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Giuseppe Bucci, la sua arte tra creatività e sentimento

Giuseppe Bucci: il noto artista di origine napoletane si è raccontato ai nostri microfoni parlandoci dei suoi progetti, del teatro, e di molto altro ancora.

Il regista e sceneggiatore napoletano Giuseppe Bucci, dal curriculum di tutto rispetto e ricco di collaborazioni con i grandi nomi del cinema e del teatro, ci ha parlato della sua passione che è anche la sua vita.

Almanacco Cinema presenta: l’intervista a Giuseppe Bucci

Gli inizi

Ciao Giuseppe. Tu sei nato a Napoli e hai costruito la tua brillante carriera attraversando il mondo del teatro, del cinema e della televisione. Quando hai capito che questa sarebbe stata la tua strada, e la tua vita?

“Non presto, da ragazzo volevo fare l’attore, e di fatto ci sono riuscito per circa una decina d’anni, dai diciotto ai vent’otto anni. Poi, per i casi della vita, mi sono ritrovato a lavorare in Rai, nel campo della regia.

In seguito però sono tornato ovviamente ai miei due grandi amori, che sono tutt’ora il cinema e il teatro. Intorno ai 33-34 anni ho capito che la regia ( iniziata con degli spettacoli teatrali e dei cortometraggi) mi appassionava molto di più.

Sono un amante degli attori, sono la priorità per me, mi piace tirare fuori il meglio da loro, aiutarli ad esprimersi al massimo. Preferisco fare questo piuttosto che essere io ad andare in scena”.

Hai lavorato con molti artisti nella tua carriera. Un maestro che ti è rimasto nel cuore, e magari ti ha aiutato a capire che volevi fare il regista?

“Aiutato no, perchè l’ho proprio capito da solo. Però persone a cui mi sono ispirato (non ti parlo dei grandi, ma di quelli che ho frequentato) sicuramente uno tra tutti è Carlo Cercello, regista che ha fondato insieme ad Imma Villa il teatro Elicantropo a Napoli. L’onore di lavorare diretto da lui, recitando con Imma, è stato grandissimo. Imma che poi ho diretto io stesso in un cortometraggio successivo.

Loro posso dire mi abbiano formato come persona, con la disciplina nel teatro, lo studio, l’approfondimento, la serietà, l’impegno e l’importanza nelle prove giornaliere. Per me sono i due fari principali”.

Giuseppe Bucci: un regista completo

Teatro, cinema e televisione. Tre linguaggi che ritieni diversi tra loro, o ti piace esplorarli singolarmente?

“La televisione la preferisco meno. E’ complicatissima la regia televisiva però hai più strumenti e possibilità che una grande azienda ti può dare, quindi per certi versi, molto tra virgolette, è più facile. Invece nel teatro e nel cinema è molto più difficile, a volte ti trovi a dover girare cortometraggi complessi con tempo e risorse limitati. Handicap che spesso non ti aiutano ad esprimerti appieno artisticamente come avresti potuto.

Tra cinema e teatro non so scegliere, li amo entrambi. Sono due linguaggi diversi ma li amo follemente. Se potessi farei uno spettacolo e un film all’anno. Forse li accomuna la dedizione che metto nel dirigere un attore, nel provare a dargli ciò che sento del personaggio e della storia che andrà ad interpretare, e nel provare a dare tutte le chiavi possibili per tirar fuori le emozioni e la giusta tecnica necessari per dare il massimo.

Nel cinema l’attore può abbandonarsi di più perchè se si sbaglia c’è poi la fase di montaggio dove puoi andare ad affinare o modificare, sia la tecnica che il sentimento percepito. Nel teatro adoro le interminabili prove, cosa che al cinema non puoi fare, per raggiungere poi un prodotto in grado di andare in scena per più di un’ora”.

Hai un metodo particolare per portare gli attori che dirigi a raggiungere la  performance che vuoi tu?

“Bella domanda. Ti dico che gli attori sono tutti diversi l’uno dall’altro, anche molto insicuri. A volte sento registi che non amano i loro attori perchè  capricciosi, invece io ne percepisco la fragilità e il desiderio di potersi fidare e lasciarsi di conseguenza andare alle emozioni, che se non gestite bene possono essere un rischio, come quello di scadere nel ridicolo.

