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Salvatore Langella

Salvatore Langella, la sinuosità di un artista sincero

Salvatore Langella: il celebre attore, intervistato ai microfoni di Almanacco Cinema, ha raccontato sè stesso tra progetti in corso e sogni nel cassetto.

L’attore Salvatore Langella, volto noto del mondo cinematografico, televisivo e teatrale, ha scelto oggi in una bella chiacchierata tra amici, di svelarci un pò della sua vita, della sua carriera, e delle sue aspettative per il futuro.

Salvatore Langella, la sua formazione

Ciao Salvatore e benvenuto. Partiamo dalla tua formazione. La tua carriera attraversa il mondo del cinema, del teatro e della televisione. Quando è stato il momento in cui hai capito che avresti voluto fare, ed essere, un attore?

“Molto presto. Da bambino ho iniziato subito ad avere una forte attrazione per il mondo della danza, io vengo dal balletto classico. Da lì l’esplorazione del palco e del teatro.

Forse la conferma che questo poteva essere un percorso vero, con la quale poter anche vivere, è stata da adolescente quando vinsi un premio molto importante a livello nazionale, nel ballo studentesco per i giovani talenti, e da quel momento posso dire che tutto è stato molto fluido, nel senso che ho immediatamente capito che potevo studiare questo mestiere, nel teatro e nel cinema.

Ho scelto di studiare al Centro Sperimentale di Cinematografia, ho studiato molto anche all’estero, e poi man mano è diventato un lavoro.”

Che rapporto hai con la città di Napoli e quanto questo ha influenzato il tuo lato artistico ma soprattutto umano?

Napoli, la Campania, è la mia famiglia, il mio sangue. Io sono nato e cresciuto al Nord.

Sicuramente l’energia, il calore, che sembrano essere degli stereotipi ma non è sempre così. C’è un qualcosa, una verve, e anche una storia dei napoletani che mi porto dietro ogni volta che mi esibisco e vado in scena. Ovviamente quando interpreto un personaggio del Nord è più difficile sentirla ma ti dico che comunque non è affatto scontato cercare in quella qualità di presenza che hanno i napoletani.

Possiamo proprio dire che hanno quella “cazzimma” che ti porti dentro.”

Un maestro che ha influito positivamente nel corso della tua crescita artistica?

“Come maestri direi, tra i tanti, Eljana Popova, la mia insegnante di cinematografia al Centro Sperimentale, che è stata una guida spirituale e tecnicamente mi ha fornito quegli strumenti che ancora oggi utilizzo quando recito. L’insegnamento più bello che mi ha lasciato è vivere.

Se non vivi non puoi proprio metterti in scena, non c’è proprio altra risposta.”

Il suo lavoro sul personaggio

Quando affronti un nuovo personaggio parti dal corpo, dalla voce, dal testo, oppure dalla tua immaginazione?

“E’ diverso ogni volta secondo me, dipende dal tipo di personaggio. Ci sono quelli più vicini, che ti arrivano più facilmente, si attaccano a te. Io poi sono un pò della scuola che i personaggi vanno portati a braccetto.

Io personalmente però tendo a partire dal corpo, poi ripeto, dipende anche dal testo.

Ad esempio nello spettacolo che sto portando attualmente sul palco c’è una grande preponderanza di testo, quindi sicuramente anche la parola è fondamentale, così come il corpo, almeno per me, provenendo anche dalla danza.”

Parlami Orlando, spettacolo teatrale che porti in scena con la regia di Giuseppe Bucci. Cosa ti ha colpito di questo testo e qual è stata la sfida più dura da dover sostenere?

“Parlami di Parlami Orlando, un bel gioco di parole. Porta con sè una sfida multistrato, il testo è straordinario, è spesso letterario, letterale.

Stiamo parlando di Virginia Woolf, della potenza della parola, quindi anche solo leggendolo fa il suo lavoro. Io umilmente provo a dire queste parole difficilissime, complesse, bellissime. Penso la sfida sia proprio questa, forse restituire la complessità e le sfumature che voleva trasmettere Virginia Woolf, la quale aveva un vissuto completamente diverso dal mio.

Lei cercava di raccontare attraverso i personaggi in questo viaggio nei secoli, in cui parla della condizione dell’uomo e della donna, attraversando nel tempo i vari regnanti inglesi. E’ poi anche una sorta di testo che parla di transizione di genere antelitteram. Difficoltà incredibile.

Come restituire questo senza però toccare l’argomento? Essendone tangente, passandoci accanto con una poesia delicata, e poi restituirlo nel corpo. Può sembrare difficilissimo, lo è, ma è anche la bellezza di questo testo.

Poi io sono un uomo anni ’80, in Italia, dove trovo le coincidenze? Portando in scena il personaggio a braccetto, e anche Virginia che parla di sè stessa e ci accompagna in qualche modo.”

Con Giuseppe avete costruito un dialogo artistico molto forte. Com’è lavorare con lui e come ti sei trovato dal punto di vista artistico ma soprattutto umano?

