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Amore, cucina e curry (2014), recensione Almanacco Cinema
Se vi trovate in un momento complicato vi consiglio di vedere Amore, cucina e curry, un film così semplice che vi fa riassaporare la vita con il giusto gusto.
Una commedia romantica con un tocco drammatico di Lasse Hallström, che dimostra, nel suo pieno spirito genuino, quanto la vita venga ostacolata da continui inconvenienti a cui non bisogna arrendersi e di come tali controversie, prima o poi, portino al successo.
Amore, cucina e curry: Trama
Dalla durata di circa 2 ore, la storia di Amore, cucina e curry racconta le vicende della famiglia Kadam, una famiglia indiana che, dopo aver lasciato la madre patria a causa di una tragedia, si trasferisce nella bella e assolata provincia del sud della Francia.
Stabilitisi in un pittoresco paesino dalle vallate verdi e dove tutti sono “ vicini di casa”, la famiglia Kadam, composta da Papa (Om Puri), dai figli maggiori Mansur (Amit Shah), Mahira (Farzana Dua Elahe), e lo chef di casa Hassan (Manish Dayal), e i due figli più piccoli, apre un locale indiano difronte al ristorante stellato di Madame Mallory (Helen Mirren), una donna rigida attaccata alla classe e alle tradizioni della cucina francese.
Con un atto così sconsiderato e riprovevole per la signora, scatenando di conseguenza l’ira funesta di tutta la brigata francese, tranne che per Marguerite (Charlotte Le Bon), le due cucine imperversano in una battaglia all’ultimo taglio, cottura e condimento speziato, ma che ben presto si trasformerà in una condizione reciproca di influenza e rispetto, grazie all’intervento del talentuoso Hassan.
Amore, cucina e curry: Produzione e analisi
Prodotto da niente di meno che la triade Steven Spielberg, Oprah Winfrey e la produttrice Juliet Blake, sotto le case di produzione Amblin Entertainment, DreamWorks e Touchstone Pictures, Amore, cucina e curry è un prodotto semplice e elegante, come un piatto francese, ma che al contempo profuma di molteplici spezie, come la cucina indiana, evolvendosi in una perfetta combinazione di culture, tradizioni e valori.
Un piatto misto che, si, vuole esaltare le bellezze del mondo culinario europeo, indiscutibilmente annoverato tra i migliori del mondo, ma che allo stesso tempo vuole buttare un occhio all’altro versante del globo, dove il cibo non è solo nutrimento del corpo, ma soprattutto dello spirito.

Amore, cucina e curry: Emblema della cucina estera familiare
Per la precisione fantasmi e anime del nostro passato che pasteggiano con noi, e proprio per questo motivo Amore, cucina e curry si fa monito della buona cucina come momento intimo, personale e familiare, nel quale due culture totalmente opposte si ritrovano in un punto comune.
Invero la pellicola, diretta dalla mano leggera di Lasse Hallström, regista di Buon compleanno Mr. Grape (1993), Chocolat (2000) e Hachiko – il tuo migliore amico (2009), presenta al pubblico una nuova verità, inedita per l’anno in cui uscì, nel 2014, ma che ora, più di 10 anni dopo, abbiamo colto molto più facilmente: la sperimentazione della cucina estera.
Il cibo come elemento esperibile
Pertanto Amore, cucina e curry non solo racconta con delicatezza il potere del cibo, quale veicolatore di vecchi e nuovi ricordi attraverso le sfumature di sapore, ma anche come l’emblema della trasformazione personale dell’uomo nel tempo, che muta la sua natura in qualcosa di nuovo.
Un pennino sensoriale, olfattivo, visivo e tattile, che sottoscrive le esperienze vissute e da sperimentare, suggellandole poi in un unico piatto o luogo.
Amore, cucina e curry: Fotografia
Infatti Amore, cucina e curry innalza il suo prestigio con delle immagini spettacolari, le quali, con l’uso della luce naturale, dei toni caldi e saturi, assumono un’estetica per certi versi “pittorica”, che valorizzano tanto i paesaggi della campagna francese quanto i dettagli dei piatti in cucina.
Dei veri e propri capolavori fotografici, percepiti dal pubblico nella loro totale bellezza e pienezza grazie alle riprese in primo piano o in dettaglio, con una precisione che, si, rasenta la maniacalità, ma che suscita in quel momento un vero e proprio senso di acquolina in bocca.

Amore, cucina e curry: Il dualismo della cucina
Amore, cucina e curry, con il suo approccio registico pacato e umanista, che predilige l’equilibrio tra i toni (drammatici, comici e romantici), mostra la doppia faccia del mondo della cucina, che da deleterio, chiuso e distruttivo, soprattutto se commisurato ad alti livelli, può trasformarsi in pura meraviglia, aspirazione e desiderio, di scoprire e riscoprire, vicendevolmente, il suo più intimo spirito innocente e la sua passione per la creazione.
Un duplice riflesso dello stesso specchio gastronomico, dove i rispettivi ristoranti, quello francese e quello indiano, si danno battaglia a suon di dadolate, padelle fiammanti e forni di vario tipo, incalzati, per l’appunto, lungo tutta la pellicola, da una miscela sonora europea-orientale, che non invade mai la scena, ma altresì la accompagna in ogni suo passaggio narrativo.
Amore, cucina e curry: La lotta tra le due cucine
Tutto questo gioco pericoloso del doppio si innesca in Amore, cucina e curry a causa del costante contrasto tra tradizione e modernità, tecnica e istinto, che crea, nei due versanti opposti, lo spasmodico desiderio di difendere a tutti i costi la propria identità alimentare dall’invasore “straniero”, venuto a cercar fortuna fuori dai suoi confini.
Veri e propri muri auto innalzati, rinforzati da odio e disprezzo, ma che vengono abbattuti non solo dopo uno specifico punto di non ritorno, momento classico della narrazione in tre atti, ma soprattutto per la curiosità di un uomo, un ragazzo, aperto ai nuovi orizzonti dell’ignoto gustativo.
Conclusione
Insomma Amore, cucina e curry è un film dolce e gustoso, sapido e amaro, che racconta con lo snodo centrale narrativo che noi italiani tanto amiamo, il cibo, la storia di tutti, confezionata ad hoc per contenere al suo interno sogni, ambizioni e talenti reconditi del nostro animo.
Un prodotto semplice nella sua genuina costruzione, che riscalda il cuore dello spettatore e lo guarisce dalle ferite della vita, ormai deleteria a causa di questi tempi meccanici e iperproduttivi.
