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Lorenzo Cammisa

Lorenzo Cammisa, talento puro tra cinema e impegno sociale

Lorenzo Cammisa: il noto artista partenopeo, intervistato ai nostri microfoni, ha parlato dei suoi progetti passati, presenti e futuri, nel cuore di Napoli.

Lorenzo Cammisa (Napoli, 4 giugno 1985), celebre attore, regista, drammaturgo, sceneggiatore e scenografo napoletano, ha condiviso ai microfoni di Almanacco Cinema i suoi progetti, le sue idee e soprattutto il suo grande impegno civico, rivolto specialmente ai giovani.

Lorenzo Cammisa, esordi e formazione

Ciao Lorenzo, e benvenuto. Partiamo dalla tua formazione. Tu hai frequentato l’Accademia delle Belle Arti di Napoli, dal 2004 al 2008, per poi proseguire con la specializzazione al Pigrecoemme in regia cinematografica. Un curriculum di tutto rispetto, unito alla lunga gavetta nei teatri. Quanto è importante la formazione nelle scuole secondo te, può bastare il solo talento per arrivare?

“La domanda è molto bella, provocatoria nel senso che al giorno d’oggi la società sembra aver messo in prima linea il solo riconoscimento, e si tende troppo spesso a confondere l’essere popolare con la bravura. Secondo me più si studia e si ragiona accademicamente e più è difficile entrare in certi meccanismi dello showbusiness della popolarità a tutti i costi.

Oggi se ci pensi tutti hanno l’opportunità di mettersi davanti ad una camera e di posizionarsi a favore dell’algoritmo, e quel poco sembra poter bastare. Io credo però, fermamente convinto, che sia necessario studiare, e tanto, in modo da restituire dignità a questo lavoro.

Solo la formazione permette di scrivere per teatro e cinema in funzione critica, con la dovuta profondità culturale più elevata. Oggi purtroppo si guarda più al vendere nel minor tempo possibile. Formarsi a 360 gradi come uomini, donne, artisti, per essere più che riconosciuti, riconoscibili.”

Dopo tanta gavetta arrivi poi a fondare la ACD Produzioni Srl con Giovanni Adinolfi e Giuseppe De Rosa. Primi corti, film che girano il mondo e ricevono molti premi e riconoscimenti (I Fratelli Balakov, La Rapina, premio 2017 al Social World Film Festival), fino ad arrivare al tuo primo vero lungometraggio, Trentatrè, del 2024, primo progetto che inizia a darti la giusta vetrina. 

“Si, Trentatrè, che si può trovare su Amazon Prime, è un lungometraggio particolare. Parla di periferie, io stesso vengo da lì e volevo raccontarlo senza mediazione, dalla prospettiva di chi a cavallo dei 30-40 anni cerca di essere qualcuno senza passare per la malavita e per il crimine.

Ci sono Giuseppe de Rosa, Luciano Giugliano, Gina Amarante, Miriam Candurro, Adele Pandolfi, ci sono io, Lello Ferrante, Dario Bianconi, Gianni Parisi, Rosario Verde. Un cast completamente indipendente, con le musiche di Jenna’ Romano. Con loro raccontiamo cosa sia veramente la periferia, andando nel profondo (senza voler spoilerare).

Trentatrè ha avuto una premiere a Los Angeles, prodotto da Sly Production, ed è stato quasi un miracolo, perchè racconta il fatto che si possa parlare di temi come periferie che sono ormai come delle città satellite, con una stratificazione molto più complessa, diversa da quella del main stream. Periferia con persone che vivono in un mondo che si atteggia a grande città ma che in realtà non lo è.

Vite normali ma speciali, che tentano di cambiare (cambiamento che poi non arriva). Grande lavoro di professionisti che hanno sentito il progetto sulla propria pelle, quasi come una sorta di psicoterapia.”

L’anno successivo è invece la volta del corto Fermata Le Madonnelle, altra tematica forte, e qui parti da una storia vera, è corretto?

“Si, questo corto, voluto fortemente dal produttore Gianni Terrano e ispirato al romanzo di Giuliana Covella, Il mostro ha gli occhi azzurri, parla del massacro di Ponticelli avvenuto ormai 42 anni fa. L’uccisione di Barbara e Nunzia, due bambine seviziate e uccise da, e qui è tutto da vedere.

In realtà vennero condannati all’epoca tre ragazzi, con grande probabilità innocenti, che combattono tutt’ora una battaglia legale ancora non ultimata.

La protagonista è Miriam Candurro, che interpreta Lia, una giornalista che torna sui luoghi del delitto e intreccia una storia personale con quella delle due bambine. Ci racconta che le notizie, per chi le vive in prima persona, diventano proprie, intime. Sono molto contento perchè questo corto comincia ad essere richiesto all’interno di manifestazioni, testimonianze, come all’Università Vanvitelli, per parlare proprio delle periferie, a supporto di impegno civile, che penso sia il compito del cinema.”

I due progetti sono legati perchè uniscono il fulcro principale della tua casa di produzione, affrontare temi sociali con l’obiettivo di mandare un messaggio e smuovere le anime di ciascuno per cambiare le cose. Secondo te, in base a ciò, cosa manca al nostro cinema per essere più universale, internazionale? Mancano le storie o il coraggio di crederci?

