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Chris Pratt interviene sul dibattito degli attori digitali

Chris Pratt ridimensiona le paure sugli attori generati dall’intelligenza artificiale, mentre Hollywood si interroga sul futuro del cinema.

Nel dibattito sempre più acceso sull’impatto dell’intelligenza artificiale nel cinema, Chris Pratt sceglie una linea netta: niente panico. Intervistato da Variety durante la première newyorkese del suo nuovo film Mercy: Sotto Accusa (in uscita al cinema domani 22 gennaio), l’attore ha liquidato come esagerata l’ansia che circonda l’idea di “attori” generati dall’AI, in particolare quella legata alla figura di Tilly Norwood, diventata in breve tempo un caso mediatico.

“Non so nemmeno chi sia”

Pratt non ha usato mezzi termini. Alla domanda su Tilly Norwood, l’attore ha risposto candidamente di non sapere chi fosse, definendo l’intera ondata di preoccupazione come qualcosa che, al momento, non ha alcun riscontro concreto. Per lui, parlare di sostituzione degli attori umani è prematuro: finché queste figure restano concetti astratti o dimostrazioni tecnologiche, non rappresentano una minaccia reale per chi lavora sul set.

Tra ipotesi e realtà industriale

Le dichiarazioni arrivano in un momento delicato per Hollywood, ancora segnata dagli scioperi e dalle trattative che hanno posto l’uso dell’intelligenza artificiale al centro del confronto tra studi e lavoratori creativi. Tilly Norwood, attrice digitale presentata come possibile nuovo “talento”, è diventata rapidamente il simbolo di queste paure, più per ciò che rappresenta che per ciò che effettivamente fa. La sua esistenza ha sollevato interrogativi su diritti, tutele e futuro del lavoro artistico.

L’AI come strumento, non come interprete

Pur riconoscendo che l’intelligenza artificiale cambierà inevitabilmente il modo di fare cinema, Pratt ha sottolineato una distinzione fondamentale. Secondo l’attore, l’AI può essere un dispositivo potente, capace di supportare e migliorare i processi produttivi, ma non può sostituire l’esperienza umana che sta alla base della recitazione. Emozioni, vissuti personali, sofferenza e desiderio restano elementi che nessun algoritmo è in grado di replicare davvero. Una posizione che trova riscontro in Leonardo DiCaprio, il quale ha più volte ribadito che, pur vedendo l’utilità dell’AI come strumento creativo, la vera arte cinematografica nasce dall’esperienza e dalla sensibilità degli interpreti umani.

Un dibattito destinato a proseguire

Le parole di Chris Pratt non chiudono la discussione, ma contribuiscono a ridimensionarne i toni. Mentre una parte dell’industria guarda all’AI con timore, altre voci invitano a evitare scenari apocalittici e a distinguere tra sperimentazione tecnologica e realtà lavorativa. Il caso Tilly Norwood, più che annunciare la fine degli attori umani, sembra raccontare l’ennesima fase di transizione di un’industria che, da sempre, vive in equilibrio tra innovazione e tradizione.