“C’è un sodalizio diventato amicale e umano quasi necessario visti i molti altri testi in cui abbiamo collaborato, con temi diversi ma non così lontani. Lavorarci è sinuoso, nel senso che è stimolante all’ennesima potenza.

Ho un ricordo di me che lavoravo con lui su questo testo circa una decina di anni fa, ed ero molto teso. Cercavo in lui conferme del tipo aiutami a crescere, aiutami a portare il testo in scena, a restituire al pubblico. Ricordo enormi difficoltà tecniche ma anche di vissuto che poi si è fortificato nell’arco di questi dieci anni. Noi parliamo di temi enormi, quali sesso, sessualità, genere, poesia, letteratura, ma anche empatia, famiglia.

Questo testo è enorme e riusciamo ad avere un dialogo artistico ed umano. Ecco, il mio rapporto con lui è un dialogare sinuosamente.”

Al cinema puoi rifare una scena, a teatro non puoi sbagliare. Come ti cambia questa cosa dentro? Sono due mondi divisi ma legati allo stesso tempo, ne preferisci uno in particolare o pensi si possa imparare da tutti e due?

“Penso si possa imparare facendo entrambi, ma ti dico che sono due mestieri diversi. Come uno scultore e il pittore. Arte sempre figurativa ma tecniche e linguaggi differenti. Il percorso è lo stesso, ma cambia la restituzione finale.

Come suonare due strumenti diversi, tipo un pianoforte e un violino. Anche una interazione, chimica, risposta, respiro che cambiano. Si arriva a quell’emozione in entrambi, il metodo deve necessariamente differire, e te lo dico insegnando cinema ma facendo teatro ormai da una vita.”

Riguardo il mondo social, oggi tutti si improvvisano un pò attori senza la giusta formazione. E’ tutto più veloce anche per i giovani. Come è cambiato secondo te il mestiere dell’attore rispetto ad esempio a venti anni fa?

“Domanda enorme. Ti dico che penso siano molto utili per la vendita e divulgazione di un prodotto, ma non li vedo come una restituzione vera e propria del lavoro attoriale. Si può iniziare attraverso quello, ma fare questo mestiere significa che non va cercata la lode o la celebrità.

Sono una parte del percorso, però l’arte vera è un’altra cosa. L’hanno cambiata mettendo nel pubblico l’idea che si può accedere a questo modo più facilmente, ma non è così. Chi entra attraverso i social deve poi constatare che ci vuole dopo molto altro studio.

Quindi penso abbiano solo aumentato il desiderio ma non possono sostituirsi allo studio sul campo..

C’è il rischio a volte che si parta solo da quelli, e questo frustra un pò, ma penso sia un problema che ci sia sempre stato anche ai tempi delle tivù private, quando cambiarono le qualità del cinema. E’ un problema che si evolverà sempre, ma gestibile.”

Un artista con cui vorresti lavorare, italiano o internazionale?

“Ce ne sono troppi. Ti dico che mi piacerebbe lavorare con una artista e attrice enorme. Io ho avuto la fortuna di incontrare Cate Blanchett in alcuni contesti, soltanto l’energia che emanava anche solo dicendo due parole, l’aura, era gigantesca.

Lavorare con personaggi più grandi di te può solo aiutarti a crescere e a migliorarti ogni giorno di più.”

Se ti dovessi definire in una sola frase come artista, quale sceglieresti?

“Ma guarda, non voglio dire trasversale ma abbastanza eclettico si. Molto difficile, sono tante cose, è molto complesso in questo momento, ci sono tante cose nella mia vita. Penso sia ancora presto per definirmi completamente.”

Preferiresti interpretare un personaggio di una lunga serialità o di un grande film?

“Te la dico brutale, grandi film. Nasco per quello, ho studiato per quello. Anche perchè poi ad un certo punto li saluti e li lasci andare.

Grandi film senza dubbio alcuno:”

Sei d’accordo con il non dover giudicare mai il personaggio?

“Assolutamente si. Mai giudicarlo. Bisogna almeno desiderare un’intelligenza, una ricerca. Non puoi mai giudicarlo e giudicarti, altrimenti perdi il senso di questo lavoro. Occorre invece esplorare il personaggio in più punti per interpretarlo sempre meglio e poterlo far arrivare con altrettanta verità a chi ti sta guardando.”

Riguardo il futuro invece, cosa puoi anticiparci? Hai qualche progetto in arrivo? Cosa ti aspetti per il futuro?

“Ho dei progetti davanti a me, più o meno grandi, ma quello che spero prenderà un binario ancora più grande sarà il mio primo film alla regia, presto in uscita, con una produzione Stati Uniti- Italia e, non dico altro. Incrociamo le dita.

E poi volevo aggiungere, riguardo lo spettacolo Parlami Orlando, che lo porteremo in scena nei primi di marzo al teatro Off Off Theatre di Roma, dal 4 al 6, con la regia di Giuseppe Bucci e le installazioni scenografiche di Andrea Maresca. Un progetto a cui come dicevo siamo molto legati e che vogliamo realizzare con grande cura e professionalità.”

 

Ringraziamo Salvatore Langella per essersi raccontato ai nostri microfoni di Almanacco Cinema.