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Steven Soderbergh usa l’AI nel documentario su Lennon
Steven Soderbergh usa l’AI nel documentario su Lennon e Yoko Ono: avanguardia creativa controversa o pubblicità perfetta?
Steven Soderbergh ha confermato che userà immagini generate con intelligenza artificiale nel suo nuovo documentario dedicato a John Lennon e Yoko Ono. La notizia, da sola, bastava ad accendere la discussione. Ma il punto più delicato è un altro: stiamo parlando di un documentario, cioè di un genere che per definizione vive di fiducia, di materiali reali, di rapporto diretto con la testimonianza.
E infatti la reazione del pubblico non si è fatta attendere.
AI nel docufilm: far discutere è parte della promozione
Secondo quanto raccontato dal regista in un’intervista ad Amy Taubin per Filmmaker, il film userà AI generativa per circa 10 minuti su un totale di 90. Non per ricreare John Lennon o Yoko Ono in modo realistico, né per sostituire il materiale d’archivio, ma per accompagnare visivamente i momenti più astratti del racconto.
Il documentario ruota attorno a una lunga intervista concessa da Lennon e Ono a RKO Radio, a New York, l’8 dicembre 1980, poche ore prima della morte di Lennon. Soderbergh ha spiegato di aver scelto l’AI per costruire immagini “surreali” e “oniriche” nei passaggi in cui i due parlano di amore, politica e filosofia, cioè quando non esiste un corrispettivo visivo letterale.
La sua “difesa” è chiara: l’AI, in questo caso, sarebbe solo uno strumento. Non il cuore del film, ma un’estensione visiva di concetti difficili da tradurre con il solo archivio. Del resto, lo stesso regista ha precisato che il 90% del documentario resta composto da fotografie, registrazioni e materiali originali. E ha anche aggiunto una frase significativa: questa tecnologia, come tutte le altre, richiede una supervisione umana molto stretta.
La nuova frontiera è il confine tra interpretazione e manipolazione
Quando si introduce un elemento generato artificialmente dentro un’opera documentaria, il confine tra interpretazione e manipolazione diventa molto più fragile. Le critiche arrivate online sono state immediate e feroci. Molti fan di Soderbergh e di Lennon non contestano soltanto la presenza dell’AI, ma il principio stesso della sua introduzione in un documentario.
Altri hanno colpito ancora più duro, sostenendo che il cinema ha sempre saputo creare spazi mentali, sequenze simboliche e immagini visionarie senza bisogno dell’intelligenza artificiale. Il riferimento implicito è evidente: il problema non sarebbe il risultato, ma la scorciatoia, e la carenza artistica.
Soderbergh sostiene di voler usare l’AI per evocare, non per falsificare. È una distinzione importante, ma non basta a chiudere il dibattito.
E questo dibattito al giorno d’oggi è oro pubblicitario.
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