. Luogo di memoria, cultura, visioni: come si interseca con ciò che fai?

“È una fondazione che ha aperto al pubblico dal dicembre 2025, un anno e mezzo netto. In questo periodo, in attesa di partire a breve con la seconda stagione, su per giù a maggio, devo ringraziare la filantropia del presidente Stefano Maria Cotugno Angeloni che insieme al CDA composto in gran parte da persone a lui care e dalla sua famiglia, ha fatto in modo che questa Fondazione fosse volta alla cultura, a dare cultura a questa città molto importante, Cava de Tirreni, definita come la porta della Costiera Amalfitana.

Stefano mi ha chiesto di animare culturalmente questo spazio. Oggi siamo in un salotto molto bello che potrete vedere presto all’inaugurazione ufficiale. Avremo tanti incontri con grandi artisti. Basti pensare che lo scorso anno abbiamo avuto Peppe Lanzetta, Nando Paone, Miriam Candurro, Loredana Cannata, Lorella di Biase, molti di loro David di Donatello e Nastri d’Argento.

Anche molti scrittori importanti, e torneranno qui Diego de Silva, Lorenzo Marone, Giovanni Esposito al suo primo film da regista, Nero, girato con Susy del Giudice, la protagonista. È una realtà che non ha fini di lucro, qui chi viene non paga un biglietto ma offre la sua presenza.

In più abbiamo anche fatto con Alfonso Tramontano Guerritore, uno dei più grandi esperti formatori del Giffoni Film Festival, una partnership grazie alla quale abbiamo creato un laboratorio legato ad una figura legata a questa città, Elvira Notari, prima grande regista e cineasta donna italiana, nata a Salerno e che si afferma a Napoli (Elvira Coda Notari, Coda salernitano, Notari è quello del marito).

Questo laboratorio è volto al femminile, per registe donne che fortunatamente negli anni sono in continuo aumento, e sono state già girate le prime puntate pilota”.

L’Archivio Enrico Appetito

L’Archivio Enrico Appetito: cosa ti ha insegnato il poter custodire la memoria visiva del nostro cinema?

“Torno alla fortuna. Ho avuto l’onore in questi anni di diventare custode di una memoria. Qualche anno fa cominciai una mostra sfruttando anche una aderenza di alcuni miei amici e con la mia amica Gabriella Macchiarulo che è la responsabile delle mostre. Da lì arrivò la mostra su Monica Vitti e Michelangelo Antonioni, che venne curata anche da altre persone quali Alfonso Amendola.

Da lì conobbi Tiziana (la presidente, ndr), lei mi richiamò dopo qualche anno e mi chiese di occuparmi del suo archivio come direttore. La raggiunsi subito, arrivai a Roma, a Prati, sede dell’archivio (che sta per compiere 90 anni, in onore del grande Enrico Appetito).

Enrico ha lasciato una memoria molto importante, era il fotografo di Alberto Sordi, Monica Vitti, Marcello Mastroianni. Era il fotografo della romanità che è arrivato però anche a Gangs of New York con Martin Scorsese. Fotografò anche Leonardo Di Caprio e Cameron Diaz. Devo ringraziare Tiziana Appetito, la figlia di Enrico, artigiana che ha conservato questa memoria con milioni di scatti  riportati anche in digitale.

In questi tre anni mi sono permesso di lavorare a mostre pazzesche, come qualche tempo fa quella a Gian Maria Volontè a Trastevere, o anche una delle ultime per la Festa del Cinema di Roma, su Claudia Cardinale che era scomparsa da poco. Abbiamo fatto Claudia la forza di una voce, e con noi anche la figura per noi indispensabile Lucia Valeriani, la nostra vicepresidente che ci coordina al meglio.

Cito anche una bella mostra fatta al Palazzo Santa Chiara di Tropea su Mastroianni, e l’ultima finita una settimana fa a Pozzuoli sulle dive del grande cinema italiano (tra i grandi nomi, Sofia Loren in locandina).”

Sei anche scrittore e giornalista, scrivi per Il Mattino, Cinemoi, Napolista, Left: qual è il tuo approccio editoriale per riviste così attente al campo sociale nel cinema?

“Sai il cinema deve sempre un pò farsi spazio, e così succede sui giornali. Un giornale come Il Mattino, fondato da Matilde Serao, che ha una storia importante, è chiaro che ha connotazione generalista nel senso nobile del termine, e spesso è legato al territorio. Si cerca di dare una connotazione anche a chi non è cinefilo.

Il territorio ha una preponderanza. Sulle riviste nazionali come Left, anche lì c’è una sorta di range e attenzione ai temi sociali. Anche Cinemoi, di Michela Mancusi, appena aperta, è una rivista proprio legata al cinema, settoriale. Sfida che lei e altre donne hanno abbracciato. Lì io ci ho messo l’intervista a Peppe Lanzetta”.

