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Le interviste di Almanacco Cinema: Parsifal Reparato

Le interviste – Parsifal Reparato: “Il documentario è il futuro del cinema”

Il genere documentario è il futuro del cinema: ne è convinto Parsifal Reparato, giovane filmmaker e produttore protagonista dell’intervista di oggi.

Nato a Napoli, classe 1985, Parsifal Reparato è un giovane appassionato davvero a quello di cui si occupa: il cinema documentario.

Un professionista che pochi anni fa ha aperto anche una propria casa di produzione, Antropica, che si occupa di aiutare i giovani emergenti a realizzare i propri progetti cinematografici in ambito documentario.

Lo ringraziamo per il tempo che ci dedicato.

Le interviste: Parsifal Reparato, filmmaker e produttore di documentari

Ci racconti com’è iniziata la tua avventura nel cinema documentario? Di cosa ti occupavi prima di dare vita ad Antropica?

“Non mi sono formato in maniera classica: prima ho studiato Antropologia, poi sono finito a lavorare alla Apple. Avevo avuto accesso a un programma manageriale subito dopo gli studi. Avevo accettato il posto perché era un lavoro di prestigio per noi poveri antropologi (ride) e soprattutto perché mi dava una chiave d’accesso al mondo del lavoro da un altro punto di vista. Sono stati due anni e mezzo molto formativi, perché ho visto come si gestivano i lavoratori.

Avrei voluto fare altro. A un certo punto ha prevalso il buon senso: dopo aver raccolto i dati di mio interesse è tornata la voglia di fare documentari e di raccontare il mondo del lavoro. Così ho fatto Nimble Fingers (2018, qui il trailer), sono partito per il Vietnam, ho speso lì un anno a fare la mia ricerca etnografica, raccontando le operaie della Canon.

Avevo fatto il salto, abbandonando il mondo del lavoro salariato, e mi ero lanciato nel precario mondo del cinema. Ho iniziato a fare documentari, collaborazioni, e mi sono poi formato in Direzione della Fotografia prima ed Executive producer poi, attraverso i bandi della Regione Lazio. Aderii al progetto Torno Subito, mi formai per 6 mesi al Centro Sperimentale di Buenos Aires, tornai, feci un tirocinio. Feci un corso da produttore esecutivo, oltre che lo “schiavo” per varie produzioni cinematografiche, rubando il know-how.

A un certo punto sono riuscito ad aprire Antropica grazie ai fondi pubblici: i Fondi di Impresa Formativa della Regione Lazio. Mi diedero un fondo di 100.000 euro per aprire questa società, senza il quale non avrei avuto questa possibilità“.

Parsifal Reparato

Parlami della tua società, Antropica.

“Antropica è nata come Associazione di Promozione Sociale, e lo è ancora, poi è diventata SRL grazie al fondo ricevuto. L’APS è nata per promuovere il filmmaking etnografico, formando giovani che non appartengono al circuito lavorativo (i cosiddetti NEET). Abbiamo condiviso i nostri saperi, le nostre pratiche e la nostra visione, fatta di ricerca etnografica e passione per il cinema indipendente, abbiamo cercato di creare un ponte con questo mondo folle e precario ma ricco di idee.

Io sono convinto che il documentario sia l’avanguardia del cinema, il futuro, perché è dove si sperimenta di più. Spesso il cinema si appropria delle idee che nascono in ambito documentaristico.

La società ha l’ambizione di mantenersi indipendente e promuovere documentaristi, filmmaker e progetti strutturati con una grande ricerca alle spalle, senza perdere di vista il pubblico ampio. Questo approccio ha due finalità: portare contenuti importanti all’attenzione del grande pubblico e far uscire dall’ambito accademico le ricerche”.

Mi interessano i tuoi trascorsi all’Apple, che ti hanno fatto conoscere dall’interno una multinazionale: gireresti un documentario su una fabbrica che produce componenti per la tua ex azienda?

“Assolutamente sì. In effetti proprio in questo periodo stiamo facendo questo: non dirò il nome dell’azienda, l’intento non è colpire l’azienda specifica, ma ragionare sul sistema di produzione. Realizzare questi tipi di documentari pone moltissimi problemi, vedi il recente Food for Profit. Persino Michael Moore ha consumato gran parte delle sue risorse per pagare gli avvocati nelle cause che gli intentano”.

