91Views
The Mandela Catalogue: Spielberg porta al cinema l’analog horror di YouTube
Da fenomeno nato online a nuovo oggetto del desiderio di Hollywood: Amazon MGM Studios, United Artists e Amblin porteranno al cinema l’horror di Alex Kister.
Che The Mandela Catalogue sia finito nel radar di Steven Spielberg, Amazon MGM Studios e United Artists non è soltanto una notizia curiosa sul nuovo appetito hollywoodiano per le proprietà intellettuali nate online. È, semmai, un piccolo sintomo di qualcosa che l’industria del cinema fatica ancora ad ammettere senza travestirlo da lungimiranza: una parte consistente dell’immaginario contemporaneo non nasce più dove dovrebbe nascere.
Non negli studios, non nei reparti sviluppo, non nelle riunioni dove si decide quale marchio riesumare per il pubblico globale, ma in formati poveri, instabili, laterali, spesso costruiti da autori giovanissimi con mezzi minimi e un’intuizione molto più precisa di tanti prodotti miliardari.
La serie creata da Alex Kister, ora destinata a diventare un film con lo stesso Kister alla regia, appartiene a quella famiglia dell’analog horror che usa l’estetica del documento degradato, del messaggio istituzionale, del nastro rovinato, del volto deformato non come semplice nostalgia VHS, ma come forma della sfiducia. A terrorizzare è l’idea che anche gli strumenti incaricati di registrare, archiviare e spiegare la realtà possano essere compromessi.
The Mandela Catalogue e la paranoia della sostituzione
The Mandela Catalogue racconta l’invasione di entità mutaforma chiamate Alternates, capaci di assumere l’identità delle loro vittime, trasformando così ogni immagine in sospetto. Un volto quasi umano, una voce d’autorità appena fuori asse, un messaggio d’emergenza che invece di rassicurare produce inquietudine: la vecchia paura del doppio viene aggiornata in un presente in cui l’identità passa continuamente attraverso copie, profili, registrazioni e archivi digitali.
Per questo l’horror analogico non è soltanto una moda estetica fatta di filtri sporchi e distorsioni audio. La sua forza sta nella sensazione che ciò che guardiamo non sia stato pensato per noi: un residuo, una prova, un frammento sfuggito a un controllo più grande: la paura resta incastrata nell’incompletezza.
Sul piano narrativo, il film sembra destinato a spostare la mitologia di The Mandela Catalogue dentro una cornice più riconoscibile, almeno se resterà valida l’impostazione narrativa già evocata da Kister: un gruppo di ragazzi appena usciti dal liceo, una sparizione locale, la difficoltà crescente di distinguere ciò che accade da ciò che viene registrato, ricordato, deformato. Una premessa minimale, e proprio per questo adatta a non schiacciare subito il materiale sotto il peso della spiegazione.
Spielberg, Amazon MGM e l’adattamento come deepfake
Gli studios non stanno più guardando YouTube soltanto come un serbatoio di notorietà, ma come un luogo in cui si formano grammatiche narrative autonome; tuttavia, la macchina che compra queste grammatiche è spesso la stessa che poi le rende innocue, trasformando il perturbante in lore, la crepa in spiegazione, il mistero in universo espanso.
Nel caso di The Mandela Catalogue il cortocircuito è particolarmente evidente, perché il rischio dell’adattamento somiglia al meccanismo stesso dell’opera. Il coinvolgimento diretto di Kister alla regia può essere la variabile decisiva, o almeno l’unica garanzia sensata prima di vedere il risultato.
Dopo fumetti, videogiochi, giocattoli, podcast e creepypasta, Hollywood sta cercando di importare anche gli incubi nativi della rete. The Mandela Catalogue è nato prima della piena normalizzazione dell’AI visiva, ma parla già il suo linguaggio emotivo: il sospetto che l’immagine non sia più una testimonianza, ma sia abbastanza credibile da essere accettata; che un’opera non possa più rimanere se stessa, ma debba dimostrare la propria identità tramite la sua replicabilità.