Cosa ti colpisce di più del cinema di oggi?

“Il fatto che è legato alla tradizione ma la spariglia, riesce ad essere moderno ma al tempo stesso tradizionalista. Ultimamente sono stato in visita al set di Edoardo de Angelis, uomo molto colto, per un diario di bordo, che richiamava dei registi che quando giravano lui era ancora un bambino. Questo perchè per me il cinema è una sorta di staffetta.

Quando presentavamo con Anna Camerlingo gli scatti fuori scena che lei ha fatto per il maestro Bellocchio di Portobello anzichè di Esterno Notte, ricordo che mi ha chiesto ‘Chi ti ricorda Fabrizio Gifuni in questa scena?’, e io ho risposto Gian Maria Volontè. Secondo me il cinema nonostante tutti i problemi che possono esserci stati riesce sempre ad essere fedele a se stesso (specialmente gli attori e i registi, che hanno abbracciato questo mestiere con tutti i rischi del caso)”.

Un incontro che ha cambiato il tuo modo di guardare i film?

“Arriva da prima che facessi questo mestiere, da ragazzo. Non ero neanche molto appassionato all’epoca, ma è capitato che quando rientravo a casa vedevo dei film in tv come La voglia matta, o altri con colonne sonore come quella di Gino Paoli. Ti innamoravi solo a guardarli, ti cito anche Il sorpasso di Dino Risi.

E poi i grandi incontri come il maestro Pupi Avati che sicuramente hanno contribuito ad ampliare la mia passione e conoscenza del settore”.

Artisti con cui sei rimasto maggiormente in contatto, o che ti hanno lasciato qualcosa a livello umano?

“Il primo è Gaetano Daniele, produttore dei film di Massimo Troisi, grande maestro insieme ad Alfredo Cozzolino (i due migliori amici di Troisi). Con loro rapporto molto bello. Penso a Gianni Fiorito, fotografo di scena di Paolo Sorrentino, Anna Camerlingo, Peppe Lanzetta. Qualche mio coetaneo come Vinicio Marchioni con cui ho creato grande empatia. E poi Lorenzo Cammisa, Miriam Candurro. Questo per dire che anche nel cinema c’è molto più legame di quanto non si creda”.

Cosa rende Napoli così fertile dal punto di vista creativo? Basti pensare ai grandi maestri quali Troisi, Totò.. qual è il segreto?

“Diciamo che Napoli ha una dimensione che si allarga a tutta la regione, con osmosi sana. C’è qualcosa di ancestrale. Anche il fatto di non essere industrializzata come Roma e Milano, c’è uno spirito giocoso che ci aiuta anche nei momenti difficili e in più c’è una sorta di richiamo che permette di diventare sempre nuovi, attuali, nel tempo.

Senza dimenticare Pino Daniele, Bennato, e oggi Martone, Sorrentino. E chi viene da fuori ci abbraccia con calore umano, come Matteo Garrone, quando ho avuto occasione di intervistarlo (il papà veniva ad insegnare qui a Napoli). Una forte identità sua ha per esempio Cava de’ Tirreni stessa, con grandi attrici come le sorelle De Sio.

E poi Napoli è importante per il teatro, così come Roma per il cinema, che sicuramente contribuisce alla creatività. In questo senso Napoli e Roma sono molto simili, forse noi siamo più gioviali e compressi, con provincia più estesa,  ma la differenza è minima”.

Cosa diresti ai giovani che vogliono intraprendere questo mestiere?

“Di studiare, ma nel senso di allargare il campo, di non legarsi ad un solo ambito. Leggere, ascoltare musica, migliorarsi culturalmente. Allargare la vita. E poi essere bravi a farsi trovare pronti quando arriva il momento giusto. Non limitarsi al compitino quando ci si propone, ma dire la verità e mostrarsi disposti a crescere senza troppa meccanicità.”

Riguardo il futuro cosa ti aspetta, hai un progetto editoriale, giornalistico o curatoriale che vorresti vedere realizzato?

“Mi piacerebbe fare una mostra con Anna Camerlingo su Marco Bellocchio, una su Troisi con l’Archivio Appetito, un podcast mirato al cinema e non solo sulla sua superficie, e creare una dimensione festivaliera e non, anche nella Fondazione, volta alla cultura per gli altri, cosicchè si formino. Il mio sogno è fare in modo che quello che faccio possa essere utile soprattutto ai ragazzi, per poter crescere e apprendere ogni giorno di più”.

Ringraziamo Francesco della Calce per essersi raccontato ai microfoni di Almanacco Cinema.