Ritornando a Nimble Fingers, nacque così: lavoravo alla Apple avevamo le magliette con su scritto “made in Vietnam”, e io volevo andare a vedere chi produceva quelle magliette. Così ho cercato fabbriche del settore abbigliamento: il documentario, in origine, doveva essere su quelle. Poi il campo di ricerca mi ha condotto verso l’elettronica.

Ho indagato le fabbriche che producono per i grandi marchi, che rivendicando di essere le più virtuose, ed in effetti è vero: è questa la cosa più tragica”.

Oggi ci sono ancora fondi disponibili?

“Ce ne sono vari. In Europa lavoriamo con i soft money, che sono fondi pubblici. In Italia abbiamo i fondi regionali e quelli statali: i selettivi, gli automatici, il tax credit“. Tax credit che a quanto pare, con la nuova legge cinema che vareranno a breve, sarà sempre più inaccessibile per le produzioni indipendenti. Non tira una bella aria”.

Prima accennavi alla tua esperienza da “schiavo” nelle produzioni cinematografiche. Raccontaci qualcosa di più.

“Per il cinema di finzione ho lavorato poco, facendo sia l’organizzatore, l’aiuto regista e l’aiuto camera. Ho lavorato quasi sempre nel documentario, dal quale ho appreso il know-how. La dimensione del cinema di finzione, non l’ho mai sopportata molto. Mentre invece ho collaborato all’ultimo film di Minervini, con grandissimo piacere”.

Un'immagine di I dannati, film al quale ha lavorato anche Parsifal Reparato

La tua aspirazione era quella di diventare un regista di documentari?

“Non mi piace definirmi regista nella vita: finisco per farlo quando voglio raccontare determinate storie. I lavori in cui mi ritrovo di più sono quelli che realizzo in Vietnam, perché lì sento che se non li faccio io non li fa nessuno. Sono davvero necessari.

Ho aperto una società di produzione perché mi piace trovare persone motivate e preparate per fare questi lavori. Non credo molto nel regista a tempo pieno che fa film su tutto, soprattutto nel documentario.

A un ragazzo che vuole fare questo lavoro consiglierei una preparazione tecnica, come la mia. Nel documentario ci si ibrida molto: la troupe è molto più piccola, rispetto al cinema di finzione, c’è bisogno di essere affiatati nel team, e ci vuole consapevolezza da parte di tutti i componenti della troupe. A differenza del cinema di finzione, che è un’industria nella quale magari l’elettricista non sa nemmeno a che tipo di film sta lavorando.

È importante trovare la propria passione e seguirla, poi nel momento in cui una storia ti viene addosso e ti interessa tanto, troverai il modo per raccontarla. Io mi sono formato come operatore, volevo fare il filmmaker. Di tanto in tanto ho raccontato storie. Oggi vorrei dedicarmi molto all’attività di produttore”.

A proposito di storie: tu come ti imbatti nelle storie? Hai un esempio che vuoi condividere con noi?

“Il progetto sul Vietnam mi è piovuto addosso. Un altro esempio è quello di un piccolo cortometraggio che è nato mentre stavamo documentando l’attività di un laboratorio teatrale a Napoli. Volevamo raccontare la realtà del terzo settore di Scampia, come ha fatto rifiorire il quartiere, e ci siamo imbattuti nella storia del protagonista: nello spettacolo teatrale era un banditore, ed era anche l’utente del centro di salute mentale di Scampia.

Una persona che nella maggior parte dei del mondo sarebbe stato soltanto un outsider, mentre a Scampia si è realizzato, portando avanti svariate attività sul territorio grazie all’attività organizzate da una comunità accogliente, ricca di associazioni e attivisti. Una storia che valeva la pena raccontare”.

Il rapporto con Napoli. E il cinema di finzione

Tu sei di Napoli, quindi queste realtà le conosci più da vicino. Il fatto di essere di Napoli quanto ha influenzato il tuo interesse per il genere documentario?

“A Napoli ci ho fatto anche la mia tesi di laurea triennale. È una città che ti fa crescere tanto, è ricca di spunti e ti aiuta a confrontarti con tante realtà diverse e con tante classi sociali diverse. Questo è stato d’aiuto. Se Napoli non ti ammazza la voglia di conoscere l’altro, te la alimenta”.

Come valuti la scena cinematografica napoletana?

“Quando ero ragazzino mi piaceva il primo Sorrentino, e anche Martone. Adesso non guardo tanto cinema di finzione, soprattutto italiano, trovo che sia un cinema che è invecchiato tanto e che non abbia più molto da dire, ha perso la capacità di rinnovarsi. La risposta deve arrivare dal basso, con il documentario e con giovani preparati.

