28 anni dopo, la recensione

Dopo anni di attesa è finalmente nelle sale il tanto anticipato terzo capitolo della trilogia diretto da Danny Boyle, 28 anni dopo.

L’attesa è stata lunga e nonostante i svariati problemi di produzione prima e distribuzione poi, finalmente è uscito nei cinema 28 anni dopo, tecnicamente sequel diretto del film 28 giorni dopo che già vedeva a lavoro la coppia Danny Boyle e Alex Garland, rispettivamente per regia e sceneggiatura. Il film però va in realtà a seguire il film 28 settimane dopo, sequel unicamente prodotto da Boyle che però appartiene dichiaratamente allo stesso universo.

Il film era attesissimo, sia per l’aura che negli ultimi mesi aveva creato attorno a sé, sia per la scelta di girarlo interamente su smartphone, su iphone 15, sia perché sarebbe stato il capitolo finale di una saga acclamata e seguitissima nel corso degli anni. Proprio il primo film del 2002, oltre a lanciare la carriera di un giovane Cillian Murphy fu un apripista del genere e presto divenne un cult, in Inghilterra e fuori. Dunque, il sodalizio rinnovato tra Garland e Boyle aveva un bel peso sulle spalle, per uno standard da loro stessi impostato. Dunque il film ja rispettato le aspettative?

La trama

Come suggerisce il titolo, il film è ambientato 28 anni dopo lo scoppio del virus della rabbia che invase e distrusse la Gran Bretagna. Spike, interpretato da un promettente Alfie Williams, è un ragazzo rifugiato in una comunità su un’isola della Scozia insieme al padre Jamie, un monumentale Aaron Taylor-Jonhson, e alla madre malata Isla, interpretata da una splendida Jadie Comer. A causa dell’assenza di un medico in comunità, nessuno riesce a capire quale sia il malore che rende Isla così debole e confusa.

In seguito alla prima uscita sulla terra ferma di Spike insieme a Jamie, però il ragazzo scoprirà in realtà l’esistenza di un medico, il dottor Kelson, interpretato da un eterno Ralph Fiennesisolato dalla comunità ed ora stabilitosi sulla terra ferma in un alone di mistero e terrore. Allora Spike deciderà di portare sua madre dal dr. Kelson contro il volere del padre e di tutta la comunità a causa della pericolosità della spedizione, sia per la marea che impedisce il rientro sull’isola in determinati momenti e sia, chiaramente, per gli infetti sulla terra ferma che durante questi anni si sono persino evoluti, diventando più spietati, astuti e terrificanti.

La lunga attesa

Un sequel atteso ben 23 anni ma che comunque non ha perso nulla rispetto al contesto che nel corso degli anni è cambiato notevolmente. Un mondo che oggi è quasi del tutto estraneo a quello di 28 giorni dopo. Il regista ha detto ai microfoni che in un’epoca in cui “i film richiedono così tanto tempo per essere realizzati che le cose appaiono e sfocano con essi”, era importante realizzare un sequel coerente e avvicente quanto il primo ma che faccia leggere allo spettatore più interpretazioni possibili.

Il mondo va avanti velocissimo e nel contesto di isolamento totale dell’isola e all’estraneità riguardo la terra ferma che è in realtà a tutti gli effetti il mondo reale, ci si può ritrovare l’isolamento del resto del mondo verso ciò che sta succedendo in Medio Oriente, il covid o persino la Brexit in un’ottica del tutto britannica. Seppur non sia un film del tutto politico, l’obiettivo è proprio quello di far riflettere il pubblico tramote una metafora che a distanza di vent’anni, non è invecchiata neanche di un giorno.

 

Iphone 15

La scelta di girare il film interamente su smartphone è stato ciò che forse ha fatto più discutere. Seppur sia una tecnica già sdoganata, questa è una scelta che fa ancora parlare di sé, specialmente per un film così atteso. Negli ultimi mesi sono state molte le immagini impressionanti di file di smartphone posizionati durante le riprese. Una forma di sperimentalismo puro che non può che dare valore ed autenticità al film, una scelta coraggiosa e che ha ripagato.

Sicuramente, se tra anni parleremo ancora di 28 anni dopo molto sarà dovuto proprio a questa scelta, che porta una nuovo tipo di realismo che prende forma anche grazie alla scrittura limpida ed unica di Garland e soprattutto grazie ad un montaggio pazzesco, frenetico che cattura a pieno e che fa vivere l’esperienza a 360 gradi. Perché proprio di questo si tratta, 28 anni dopo è veramente un’esperienza cinematografica, sia per la regia e per le scelte di montaggio che alternano anche scene di repertorio, ma anche per le musiche da brividi ed azzeccattissime e per le performance veramente incredibili.

 

Jodie Comer sugli scudi nell’ennesima grande prova di valore che regala al grande schermo ed un Alfie Williams sugli scudi che promette veramente grandi cose ma su tutti Ralph Fiennes, una certezza da oltre 30 anni, e Aaron Taylor-Johnson che dopo Nosferatu ruba la scena anche qui, tanto che il film cala di ritmo appena scompare dalle scene.

Conclusioni

Senza pochi giri di parole, 28 anni dopo è uno dei film più interessanti usciti quest’anno, un colpo all’occhio che a distanza di anni ci regala un nuovo capitolo di una saga che continua a catturare generazioni; di fatto, 28 anni dopo potrebbe diventare un film generazionale, anche per il modo di interpretare lo zombi movie, con degli zombi più veloci, più intelligenti e messi in chiave molto più horror e creepy rispetto ai primi due capitoli, con un us perfetto degli jumpscare.

Un film che merita di incassare e che merita di rimanere nelle sale il più a lungo possibile per il suo coraggio di evolversi e provare a settare nuovi standard, un pozzo infinito di tensione ed una prova di sperimentazione pretenziosa e che riesce a convincere con pochi difetti e con un finale che farà sicuramente discutere.

Filippo Maulicino

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