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Springsteen

Springsteen, l’incredibile lavoro del team del suono

I sound designer di Springsteen – Deliver Me From Nowhere svelano come hanno fatto a riprodurre nel film il suono autentico dell’iconico disco Nebraska.

Springsteen – Deliver me from Nowhere, distribuito in Italia con il titolo Springsteen – Liberami dal nulla, è uscito lo scorso ottobre e forse, considerando l’attesa, non ha avuto l’attenzione che ci si aspettava. Quello di Scott Cooper è, però, un biopic che, lungi dall’essere mero racconto celebrativo, si fa narrazione universale sul bisogno di ritrovarsi.

Rispetto a A Complete Unknown, dove una grande interpretazione di Timothée Chalamet è riuscita a sollevare un film che dal punto di vista narrativo e drammatico rimane piuttosto scarno, qui si scende in profondità, l’uomo Springsteen viene mostrato con onestà, e il risultato è un’opera autentica che restituisce il buio di quegli anni.

Siamo tra il 1981 e il 1982 e Springsteen sta lavorando a Nebraska, un disco intimista completamente differente da ciò che aveva fatto fino ad allora. Il disco viene inizialmente registrato nella sua camera da letto nel New Jersey, e nel film il team del suono ha lavorato affinché il risultato fosse quanto più simile all’originale.

Il grande contributo di Bruce Springsteen e il talento di Jeremy Allen White

Jason Ruder, supervising music editor del film, ha raccontato le tappe del lungo lavoro: “Avevamo tutte le voci registrate da Jeremy. Avevamo tutte le tracce che Bruce mi aveva fornito provenienti dai quattro nastri originali. Partendo da questo materiale, abbiamo potuto entrare nella fase di montaggio del film, che è durata circa otto mesi”.

Tra le particolarità di quelle registrazioni dei primi anni ’80 c’è l’utilizzo di un registratore a quattro piste TEAC Tascam Portastudio 144 che il team è riuscito a procurarsi: “È stato un lavoro da sogno, a dire il vero. In realtà è stato il primo registratore a nastro che ho avuto al liceo. Avevo la mia prima band a 13 anni. Avevo una di quelle macchine, quindi avevo una storia personale con essa” ha aggiunto.

Non solo il team ha lavorato a stretto contatto con l’artista per conoscere e riprodurre il processo creativo che ha portato alla nascita di Nebraska, ma c’è stata soprattutto una grande cura del dettaglio, dai microfoni utilizzati alle chitarre “fino allo studio un po’ dell’acustica di una casa come quella di Colt’s Neck”, che è la casa dove Springsteen si era ritirato per scrivere.

Un’attrezzatura vintage per rivivere il suono di quegli anni

Il fonico di presa diretta, Tod Maitland, ha raccontato l’esperienza di girare prima sul set della casa del lago e poi negli studi di registrazione Power Station Studios di New York: “Uso sempre attrezzatura vintage. Microfono sempre tutto in doppio e in triplo. Quindi c’è sempre un microfono d’epoca in funzione. … Ma per tutte le performance ambientate nella casa, è tutto registrato con quei microfoni vintage”.

Spostarsi poi negli studi di registrazione è stato un upgrade notevole per la riproduzione del suono: “Sai, la cosa fantastica di lavorare negli studi di registrazione è che sono studi di registrazione veri e propri, e sono effettivamente allestiti per permettere a persone come me di registrare nel miglior modo possibile”.

Ogni dettaglio importante dell’album è stato riprodotto, come la distorsione ottenuta a casa che Springsteen non riusciva più a riprodurre in studio: “Persino quando arriviamo alla scena in cui Bruce è frustrato siamo riusciti a ricreare quella distorsione in un modo che risultasse credibile. Ed è stato fantastico perché Bruce guardava i montaggi e poteva dare il suo feedback, intervenendo sulle scelte. In questo modo si alzava continuamente l’asticella di ciò che era autentico per ogni singolo momento”.

Insomma, il successo del film è dovuto anche all’incredibile cura con cui tutti hanno lavorato affinché si rendesse omaggio all’esperienza, complessa, buia ma anche straordinaria, di Nebraska.