Non mi piace l’ambito del cinema di finzione, e non mi piacciono le dinamiche che ci sono dietro, che trovo poco formative. Trovo che non sia un’esperienza di vita ma un mercato. Dall’esperienza del documentario esci sicuramente più povero (ride, ndr), ma umanamente molto più ricco, è qualcosa che ti porti dietro sempre. Nel cinema di finzione tu sei l’ingranaggio di una macchina industriale.

Ne vale la pena? Sì se fai film di un certo spessore, come quelli che prima si producevano in Italia, che sollevava anche un pensiero critico importante. Oggi il cinema italiano non lo guardo mai perché è tutto omologato. Cosa mi racconta? Dovrei guardarmi il film della Cortellesi che vince pure il Nastro d’Argento? Lo dovrei guardare perché mi racconta la prospettiva femminista? Non so se quella prospettiva è femminista. Quella di una ricca borghese, dalla carriera già avviata, che racconta una storia sulle donne è davvero una prospettiva femminista?”.

Finisco di pungolarti sul cinema di finzione, promesso. Ne deduco che tu non abbia la curiosità di andare a vedere Parthenope, l’ultimo film di Sorrentino.

“La curiosità ce l’ho sempre: faccio il produttore e mi devo per forza documentare sul mercato. Ciò detto, siamo lontanissimi da Sorrentino in tutti i sensi: ideologicamente, produttivamente. Non andiamo a fare quello”.

Parlavi del fatto che il cinema di finzione viene spesso influenzato dal cinema documentario. Ci sono film che tu hai amato che hanno una forte impronta documentaria?

“Mi viene in mente Pietro Marcello“.

Mi hai raccontato, però, che hai lavorato recentemente sul set di I dannati di Roberto Minervini: ci racconti qualche aneddoto tratto dalla tua esperienza?

“Io sono stato sulla produzione del film, lavorandoci come boom operator (microfonista, ndr). Conobbi Roberto in Italia durante un progetto che poi non è andato avanti: ci lavoravo come esecutivo. Ci trovammo molto bene. Mi piace molto il modo in cui gestisce la relazione con i personaggi e con tutta la crew.

Eravamo una troupe molto affiatata, grazie alla capacità di Minervini di tenere il set. È difficile mantenere la calma e, nei momenti di difficoltà, non superare un limite che rischia di farti abusare dei tuoi collaboratori. Io non sono uno che sponsorizza gli altri, ma per Roberto nutro la massima stima. È un leader: ha l’umiltà. E fino a 40 anni ha lavorato e si vede. Sa cogliere il lato umano”.

Minervini docet: non è detto che si arrivi al documentario da giovanissimi. Ci si può approdare anche da grandi. Confermi?

“Sì. È difficilissimo. Non so come abbia fatto Roberto a iniziare a fare i suoi primi veri film a 40 anni. Io ancora non ho 40 anni e sono stanco fisicamente. Fare documentari è appassionante, ma anche molto stancante. Sicuramente, chi ha un’esperienza di vita intensa e storie da raccontare che ha vissuto può essere un buon autore. Se vuoi essere un documentarista lo puoi fare, tutto si può fare se si trova la strada, ma è faticoso”.

La sceneggiatura nei lavori di Parsifal Reparato

Quando tu giri un documentario che ruolo gioca la sceneggiatura? La costruisci a tavolino in modo che risulti spontanea o preferisci lavorare quasi in presa diretta, senza un vero e proprio canovaccio?

“Non c’è una regola. Io sono una persona caotica e ho bisogno di schematizzare molto (indica la parete con tutti gli appunti di montaggio sui post-it, ndr). Ho bisogno di dare un ordine al caos che mi perseguita. Di conseguenza, mi distraggo facilmente, sono molto impulsivo e per non perdermi, tento di farmi un canovaccio. Ipotizzo un trattamento, mi avvalgo di persone che sappiano scrivere meglio di me – i miei collaboratori sono spesso più anziani di me – e capaci di darmi una struttura, con le quali costruisco un binario. Dal quale deraglio puntualmente.

Studiamo insieme una linea narrativa, sia dopo la fase di ricerca che durante la produzione. Io tento di mantenermi aggrappato a quel canovaccio, a volte pensiamo anche a una vera e propria sceneggiatura, per avere ben chiaro chi sono i miei protagonisti e qual è il concept di ogni scena, che magari voglio approfondire, non perdendo di vista l’obiettivo”.

