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Le interviste: Marina, gli autori Paoli De Luca e Federico Amenta
L’intervista agli autori del cortometraggio Marina, acclamato alla Mostra internazionale di Venezia e in shortlist nella 71ª edizione dei David di Donatello.
Mercoledì 7 maggio il cinema italiano si prepara a vivere una delle sue notti più attese: la cerimonia di premiazione dei David di Donatello, giunti alla 71ª edizione. Tra le opere in lizza, accanto ai grandi nomi del panorama nazionale trovano spazio anche sguardi nuovi, con storie capaci di lasciare un segno in pochi minuti come quella di Marina.
Tra le possibili candidature per il Miglior cortometraggio, oggi accendiamo i riflettori su un titolo in particolare: Marina, diretto da Paoli De Luca e co-scritto dalla stessa regista insieme a Federico Amenta e Giulio Pacini.
Marina si inserisce nelle orme artistiche contemporaneo ed essenziale, congiungendo sensibilità e semplicità. In appena 19 minuti riesce a costruire un racconto compatto, dove ogni scelta narrativa, visiva e sonora contribuisce a creare una forte coesione artistica e tecnica.
Prodotto dal Centro Sperimentale di Cinematografia, ha fatto il suo esordio alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia del 2025, conquistando attenzione e vincendo due premi: Miglior cortometraggio e Miglior Contributo Tecnico.
Marina, la trama
A un anno dall’inizio della sua transizione Marina trascorre un weekend estivo a casa dell’amica Camilla. Mentre tutti le ripetono quanto sia diventata bella, per lei non è ancora così. Costante è il confronto silenzioso con il corpo di Camilla che osserva e disegna sul suo taccuino. L’arrivo di Lorenzo e dei suoi amici incrina l’equilibrio tra le due ragazze, mettendo alla prova Marina e la loro amicizia.
Almanacco Cinema presenta: l’intervista a Paoli De Luca e Federico Amenta
Abbiamo avuto l’opportunità di intervistare la regista Paoli De Luca e lo sceneggiatore Federico Amenta, per entrare nel cuore di Marina: dalla creazione fino al contatto tra il pubblico e al tema, passando per le difficoltà affrontate. Senza tralasciare l’emozione di vedere il proprio lavoro candidato alla shortlist della 71ª edizione dei David di Donatello.
Lo sceneggiatore di Marina Federico Amenta
Il corto ‘Marina’ si affida moltissimo al linguaggio visivo. Come avete lavorato insieme regista e sceneggiatore per costruire una narrazione che fosse quasi muta ma così potente visivamente?
“Indubbiamente questo è un corto molto più di regia che di sceneggiatura. Con Paoli avevamo già lavorato insieme al corto precedente del primo anno del Centro Sperimentale, che si chiama Star. Lì avevamo avuto diverse difficoltà, anche banalmente per i pochi mezzi che avevamo a disposizione, e poi all’epoca non ci conoscevamo ancora così bene a livello lavorativo.
Con Marina c’è stato un salto in più, e credo sia dovuto proprio alle esperienze precedenti, come Star. Siamo arrivati alla sceneggiatura pur non avendo un discorso predefinito, però io sapevo benissimo come Paoli lavorava sul set, quanto fosse attenta al visivo. Per questo la sceneggiatura è stata scritta anche per facilitarle il lavoro sul set. Si potevano prendere tante strade diverse, usare elementi che potevano funzionare in maniera diversa, ma sapendo come Paoli lavora siamo andati più dritti verso alcune scelte precise.
Lei non si appoggia tanto al dialogo, riesce a far passare molte cose tramite le immagini, e questo aiuta tantissimo perché non c’è il rischio di arrivare sul set con una sceneggiatura che poi non funziona e non si sa come far funzionare.
È stato comunque un processo lungo, nonostante fossimo io, Paoli e Giulio: è durato tre o quattro mesi. Però rispetto al corto del primo anno sentivamo che c’era qualcosa che funzionava di più, che c’era più materia viva e più consapevolezza”.
Qual è stata la principale difficoltà nel tradurre un’intensità emotiva in scene quasi silenziose? E ci sono stati momenti in cui avete cambiato la sceneggiatura durante le riprese?
