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Aldair - Cuore giallorosso, il documentario di Simone Godano sull'ex difensore della Roma

Aldair – Cuore giallorosso, un documentario “de core”

Stamattina, in occasione dell’anteprima stampa del documentario Aldair – Cuore giallorosso, abbiamo avuto l’occasione di incontrare il protagonista.

Se sei romanista e hai intenzione di andare a vedere il documentario su Aldair, il “difensore centrale più forte del mondo” che per ben 13 stagioni ha legato il proprio nome e talento alla Roma, ti avviso: porta con te i fazzoletti.

E preparati a un viaggio alla scoperta emotiva, geografica e familiare del campione più silenzioso, riservato ed enigmatico che la squadra giallorossa abbia mai conosciuto.

Aldair, un campione “silenzioso”

Sì sprecano gli aggettivi a lui attribuiti all’inizio del documentario a lui dedicato: Aldair – Cuore giallorosso, diretto da Simone Godano e “condotto” con maestria e autentico trasporto da tifoso dallo scrittore Sandro Bonvissuto.

A seconda dell’intervistato, che si tratti di Carlo Verdone, di Francesco Totti o di Fabio Capello, l’ex difensore brasiliano è definito “sicurezza”, ” regista della difesa”, dotato di “tempismo” e “leadership assoluta”. Pur restando un uomo “silenzioso”.

Anche il narratore, le cui parole sono di Bonvissuto e la cui voce è quella dell’attore romano e romanista Claudio Amendola, lo rimarca con forza, cercando di spiegare chi sia Aldair: “parla poco, e anche quel poco lo dice piano”.

Un mito, sì, ma raggiungibile ed epicamente semplice. Ancora Amendola: “Se lo guardi da vicino, sembra una statua. Ma di legno, non di marmo”.

Aldair – Cuore giallorosso, il racconto del documentario

Il documentario parte, e Sandro Bonvissuto con lui, alla ricerca di una risposta alla domanda: chi è davvero Aldair? Cosa si nasconde dietro questo grande ed enigmatico giocatore.

Complice la sponsorship di TAP – Air Portugal, Bonvissuto vola prima in Brasile, tra Rio de Janeiro e Banco da Vittoria, dove Aldair è nato e vissuto fino alla tarda adolescenza, poi a Dubai e infine a Roma, per tornare sul “luogo del delitto”.

Il Brasile di Aldair

La scena ha inizio sulla sabbia di Barra da Tijuca, con Aldair intento a giocare a beach volley sulla spiaggia. Una scena, non studiata, che rivela il vero volto dell’ex giocatore: quello di un uomo semplice e normale, amante dello sport e visceralmente legato alla sua terra.

Quando la scena si sposta vicino Ilheus, nella natìa città di Banco da Vitoria, ecco che comincia a trapelare la verità della persona Aldair, tra famiglie enormi, amici d’infanzia, il primo campo di calcio tutto buche nel quale il giocatore si allenava a piedi nudi (confessa lui stesso: “Le prime scarpette da calcio le ho avute a 10 anni”).

Un passo che ci convince a domandargli, in conferenza stampa, se il Brasile non sia stato uno dei suoi ingredienti segreti per una carriera lunga e fortunata. Ci risponderà che oltre al Brasile l’ingrediente, forse, è stato la disciplina.

A dire il vero, durante il documentario, si può dire che a quella domanda abbia già risposto quando, a Sandro Bonvissuto, mostrando i suoi luoghi e i suoi amici brasiliano, dice: “Sono rimasto sempre questo”. La forza di Aldair come uomo e come giocatore è essere rimasto, nel profondo, un ragazzo brasiliano di umili origini ma altrettanto solide radici, con una madre che lo aiutato a non perdersi, ad avere una possibilità. Un ragazzino che si è allenato per la gioia di giocare a pallone, senza pensieri e senza pressioni.

Aldair, dal Brasile al mondo

Quando arriva al leggendario Flamengo di Rio de Janeiro, a 20 anni, ha alle spalle tutto questo. E fa tutta la differenza del mondo.

È disciplinato – “Ho provato a bere una birra a 19, 20 anni” – e ha un grande talento. Riesce a non perdersi, complice anche la sua riservatezza. Ha l’opportunità di trasferirsi in Europa, a giocare al Benfica: dopo le iniziali resistenze decide di lasciar scorrere quel fiume che è la sua carriera.

Quando arriverà alla Roma nel 1990, all’età di 25 anni, ne diventerà uno dei campioni più grandi. Il momento, in casa giallorossa, è difficile, e l’allora presidente Dino Viola opta per un investimento importante: Aldair.

Malgrado una prima stagione sfortunata. Farà da ponte fra due generazioni di giocatori: tra i Giannini e i Tempestilli e i Totti e i Montella, testimone e fautore dell’elezione a capitano giallorosso di Francesco Totti.

In generale i “colleghi” lo stimano tutti, anche “Il Principe” Giannini, con il quale  qualche screzio c’è stato, ma il tempo ha fatto il suo corso. Aldair è molto stimato anche dagli allenatori. Come Fabio Capello, che nel documentario ricorda: “Quando ce l’-hai davanti tutti i giorni la sua bravura ti sembra normale. E invece non lo è”.

Gli vengono affibbiati almeno due soprannomi: da “Pluto” (forse per il fatto di avere una faccia da “personaggio da cartoon”, Verdone dixit) a “Biondino”, soprannome ironico coniato per lui dall’allenatore Vujadin Boškov.

L’interesse della Lazio

Anche la Lazio proverà ad accaparrarselo, ma nel documentario Aldair confessa sornione a Bonvissuto: “Non ci sarei andato”. E tutti noi in platea gli crediamo.

USA 1994: Campione del Mondo

Non manca, ovviamente, una parte del documentario dedicata alla partita che lo rese, assieme al suo Brasile, Campione del Mondo dei Mondiali USA 1994. Un Mondiale che lo vide diventare titolare in modo del tutto fortuito, a seguito dell’infortunio non di uno ma di ben tre giocatori.

La finale l’Italia non potrà mai dimenticarla: l’Italia perde ai calci di rigore per colpa dell’errore dal dischetto di Roberto Baggio, quel fatale 17 luglio 1994. A trionfare sono i verdeoro, e quel giocatore che l’Italia tanto ama.

L’ultimo Scudetto della Roma. Sempre insieme ad Aldair

Nell’ultima parte del documentario di Simone Godano ecco il racconto, come fosse ieri, di quella partita Roma-Parma, vinta 3-1 dai giallorossi, che valse l’ultimo scudetto della squadra. Una partita con tanto di invasione di campo dei tifosi, che valse a Capello la sua arrabbiatura più grande nella vita. Eppure fu vinta.

La Roma era quella dei Sensi, e del mega investimento per Gabriele Batistuta, arrivato dalla Fiorentina. Un’altra Roma, lontana anni luce da quella odierna. Una Roma che post scudetto portava al Circo Massimo un milione di persone per un grande concerto celebrativo. E la città impazziva.

Poi il documentario si chiude all’Olimpico, dove il mito giallorosso di Aldair ha avuto inizio e dove (non) è mai finito. Con semplicità, riservatezza. Silenzio.

 

[Il documentario Aldair – Cuore giallorosso sarà al cinema a partire dal 21 maggio. È stato scritto da Shadi Cioffi e Boris Sollazzo e può cantare una canzone originale, Aldair, scritta appositamente per il film da Piotta]

🎬 Valutazione

Regia
★★★★
Interpretazioni
★★★★
Storia
★★★★
Emozioni
★★★★
🏆 Voto Totale
4
★★★★