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Good Luck, Have Fun, Don’t Die: dal futuro per fermare l’AI
Verbinski si scaglia contro l’IA e la dipendenza dalla tecnologia in Good Luck, Have Fun, Don’t Die, una commedia sci-fi dai toni grotteschi.
In attesa di poter osservare Zazie Beetz nel film di prossima uscita Ti uccideranno, abbiamo potuto ammirarne la performance in Good Luck, Have Fun, Don’t Die.
A distanza di quasi 10 anni da La cura dal benessere, Good Luck, Have Fun, Don’t Die segna il ritorno sul grande schermo del regista Gore Verbinski (Pirati dei caraibi, Rango). Scritto da Matthew Robinson (Love and Monsters), il film è uscito nelle sale americane il 13 febbraio 2026, distribuito da Briarcliff Ent. Il cast, oltre la già citata Zazie Beetz, vede Sam Rockwell, Juno Temple, Haley Lu Richardson, Michael Peña e Asim Chaudhry.
Di seguito la nostra recensione.
Good Luck, Have Fun, Don’t Die, la trama
Un viaggiatore temporale torna nel passato, all’interno di un diner, per fermare l’apocalisse avvenuta nel suo tempo. Per farlo avrà bisogno della squadra perfetta per riuscire a raggiungere il luogo in cui l’intelligenza artificiale che causerà la fine del mondo sta venendo creata.
Purtroppo per lui, quella che vediamo non è la prima volta che il nostro protagonista tenta di affrontare questa missione. Infatti egli è già tornato nello stesso diner oltre un centinaio di volte, ed ogni volta ha fallito. A differenza del Dottor Strange in Avengers: Infinity War, dove lo stregone supremo analizzava milioni di scenari contemporaneamente per poi selezionare l’unico corretto, il nostro viaggiatore del tempo avanza tramite errori e tentativi. Prova, sbaglia, riavvolgi, riprova.
Una volta selezionati per l’ennesima volta i membri della surreale squadra anti-IA, il gruppo partirà per sventare l’apocalisse. Tra inseguitori, gatti giganti e orde di zombie generate dagli smartphone, si faranno strada sfruttando ciascuno le proprie caratteristiche. Che sia proprio questa la volta buona?
Non solo il protagonista si muove attraverso il tempo
Il film segue una struttura non lineare. Ci si sposta continuamente avanti e indietro nella vicenda, osservando di volta in volta ciò che sta accadendo intervallato da numerosi flashback e flashfoward. Un montaggio che permette di espandere la psicologia e la caratterizzazione dei personaggi, che di volta in volta vengono mostrati nella vita di tutti i giorni, prima di essere reclutati dall’uomo del futuro.
L’espediente dei salti nella linearità del racconto sono in realtà funzionali a raccontare, senza spiegarle in maniera didascalica, le motivazioni che hanno spinto i personaggi a prendere parte alla spedizione, oltre a mostrarci alcuni elementi necessari per la comprensione della vicenda nel suo complesso.
IA, dipendenza e società americana nel mirino di Verbinski
Se la commedia sci-fi è la forma scelta dal regista per raccontare questa vicenda, il contenuto è però molto più oscuro. L’intera storia sembra uscita direttamente da una puntata di Black Mirror, ma Verbinski è abile nel riuscire a ricreare situazioni comiche e di profonda riflessione al tempo stesso.
“Da qualche parte, dentro di voi, sapete come stanno le cose, dove stiamo andando, come si comportano le persone tra loro. Sapete che il mondo sta per andare a rotoli”. Con queste parole l’uomo del futuro prova a convincere gli individui seduti al diner. La passività, l’aspettare che le cose evolvano naturalmente, soprattutto se qualcosa – una macchina – può prendere decisioni al nostro posto, è parte integrante del problema. Per questo è necessario agire attivamente prima che sia troppo tardi, per questo lui è tornato indietro.
Ma la critica riguarda anche coloro che sospendono i propri bisogni, le proprie necessità, in favore di qualcosa che possa alleviare la vita, seppur in maniera fittizia. Smartphone, realtà virtuale e le varie distrazioni tecnologiche sono tutti elementi fortemente criticati all’interno del film; certamente da una prospettiva comica in grado di suscitare più di qualche risata, ma che lascia spazio alla sensazione amara di essere di fronte allo specchio della società odierna.
La normalizzazione della violenza, delle pubblicità invasive, passa attraverso la caricatura di un mondo non così distante da quello in cui ci muoviamo quotidianamente, partecipi di una involuzione che rende sempre più dipendenti dalle tecnologie quanto meno sensibili ai bisogni dell’altro. Così la perdita di un figlio dopo una sparatoria può portare alla sua clonazione, ma per poter pagare di meno bisogna accontentarsi della versione con le pubblicità.

Personaggi iconici in un mondo surreale
Nessuna delle personalità che prendono parte alla missione si trova lì per caso. È evidente che ciascuno, inconsapevolmente o meno, ha un motivo per trovarsi lì. Proprio per questo il contrasto fra dei personaggi credibili ed un mondo surreale risulta vincente. La serie di eventi che si scateneranno è in grado di sorprendere perfino l’uomo del futuro, che pure dovrebbe essere ormai abituato – essendo alla 117 iterazione – alle stranezze che il gruppo si troverà davanti.
Una accozzaglia di improvvisati eroi che cerca di riportare il sole in un mondo illuminato da luci artificiali è evidentemente destinata a fallire, e questo lo sanno anche i personaggi stessi. L’illusione di una vittoria può avere un sapore dolce, ma resta possibile solamente in quel mondo virtuale che loro stessi stanno cercando di impedire; un circolo vizioso che non lascia spazio ad un singolo momento di soddisfazione, nemmeno nel finale in cui lo spettatore è chiamato a dare la sua interpretazione della vicenda, per volontà dello stesso regista. Interpretazione che, però, non potrà mai essere un lieto fine.
Good Luck, Have Fun, Don’t Die: conclusioni
Verbinski si conferma ancora una volta un regista in grado di alternare prodotti maggiormente pensati per il grande pubblico (la trilogia de I pirati dei Caraibi ne è un esempio), a opere anti-hollywoodiane per eccellenza come La cura dal benessere. Una capacità di spaziare e prendere ispirazione dalle più svariate opere che si evince anche da questa sua ultima fatica.
Nonostante la durata forse leggermente eccessiva (134 minuti), Good Luck, Have Fun, Don’t Die riesce a tenere alta l’attenzione dello spettatore, proponendo momenti di riflessione non alleggeriti in alcun modo dal surreale o dal grottesco che caratterizzano invece i momenti più satirici e divertenti, nei quali comunque la risata è sempre amara. Il cast e la regia giocano al rialzo verso rappresentazioni attoriali ed estetiche sempre più eccessive, fino all’exploit finale con un gatto-centauro composto da una miriade di teste di gatti più piccoli e che spara confetti dalle migliaia di bocche. Un incubo generativo degno della peggiore delle intelligenze artificiali.
🎬 Valutazione
Regia
★★★★★
Interpretazioni
★★★★★
Storia
★★★★★
Emozioni
★★★★★
🏆 Voto Totale
3.8
★★★⯨★
