Blink Twice, una vacanza sull’isola deludente

Blink Twice, una vacanza sull’isola deludente

Blink Twice è l’esordio di Zoë Kravitz alla regia, un thriller patinato che promette inquietudine ma si perde tra ambizioni irrisolte e tensione mai costruita.

L’inganno del paradiso

Frida (Naomi Ackie) lavora come cameriera quando, intrufolatasi ad una festa insieme all’amica Jess (Alia Shawkat), viene invitata dal magnate della tecnologia Slater King (Channing Tatum) a trascorrere qualche giorno sulla sua isola privata. L’inizio ha i toni di una favola moderna: due ragazze comuni che si ritrovano catapultate in un mondo di ricchezza e feste senza limiti. Ma dietro l’incanto del privilegio si nasconde qualcosa di più oscuro. Il soggiorno, che dovrebbe essere una vacanza da sogno, diventa lentamente un labirinto di silenzi, sparizioni e minacce taciute. E ciò che sembrava un paradiso si rivela una gabbia dorata.

La vicenda parte da un presupposto intrigante: la trappola dorata, la seduzione del privilegio che diventa incubo. Eppure l’isola, cuore pulsante della storia, non riesce mai a trasformarsi davvero in un personaggio. È cornice, mai teatro. Il suo splendore resta patinato, le sue ombre prevedibili. Non c’è il senso di oppressione che un ambiente chiuso dovrebbe restituire: solo un’alternanza di feste e sospetti che si consumano troppo in fretta.

Un thriller senza vertigine

Il problema maggiore del film è la tensione: promessa, ma mai mantenuta. Blink Twice (2024) si avvicina al genere thriller come se avesse paura di sporcarsi le mani. I colpi di scena arrivano, e talvolta sfiorano l’horror grazie a situazioni inquietanti, ma senza lasciare davvero il segno. I momenti di inquietudine e orrore sfumano rapidamente, lasciando un senso di incompiutezza.

Blink Twice, una vacanza sull'isola deludente

Attori in cerca di direzione

Naomi Ackie regge la scena con intensità, ma la sua Frida resta spesso schiacciata da una scrittura che non le concede sfumature: da ingenua a sospettosa, senza un percorso convincente. Channing Tatum, con la sua presenza scenica, dovrebbe incarnare il fascino tossico del potere ma il suo Slater King appare più come un cliché che come una figura disturbante.

Intorno a loro si muove un cast corale che sulla carta avrebbe potuto arricchire il film. Christian Slater interpreta uno degli ospiti più maturi dell’isola, e pur con poco spazio riesce a portare un minimo di ambiguità: il suo sguardo ironico, mai del tutto rassicurante, suggerisce un passato oscuro che però il film non approfondisce. Alia Shawkat, nel ruolo di Jess, amica e confidente della protagonista, prova a introdurre una voce di dissenso, ma resta confinata a poche battute funzionali. Simon Rex e Kyle MacLachlan appaiono quasi come figurine: presenze eccentriche che dovrebbero ampliare la dimensione grottesca del “club dei privilegiati”, ma che scompaiono senza lasciare impronta.

Il peso delle ambizioni

Non si può negare a Kravitz (che ritroviamo davanti la macchina da presa in Una scomoda circostanza) l’ambizione: Blink Twice vuole essere denuncia sociale, racconto femminile, thriller psicologico e critica al lusso tossico. Troppa carne al fuoco, e troppo poca precisione nel cucinarla. Così, invece di un intreccio stratificato, resta un mosaico incompleto, dove i pezzi non si incastrano mai davvero.

C’è il desiderio di parlare di potere e abusi, ma il film sembra più interessato a estetizzare la paura che a indagarla. Il risultato è un racconto che dice molto in superficie, ma poco in profondità.

In conclusione…

Blink Twice lascia la sensazione di un esordio elegante ma acerbo. Un film che promette inquietudine, ma consegna soltanto suggestioni intermittenti. Un’opera che preferisce abbagliare piuttosto che scuotere, e che, proprio per questo, scivola via troppo in fretta dalla memoria.

Se l’intenzione era quella di mettere lo spettatore a disagio, il risultato è paradossale: ci si ritrova più annoiati che turbati. Kravitz ha talento visivo e sensibilità, ma qui sembra ancora imprigionata in un esercizio di stile. Forse il suo sguardo, in futuro, troverà un terreno più fertile.

Recensione a due stelle su Almanacco Cinema