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La sala professori, la recensione su Almanacco Cinema

La sala professori, la recensione

La sala professori è l’ultima opera del regista İlker Çatak, e parla dello smascheramento di una società. A partire dal microcosmo di una scuola.

Si tenta un passo alla volta, con delicatezza si pone ogni carta al suo posto, ma ne basta una posata male e il castello crolla inesorabilmente. Così crollano le apparenze di una scuola tedesca e le maschere della società tutta.

La sala professori è l’ultimo film diretto da İlker Çatak, che ne firma anche il soggetto e la sceneggiatura. Sottointendendo l’indissolubile legame tra scuola e società, il regista mette in scena con riconoscibile sapienza cinematografica tedesca la decostruzione di una struttura sociale che mette in pratica l’ossimoro democrazia-tolleranza zero.

La sala professori, la protagonista

La protagonista, la cui interprete Leonie Benesch offre un’interpretazione impeccabile, serena e tesa, è un’ insegnante che, etimologicamente, “ imprime il segno”: segna le tracce da seguire senza imporle. Pesa ogni sua azione pedagogica, nella sua classe lavora sul gruppo e sul senso di appartenenza e di lavoro comune. Crede nel suo ruolo e nel suo compito sociale sentendosi parte dell’istituzione e perseguendo la costruzione di una scuola sempre più capace, accogliente e autenticamente formativa.

Quando alcuni furti minano la gestione democratica e lo stato di emergenza si insinua (“Zero tolleranza è un concetto, state attenti che non fa distinzione tra immigrati e residenti, cantavano i 99 Posse), alimentando pregiudizi e un clima da Gestapo, lei, per spirito di giustizia e per tutelare i ragazzi, agisce da sola per smascherare il ladro. In buona fede, sicura dell’etica dell’azione.

Ma un’azione singola scatena conseguenze multiple e disparate e sul banco degli imputati finisce essa stessa, accusata della sua iniziativa da professori e dagli stessi alunni da lei difesi. L’etica è schiacciata dalla morale e pezzo dopo pezzo si svela il sistema nel suo complesso. Un sistema nel quale la preside lavora per il mantenimento dello status quo, i professori tirano acqua al proprio mulino, alcuni si mostrano a loro volta disonesti e gli alunni accusano chi ha tentato di aiutarli.

La sala professori, una scena del film

Il crollo di un castello di carte

Il castello di carte crolla e crolla addosso a chi ogni giorno compie sapientemente il proprio lavoro vedendo in esso l’energia per spingere avanti chi e ciò che abbiamo di fronte, a chi crede nel valore dei suoi compiti.

Il castello crolla schiacciando chi sotto vi ci si trova, lasciando visibile la realtà contorta e ingestibile delle strutture che compongono il quadro dentro il quale il singolo tenta il bene in nome della comunità.

Una costruzione da giallo di cui non ci interessa scoprire il colpevole, accompagnato da una fotografia essenziale e perciò bellissima, da una messa in scena delicata e al contempo ansiogena e aggressiva.

La sala professori è un film profondamente politico: sulla scuola, sul tessuto sociale, sullo stato. È un film sulle difficoltà della scuola, il suo abbandono, la perdita della sua centralità, ed è al tempo stesso la fotografia della crisi delle istituzioni non più in grado di gestirsi e costrette a mascherarsi dietro un ordine normativo e burocratico come quello che la privacy impone, per stabilire un ordine che non c’è, essendo esse stesse profondamente invischiate nel disordine vigente.

In conclusione

La sala professori è il quadro di un umanità che non crede più nel disegno collettivo ma in tanti ritratti singoli, compatibili solo in base agli umori del momento e facilmente cancellabili e che lascia soli e disarmati quei pochi che, come la nostra insegnante, credono, sperano e lavorano nel segno della progettazione per futuri migliori e della collaborazione tra tutte le componenti sociali.

Recensione a quattro stelle su Almanacco Cinema

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