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Cate Blanchett

Human Consent Registry: Cate Blanchett al Parlamento UE

Cate Blanchett presenta lo Human Consent Registry: un registro gratuito per proteggere volto, voce e identità dall’uso non autorizzato dell’AI.

L’intelligenza artificiale non ha solo imparato a scrivere, cantare, disegnare e imitare. Ha imparato soprattutto ad estrarre valore: prende immagini, voci, gesti, volti, archivi, frammenti di identità e li trasforma in materiale addestrabile, replicabile, commerciabile.

Cate Blanchett, assieme a Steven Soderbergh e Nikki Hexum, ha presentato al Parlamento europeo lo Human Consent Registry, un registro gratuito creato da RSL Media, organizzazione non profit di cui l’attrice è cofondatrice. L’idea è che ogni persona deve poter dichiarare in modo chiaro se il proprio nome, il proprio volto, la propria voce e la propria identità possano essere usati dai sistemi di intelligenza artificiale.

Lo Human Consent Registry sembra raccogliere e rendere operativo lo stesso nervo scoperto della campagna “Stealing Isn’t Innovation”: l’idea che l’AI non possa continuare a chiamare innovazione ciò che, senza consenso, somiglia sempre più a un prelievo sistematico di opere, volti e identità.

Il consenso come infrastruttura, non come privilegio

Il registro funziona come una sorta di semaforo del consenso: rosso se l’utilizzo è vietato, giallo se è consentito solo a determinate condizioni, verde se è autorizzato. Una dichiarazione leggibile anche dai modelli che raccolgono dati online, almeno nelle intenzioni del progetto, e un tentativo di inserire nel web quello che finora è mancato clamorosamente: uno strato di consenso, una grammatica minima per dire “questo sono io, e non siete liberi di trasformarmi in materia prima”.

Oggi molte forme di protezione dall’uso improprio dell’immagine costano cifre enormi, creando un sistema in cui i diritti esistono davvero solo per chi può pagarli. Soderbergh sostiene che: “Se deve esserci una soluzione, deve essere costruita su questo tipo di struttura, altrimenti si creerà un sistema a più livelli in cui alcune persone avranno accesso a questi diritti e protezioni, mentre chi non può pagare ne resterà escluso”.

Blanchett contesta l’idea, sempre più funzionale agli interessi delle piattaforme e di una parte dell’industria creativa, che il consenso umano sia un intralcio da superare in nome dell’efficienza: quando la produzione pretende di emanciparsi dal permesso delle persone che usa, l’innovazione cambia volto e comincia ad assomigliare a una forma organizzata di appropriazione.

Le leggi cominciano ad arrivare, ma la protezione concreta resta indietro

L’AI Act europeo ha aperto un primo fronte regolatorio, mentre negli Stati Uniti il NO FAKES Act prova a intervenire contro le repliche digitali non autorizzate di voce, volto e immagine. Il problema è che, tra una norma generale e la possibilità per una persona di dire in modo chiaro cosa l’AI può fare della sua identità, c’è ancora un vuoto enorme.

In quel vuoto si muovono avvocati, marchi registrati e strategie difensive accessibili soprattutto a chi può permettersele: non a caso, figure come Taylor Swift e Matthew McConaughey hanno cercato di proteggere legalmente voce e immagine, trasformando la propria identità in un bene da blindare prima che qualcun altro la trasformi in materiale sintetico.

Lo Human Consent Registry non risolverà da solo il rapporto tra AI e diritti, ma introduce qualcosa che l’entusiasmo tecnologico tende a rimuovere, cioè le giuste riflessioni. “Questo standard non rivoluzionerà il nostro rapporto con l’AI da un giorno all’altro”, dice Blanchett. “Più persone lo adotteranno, maggiori saranno le sue possibilità di avere un impatto reale. Ma dobbiamo pur cominciare da qualche parte, perché la mancanza di riflessione è nemica della creatività”.