C’è modo e modo di comunicare con loro. Io scherzo molto ma so essere anche severo. La mia tecnica è quella di sentire prima su di me il personaggio, di provare a viverlo. Mi chiudo nei miei mondi anche a casa, mi ripasso il testo e provo a tirar fuori le mie verità, per poi comunicarle agli attori, tantissime volte ti dico che questa cosa, funziona.

Poi ci sono attori che ti capiscono subito e altri meno. E’ anche una questione di feeling, sintonia. Ad esempio con Salvatore Langella, protagonista dello spettacolo Parlami Orlando, all’inizio non ci capivamo al meglio, poi nei successivi dieci anni abbiamo imparato a comprenderci sempre meglio”.

Parlami Orlando, spettacolo che state portando in scena proprio con Salvatore Langella. Lascio a te la parola, parlaci di questo bellissimo testo.

“E’ uno spettacolo che ho preso in gestione dieci anni fa, mi sono innamorato del romanzo e ho deciso di portarlo in scena. Mi sono detto voglio che sia un uomo a interpretare Virginia e raccontare questo ragazzo, un giovane del ‘600, che attraversa i secoli e si trasforma in una donna adulta e consapevole del ‘900 (passa da Virginia, a Orlando, alla regina Vittoria).

Ho amato moltissimo questo romanzo di Virginia Woolf e ho dovuto fare un lavoro complicato anche di taglio, per sistemarlo al meglio, in modo che si capisse tutto.

La fase della scrittura è stata bellissima ma difficile, la messa in scena complicata si, per la difficoltà proprio dello spettacolo stesso, perchè l’attore deve perdersi nei suoi personaggi, lasciarsi andare ogni trenta secondi in queste pergamene meravigliose  di Andrea Maresca.

Quindi difficile per Salvatore e anche per me, ma sono molto contento di farlo. Adesso lo portiamo anche a Roma all’ Off Off Theatre, dal 4 al 6 marzo. Lo vediamo proprio crescere replica dopo replica, cresce con noi, nelle storie, nell’amore. E questo per me è bellissimo.

Per il pubblico è speciale perchè viene dato risalto alla parola scritta, per far ascoltare, capire, e adorare la profondità del testo. È tutto al servizio di chi ci guarda per accendere la sua fantasia”.

Importante per un regista è anche saper bilanciare tra creatività e produzione. Si dice che sia spesso molto complicato fare un grande film, tu cosa ne pensi in merito?

“Non è così facile. Ci sono molti ostacoli anche nel muoversi tra gli addetti ai lavori. Io non faccio questo lavoro ma penso che ci sono persone che se aiutate potrebbero esprimersi meglio e soprattutto più liberamente. Per quanto mi riguarda preferisco muovermi nel teatro off, dove posso più o meno decidere tutto, pur rischiando maggiormente dal punto di vista economico. Ci sono invece teatri anche grandi che offrono spettacoli con oltre 1.500 persone.

Mi piace andarli a vedere, ma preferisco l’intimità di un pubblico meno vasto, e la possibilità di fare più repliche, piuttosto che una grande prima. Il modo di comunicare è diverso. Tornando al teatro Elicantropo, aveva 40 posti, pagati pochissimo, ma ti garantiva un mese minimo di repliche. Per me questo era la felicità assoluta”.

Per il futuro puoi anticiparci progetti in arrivo, c’è qualcosa che bolle in pentola?

“Ho da poco fatto un altro spettacolo al Belli, a dicembre, In casa con Claude, altro testo a cui sono molto legato, e sto lavorando per realizzare la produzione di un film. Ho poi un altro spettacolo e un cortometraggio in arrivo, ma per il momento procedo un passo alla volta, partendo dal testo che stiamo portando in scena attualmente con Salvatore”.

 

Ringraziamo Giuseppe Bucci per essere stato con noi e  per aver condiviso le sue emozioni di artista ai microfoni di Almanacco Cinema.

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