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Filmart 2026: l’Asia accelera sull’AI mentre Hollywood frena
Al Filmart 2026 l’Asia punta tutto sull’AI nel cinema. Hollywood resta bloccata tra cause e sindacati mentre il futuro prende forma altrove.
A Hong Kong non stanno aspettando nessuno. Al Filmart 2026, il principale mercato audiovisivo asiatico, l’intelligenza artificiale non è più una promessa, ma una realtà già operativa. Mentre Hollywood si incarta tra autocelebrazioni, scioperi, cause legali e tavoli sindacali sull’uso dell’AI, in Asia si fa una scelta più semplice: andare avanti.
L’evento, che celebra anche i suoi 30 anni di attività, segna un passaggio storico. Nato nel 1997 come hub regionale per facilitare gli scambi tra industrie cinematografiche asiatiche e internazionali, oggi il Filmart è diventato un punto d’incontro globale. Ma soprattutto è diventato un termometro: misura in tempo reale dove sta andando l’industria.
E la direzione, nel 2026, è una sola.
Il risultato è plastico: 28 panel dedicati all’intelligenza artificiale contro una sola discussione sui rischi legati al copyright. Tradotto: non è il momento dei dubbi, è il momento dell’adozione.
Filmart 2026: il cinema da industria ad hub globale
Il cambio di paradigma si vede anche nei protagonisti. Fino a pochi anni fa, il Filmart era terreno di incontro tra Hollywood e Cina, con dirigenti pronti a stringersi la mano su co-produzioni tradizionali. Oggi quei dirigenti sono spariti.
Al loro posto ci sono Google, Alibaba, Midjourney e una batteria di startup AI cinesi. Non si parla più solo di film: si parla di workflow automatizzati, sceneggiature generate, animazione AI e pre-visualizzazione accelerata.
Il messaggio è chiaro: il cinema non è più solo un’arte, è un’infrastruttura tecnologica. E mentre Hollywood discute se l’AI debba essere regolata, in Asia viene già integrata nei processi produttivi. Senza troppi drammi, senza troppe nostalgie.
Il caso simbolo è Kling AI, piattaforma lanciata nel 2024 che oggi conta decine di milioni di creator e centinaia di milioni di video generati. Non teoria, pratica.
In una serie cinese, l’AI ha ridotto una sequenza complessa da due mesi a due settimane. Questo è il punto: non “creatività contro tecnologia”, ma efficienza contro lentezza.
E l’industria, si sa, segue sempre l’efficienza.
Nessun sindacato, nessun freno: il vero vantaggio asiatico
Anche in Asia, sotto la superficie dell’entusiasmo tecnologico, serpeggia la stessa paura che attraversa Hollywood: quella di diventare inutili. Il grande regista coreano Park Chan-wook nel suo ultimo film No Other Choice (2025) non usa mezze misure: immagina un futuro in cui l’AI non aiuta il lavoro umano, lo svuota. Lo rende accessorio. Sostituibile. Superfluo.
La differenza, però, è tutta qui: mentre a Hollywood queste paure finiscono al tavolo delle trattative, con sindacati, scioperi e contratti, in Asia non arrivano nemmeno al tavolo. Perché il tavolo non c’è. Non esistono sindacati forti nel settore audiovisivo, nessuno a negoziare limiti, nessuno a rallentare il processo.
Risultato: saranno il mercato e le aziende (non i lavoratori) a decidere come l’AI trasformerà il cinema, e mentre qualcuno immagina il futuro, qualcun altro lo sta già costruendo. Se Hollywood sta cercando di capire come difendersi, l’Asia ha già deciso di attaccare.
E nella storia della tecnologia, chi attacca raramente aspetta.