“Qui sapevamo esattamente di cosa stavamo parlando, quindi anche quando c’erano delle difficoltà, in qualche modo si risolvevano sempre, perché tornavamo al nucleo fondamentale della storia.
Come dicevo prima abbiamo avuto un processo lungo, e per uno sceneggiatore raccontare il silenzio in scena è sempre un po’ difficile, e si tende ad appoggiarsi al dialogo. Il grande vantaggio di scrivere con una regista che sa usare il silenzio è che questo problema si risolve subito, quindi ci ha permesso di proseguire senza particolari intoppi.
Abbiamo fatto diverse stesure, non tanto di sceneggiatura ma quanto di soggetto per poter poi arrivare alla versione finale di Marina. C’è stata una fase in cui era tutto molto incentrato su Lorenzo e Marina, poi siamo arrivati al rapporto privilegiato tra Camilla e Marina, che ci sembrava più forte.
L’idea è nata anche grazie a degli esercizi fatti durante un corso di scrittura: avevamo vari spunti a partire da foto degli anni ’60 a Roma, con il compito di scegliere insieme al regista e al sceneggiatore per arrivare a creare un corto da quello spunto. Noi trovammo questa foto: una ragazza in spiaggia, stesa sul telo, che fumava una sigaretta e sorrideva e accanto a un’altra immagine, con tre ragazzi che mentre la guardavano sembravano sognanti.
Dava l’illusione di vedere un campo e controcampo, da lì abbiamo iniziato a sviluppare la storia di Marina”.
Come descriverebbe questo tempo di esordio? Lo vive come una conferma, una responsabilità, una spinta verso nuove sfide? Essere passato da un importante palcoscenico internazionale come Venezia a una candidatura alla short list dei David suggerisce un riconoscimento sia artistico sia istituzionale: sente che questo momento stia definendo la direzione futura del suo cinema?
“Penso che sia un bellissimo punto di partenza. Non è sicuramente un arrivo: è un inizio. È bello che tutto sia nato da un corto fatto a scuola e che abbia ricevuto questo tipo di successo, e proprio per questo non lo do per scontato.
Abbiamo girato nel 2024 e avevamo iniziato il Centro Sperimentale da un anno e mezzo; quindi è ancora più significativo che proprio durante l’inizio della formazione, sia stato anche l’inizio di questo momento che stiamo vivendo con Marina.
Mi auguro di continuare a lavorare con Paoli; ci troviamo molto bene e soprattutto siamo diventate anche molto amici. Quello che abbiamo fatto è un tipo di cinema che mi piace, e mi piace quello che stiamo continuando a fare. Sono molto felice, anche se c’è quel filo d’ansia che porta una riconoscenza come Venezia e la candidatura alla short list dei David. Però posso dire che è decisamente il modo migliore per esordire dopo un percorso scolastico”.
Che diresti al te stesso di 5 anni fa?
“Io cinque anni fa non pensavo che avrei fatto cinema. Al tempo ero al quarto anno di Giurisprudenza, il cinema per me era una passione sporadica: quindi andare a vedere qualche film, volerne parlare e scrivere ogni tanto… poi però ho deciso di seguire quella passione e mi sono iscritto al Centro Sperimentale. Sono stato preso, e da lì è successo tutto. Cinque anni fa non avrei mai pensato di diventare sceneggiatore, figuriamoci di parlare della candidatura prima a Venezia e ora alla short list dei David.
Quindi, gli direi, che fatto bene a seguire quella passione sporadica”.
La regista e sceneggiatrice di Marina Paoli De Luca
Nel film, attraverso il personaggio di Marina viene introdotto un tema ancora poco esplorato nel panorama italiano: quello della transizione. La narrazione mette in scena quella che può essere definita una “seconda pubertà”, l’esperienza di trasformazione fisica ed emotiva vissuta da molte persone trans. Pensa che questo parallelismo possa aiutare un pubblico meno informato o più distante dalla comunità trans a comprendere meglio tale esperienza? Era sua intenzione costruire attraverso questa scelta narrativa un ponte capace di avvicinare lo spettatore a questa realtà?