Quanto conta l’estetica nel documentario? È decorativa o funzionale? Ti è mai capitato di visualizzare delle idee, delle scene, prima di girare? 

La sfida è quella: capire qual è la tua estetica, il tuo concept. È la parte più difficile ma anche la più bella, visto che ti permette di trovare te stesso attraverso le immagini che racconti. Nimble Fingers era un’opera prima, ho tentato di essere più asciutto possibile. Ci sono alcune scene, piccole visioni, in cui mi sono trovato. Man mano elabori immagini, le acquisisci e trovi te stesso. Come lo scrittore.

L’estetica è importantissima. La sfida che mi pongo è tentare di mettere su pellicola quello che ho dentro, trovando il giusto bilanciamento tra le immagini ed il mood che un determinato ambiente, o una determinata storia mi trasmette. Quando riesci a trovare la giusta sintesi, lì stai iniziando a fare qualcosa di bello. Io ancora non ci sono riuscito (ride)”.

Ti piacerebbe girare un film quasi privo di parole?

“Magari, non ci si riesco, non ne ho le capacità. Ci provo da una vita”.

Gli autori di riferimento

C’è qualche autore di documentari che rappresenta il tuo stile, nel quale ti rispecchi?

“Non esiste. Per me sono stati di grande ispirazioni La bocca del lupo di Pietro Marcello e i lavori di Minervini: Pietro Marcello per l’utilizzo degli archivi, riesce a farne un utilizzo che tocca l’inconscio dello spettatore, Minervini per la capacità di lavorare con i propri personaggi, con la camera a mano.

Poi, nel mezzo, ci sono riferimenti estetici che a me piacciono tanto, come il cinema di Wong Kar-Wai e Jia Zhangke“.

Old Boy, il film preferito di Parsifal Reparato

Hai un debole per il cinema orientale…

“Non ci sono finito per caso, in Vietnam. Il film preferito, forse, è Old Boy di Park Chan-Wook che è coreano però non è stato un punto di riferimento per ciò che faccio”.

Mi parlavi delle relazioni che si creano sul set. Che tipo di approccio hai nei confronti dei protagonisti delle tue storie? È un approccio da fuori o c’è un coinvolgimento più profondo?

“Io costruisco delle relazioni, che hanno anche un “secondo fine” (allude alla realizzazione del film, ndr). La capacità è riuscire a costruire una relazione onesta con i propri interlocutori, entrambi consapevoli di quello che stiamo facendo. Il motivo per cui faccio un documentario è che mi innamoro di una storia, e quindi ovviamente devo costruire una relazione forte e autentica.

Ogni documentario, ogni storia, ha un tipo di relazione diversa alle spalle. L’unica regola che c’è, per me, è costruire relazioni più salde e più autentiche possibile con il mio interlocutore. Quando fai un documentario hai il coltello dalla parte del manico: puoi manipolare tutto quello che vuoi. Devi convincere il tuo protagonista a fidarsi e ad affidarsi molto. Io non so se concederei a qualcuno di fare un documentario su di me (…)

Il lavoro principale che deve fare un documentarista è costruire relazioni, sforzarsi di mettersi in gioco. Quando inizi a metterti in gioco con l’altro stai veramente costruendo un progetto forte. Fin quando vai con lo sguardo del regista che dall’alto vuole tirare fuori la morale da quello che sta facendo, non funziona. Nel momento in cui riesci ad amare la persona con cui stai lavorando, a prescindere da tutto, inizia a funzionare. Devi accettarlo, punto.

Il personaggio del quale mi sono innamorato di più nel film che stiamo facendo, è il carnefice delle operaie, e si vede. Infatti è un problema, dobbiamo dosarlo un po’. È l’unico maschio del film, e ci ho legato di più. La dice lunga un uomo che fa un film sulle donne: ovviamente poi si finisce in queste contraddizioni”.

Perché ami fare film documentari sulle donne?

“Non li faccio solo sulle donne (ride). Per me ha senso fare documentari sugli ultimi. Lo scopo di quello che faccio, lo scopo di Antropica, è raccontare gli oppressi. Dare una prospettiva dal basso vera. È quello che ti permette di emanciparti.

In Vietnam, alla base della piramide, ci sono le donne. Cerco il punto debole della catena, quello che ti apre di più gli occhi“.