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Fondi MiC 2025: il caso Regeni e la farsa del merito
Il MiC lascia fuori il documentario su Giulio Regeni e l’ultima sceneggiatura di Bertolucci, ma finanzia altri titoli: esplode la polemica sui contributi 2025.
C’era un modo semplice per evitare l’ennesimo boomerang politico: usare i contributi selettivi del Ministero della Cultura per premiare opere che avessero davvero peso artistico, civile e simbolico. Invece la graduatoria pubblicata il 3 aprile 2026 ha ottenuto l’effetto opposto: ha rimesso al centro la solita domanda italiana, quella più sgradevole di tutte. Chi decide cos’è cultura, e soprattutto in base a quale convenienza?
Nella prima sessione 2025 dei contributi selettivi il documentario Giulio Regeni: Tutto il male del mondo di Simone Manetti è rimasto fuori dai finanziamenti, mentre altri titoli sono stati ammessi senza troppi traumi. E da quel momento la parola “merito” ha smesso di suonare nobile.
Il ministero del merito che boccia Regeni
Qui non si parla di un progetto fragile, incompleto o velleitario.
Il documentario su Regeni è già stato realizzato, è uscito nelle sale, ha ottenuto il Nastro d’Argento per la legalità e ha già una circolazione pubblica e istituzionale significativa. Eppure la graduatoria ufficiale del MiC lo colloca tra i non ammessi con 66 punti nella linea documentari, ben sotto la soglia minima prevista per il contributo.
Domenico Procacci ha detto a Corriere che su un’opera già uscita, premiata e riconosciuta, è difficile non leggere una scelta politica. Quando un film che racconta il sequestro, la tortura e l’uccisione di un cittadino italiano da parte di apparati di uno Stato estero viene giudicato non abbastanza meritevole di sostegno culturale, il problema non è più il cinema.
Il problema è il messaggio: un ministero può anche non finanziare tutto, ma deve sapere che quando lascia ai margini Regeni sta dicendo qualcosa sul valore pubblico della memoria, della giustizia e perfino della dignità nazionale che dice di voler difendere.
Bertolucci fuori, Pingitore dentro: il problema non è il gusto, è il segnale
Tra le esclusioni eccellenti anche The Echo Chamber, indicato come progetto tratto dall’ultima sceneggiatura di Bernardo Bertolucci, oltre ai nuovi lavori di Francesca Archibugi e Riccardo Milani.
Non stiamo parlando di nomi marginali, ma di autori e progetti che in qualsiasi paese con un minimo di serietà culturale sarebbero almeno trattati con cautela, non liquidati come materiale insufficiente.
Nel frattempo, la stessa graduatoria assegna 800 mila euro a Tony Pappalardo Investigations di Pier Francesco Pingitore e 1,05 milioni a Solo se canti tu – L’irresistibile storia di Gigi D’Alessio di Luca Miniero.
Ne emerge un segnale devastante: in Italia la cultura continua a essere premiata quando non disturba, quando non fa troppo rumore. Ed è proprio questo il rumore più forte di tutti.
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