“Sono partita pensando che la transizione fosse il tema di Marina, ma scrivendo e mettendo in scena il cortometraggio mi sono resa conto di altro: la transizione di genere non è il tema del film, ma l’argomento.
Il tema di un film è sempre qualcosa di universale, in cui chiunque può riconoscersi. La difficoltà e il sogno nel sentirsi desiderata, le sfida del piacersi e piacere durante l’adolescenza. Questo è il tema di Marina, ed è universale. La transizione di genere, invece, è qualcosa di molto più specifico, che in scena diventa una caratteristica singolare del personaggio, ma non per forza la sua definizione totale.
All’interno del percorso di Marina è stato fondamentale rappresentare la trasformazione fisica insieme all’emotività che lei porta con sé, come personaggio e come persona. È vero, come spesso si dice, che la transizione può assomigliare a una sorta di seconda pubertà. Spesso, quando si intraprende un percorso di transizione di genere, molte ragazze attraversano una fase emotiva che richiama l’adolescenza, una specie di nuova pubertà emotiva. E’ proprio questo l’aspetto, più specifico, della transizione che il cinema ha raccontato ancora poco.
Infatti, oggi, quando si parla di personaggi trans, si ricorre ancora a cliché o caratteri marginali ed esuberanti, dimenticando di mostrare il lato più intimo e vero, ovvero quello emotivo, che permette al personaggio di esistere al di là di un ruolo prestabilito. Il rischio è che il cinema continui a ripercorrere quello stesso schema, socialmente comodo e convenzionale, incasellando le storie e i personaggi in luoghi o posizioni da cui è difficile spostarsi e talvolta liberarsi.
In fase di scrittura, con Federico e Giulio, abbiamo costruito il personaggio partendo da una semplice immagine che avevo in mente: una ragazza che prendeva il sole a bordo piscina. Gli sguardi che il corpo di Marina riceve non dipendono da qualcosa che lei sceglie di esibire; sono sguardi che le vengono addosso, come spesso accade nella rappresentazione e nella realtà.
Questo è il motivo per cui ho voluto raccontare prima di tutto un’adolescente che fa il bagno in piscina, disegna, ascolta musica con gli amici e poi si, è anche una ragazza trans. All’inizio del film ho voluto inserire anche una scena forte che chiarisce il motivo di quegli sguardi, proprio per rendere esplicita questa dinamica di osservazione, per poi andare avanti con la trama.
Credo che oggi lo spettatore sia già vicino a questa realtà e le emozioni che ne porta; il problema nasce quando si crea un’incongruenza tra ciò che vediamo sullo schermo e ciò che accade nella vita reale. Quindi, se il cinema fa cultura, allora l’immagine che propone contribuisce a definire anche come una persona trans viene percepita nella società.
Spero che Marina porti un punto di vista più giovane, meno legato a schemi narrativi del passato e più attento alla dimensione emotiva della nostra generazione, che prima di tutto desidera semplicemente disegnare, prendere il sole e tuffarsi in piscina”.
Si avverte una particolare delicatezza nel rapporto tra le due protagoniste: un legame profondamente femminile che tuttavia, viene attraversato e talvolta messo alla prova dal confronto fisico e corporeo. Era importante per te rappresentare una relazione tra donne in questo caso tra una donna trans e una donna cis mettendo in dialogo due esperienze di femminilità diverse, ma non per questo contrapposte?
“Per me non era importante mettere come argomento il corpo trans a confronto con quello cis. Capisco che qualcuno possa leggerlo così, ciò è dovuto dall’abitudine di vedere i corpi trans in scena messi in contrapposizione con altri corpi, riportandoci subito a un confronto non solo fisico ma sociale, però seguendo questa logica avrei potuto mettere il corpo di Marina in paragone anche col corpo di un uomo cis, di una persona non binaria, con chiunque.
Ricollegandomi a quanto dicevo prima, ho fatto leva sul sentimento che deriva da un confronto che chiunque avrà vissuto durante l’adolescenza. La rivalità è quasi una conseguenza naturale di questa sorta di antagonismo, ma il loro è anche un rapporto di sorellanza: Eco Andriolo, un talento, è una sorta di sorella maggiore per Marina, un punto di riferimento.