“Secondo me manca sicuramente la qualità di una proposta realmente innovativa, e la capacità poi di sperimentare il nuovo. Spesso lavori proposti alle produzioni, vengono messi in secondo piano a vantaggio di proposte invece più sicure e magari vendibili.

Per me l’arte dovrebbe essere privatizzata, non statalizzata o industrializzata (come disse Carmelo Bene), e puntare realmente allo sperimentale.

I grandi movimenti come il Neorealismo nascono proprio con l’idea di raccontare mediante grandi penne, degli argomenti scomodi, senza però scimmiottare quello che ci viene dettato dalle piattaforme. Ci vorrebbero nuovi autori più preparati al linguaggio cinematografico e pronti al corretto stile narrativo. Avere anche il coraggio di fallire, magari, o non essere capiti.”

Hai diretto anche uno spettacolo teatrale, I tre lati dell’assurdo, sette macroaree in cui parli della condizione umana proprio in questo senso, e girato vari videoclip per artisti quali Claudia Gerini, Tricarico, Enzo Gragnaniello. Hai un artista che consideri innovatore con cui vorresti lavorare?

“Mi piace molto Corrado Guzzanti, per dirne uno. Come hai detto tu, io mi ritengo un autore molto ironico e amante del teatro dell’assurdo, mi piace molto la comicità surreale. Guzzanti è sicuramente uno dei miei miti.”

La realtà chiamata Pandora Film Center

E arriviamo ad un altro tuo grande sogno, progetto realizzato. Insieme ai tuoi colleghi Miriam Candurro e Francesco Vitiello, riesci a creare Pandora Film Center, in cui tre storie di artisti apparentemente diversi si uniscono in un solo obiettivo, dare un futuro ai giovani, in un quartiere complicato come Caivano. 

“Assolutamente si. Pandora Film Center è la summa di tutto il lavoro fatto in precedenza, creato con i miei colleghi, fratelli, che lo hanno voluto quasi più di me. Io abito a Caivano, quartiere che negli ultimi anni è nelle cronache sempre più spesso. Pandora non è però solo caivanese, e posso dirti che Caivano è una città più complessa di quel che sembra, borghese, con un centro industriale e una cultura molto importanti.

Simbolo purtroppo di un degrado sempre maggiore, di cui si parla anche in Trentatrè. Il degrado che nasce dalla mancanza di reali opportunità. Pandora nasce per dare queste opportunità, con ragazzi anche di zone limitrofe come Salerno, ad esempio. Consente di lavorare con i professionisti del settore, anche Rai.

Aiutiamo chi ha bisogno di una mano per i propri progetti, cercando di essere un riferimento sul territorio, ma non in senso caritatevole, ma di serio, complicato, con lo scopo ultimo di tirar fuori artisti, ma soprattutto esseri umani completi.”

Quindi progetto in crescita possiamo dire, con la collaborazione di Optima. il percorso dura due anni più uno, ci sono vari corsi sinora, ne verranno poi aggiunti degli altri?

“Si, per ora ci sono regia, recitazione, sono in arrivo doppiaggio, sceneggiatura, e poi dei corsi veri e propri per le maestranze. Proprio pochi giorni fa dicevamo con Francesco e Miriam di come questa accademia sia già diventata non più solo nostra, ma proprio di questi ragazzi. Commovente, e molto bello. Si toccano tutte le materie, dalla dizione al movimento scenico, sino al lavoro psicologico sul personaggio.”

A Caivano è stata di recente girata, attualmente in onda, una fiction, La Preside, con Luisa Ranieri. Pensi sia importante che il cinema parli di questi argomenti, di queste problematiche?

“Sono un pò critico su questo punto, con questa operazione che è stata fatta. Capisco l’idea del prodotto ma racconta un pò superficialmente la cosa, almeno a mio parere. Racconta cosa accade ma dal punto di vista di persone che non conoscono bene quale sia la realtà.

A mio parere la storia risulta un pò troppo semplificata, commercializzata, di una singola persona che da sola riesce a cambiare tutto. Quasi impossibile.

Andrebbe invece raccontato tutto il sistema, come la scuola che non funziona. Il sistema che ha molte sfaccettature.

Raccontato così solo per audience o per vendere, è difficile da far capire a chi vive al Nord o in altri mondi lontani da qui

Quindi secondo me parlarne si, ma studiando nel profondo il problema, non soltanto mediante clichè troppo generalisti. L’arte dovrebbe aprire delle domande, non darne.”

Oggi poi si è nella società del velocizzare, scrollare tutto. Come vivi tu i social?

“Li utilizzo, rispondo, ma stando attento a non farmi coinvolgere troppo. I social tendono ad abbattere la narrazione della propria storia, preferendo invece argomenti uno dopo l’altro senza logica.”

Tornando per un momento al cinema, secondo te è più difficile far piangere o ridere?

“Dipende da come lavori sul personaggio, ma se devo scegliere ti dico far ridere. Ci vuole un carisma particolare, capace di strapparti sorrisi anche amari, come faceva Guzzanti.”

Un consiglio, per salutarci, a chi vuole intraprendere la carriera dell’artista?

“Mi ripeterò ma dico studiare, capire in che direzione si vuole procedere, anche dal punto di vista concettuale. Senza pretendere di essere un tuttologo, ma scegliersi un tema e costruirci sopra la propria identità.”

Noi di Almanacco Cinema ringraziamo Lorenzo Cammisa per il tempo che ci ha dedicato.