Lei stessa sa di essere in una fase di crescita e di cambiamento corporeo, dopo una transizione ormonale si sta aprendo emotivamente e sessualmente. In ogni caso cerca di rivedersi in lei e riconoscersi negli occhi di una persona che ammira e insegue, perché le vuole bene ed è chiaramente reciproco. L’una lo specchio dell’altra. Vivrei il loro rapporto non solo come un confronto, ma come un’ammirazione, quasi saffica.
Ma questi sono solo echi del loro rapporto, perché noi siamo testimoni solo del tempo raccontato nel corto. E’ un weekend. Se per qualcuno quel frammento diventa significativo, allora sono felice”.
Essere passata da un importante palcoscenico internazionale come Venezia alla shortlist dei David suggerisce un riconoscimento sia artistico sia istituzionale: sente che questo momento stia definendo la direzione futura del suo cinema? E soprattutto come descriverebbe questo tempo di esordio?
“Venezia è stata un’emozione importante e ora, dopo aver viaggiato tra vari festival in Italia e in Europa, siamo in short list ai David come migliore cortometraggio. Un anno fa non mi sarei mai aspettata di dirlo. Adesso, parlare di esordio è un desiderio pericoloso perché è un mondo complesso e soprattutto oggi, in pericolo parlo del cinema, in questo caso. Spero che lo studio, l’osservazione e l’impegno costante possano essere una spinta per tutto il giovane e talentuosissimo team.
Di Venezia ho tanti ricordi. La mattina della premiere mi svegliai col cuore in gola. Davanti a me c’era Giovanni De Maria, Lorenzo nel corto, già sveglio a stirare la sua camicia perfettamente bianca. Più tranquilla, mi fiondai giù dal letto e iniziai a prepararmi anche io. Ero ancora terrorizzata, ma la compagnia dei miei amici mi ha fatto vivere tutto con più leggerezza. Infilai la prima cosa trovata in valigia e prendemmo il vaporetto. C’erano anche mamma e papà”.
Dopo questi riconoscimenti così significativi, cosa dobbiamo aspettarci domani da lei come regista emergente? Questa fase rappresenta solo l’inizio di un percorso più ampio o un momento di consolidamento della sua voce autoriale?
“Parlare di una voce autoriale attualmente mi sembra un po’ prematuro. Non voglio buttarmi giù per niente, anzi, ma non so cosa aspettarmi dal futuro.
Mi piacerebbe arrivare ai lungometraggi, alle serialità, raccontare storie e fare anche tante altre cose diverse tra loro. Per ora ho solo pochi cortometraggi, di cui sono contenta. Adesso siamo in post-produzione di Revolver, un corto che sarà una figata da vedere in sala, spero. E’ un trip di luci al neon, balli e un cast da sogno. Ma niente spoiler!”.
Che diresti alla te stessa di 5 anni fa?
“La parte più difficile e importante è sempre l’inizio: devi sempre avere un’idea forte, soprattutto per te stessa, ma assicurarti che lo sia anche per il pubblico. Sempre chiedersi: è forte solo per me? Il film non è solo di chi lo fa, è soprattutto per chi lo guarda e anche tu ogni tanto potresti ritrovarti a essere spettatrice di te stessa. E’ molto utile. P.S: di’ a Mauro di farti vedere La Pianista!”.
Una domanda che avresti voluto ricevere o che non avresti voluto ricevere?
“Non amo l’attenzione forzata sul privato. Serve a spostare il focus dal mio lavoro alla mia identità di genere e non credo questo interessi ad una testata che vuole parlare dei miei lavori.In questo slittamento io vedo un’inconsapevolezza e a volte anche una certa superficialità, perché si continua a trattare il tema come qualcosa da ricondurre a un corpo specifico, invece che come un’esperienza che attraversa la società.
Non voglio che l’attenzione cada su di me, ma che l’argomento smetta di essere trattato come una gabbia per singole persone e diventi invece una questione che riguarda tutti come lo è già comprensibile e condivisibile da molte e molti. Io voglio lavorare nel cinema proprio per questo: raccontare emozioni che non sono solo private e individuali, ma comuni.
Se poi si vuole approfondire altro, io prendo una birra non filtrata. Grazie”.