La Grazia, Almanacco Cinema
La grazia, Paolo Sorrentino inaugura il Festival di Venezia con un film che, dopo Il Divo, The Young Pope e Loro, torna ad analizzare il tema del potere.
Non ci poteva essere esordio migliore per l’ottantaduesima edizione del Festival di Venezia, che apre le danze del concorso con uno dei registi italiani più controversi e discussi del nuovo millennio, Paolo Sorrentino. Il regista manca al Lido da 4 anni e, l’ultima volta, nel 2021, con E’ stata la mano di Dio, lasciò la laguna con un leone d’argento. Nel frattempo ha diretto Parthenope, quasi a segnare una continuità cinematografica in cui Napoli è protagonista.
La grazia interrompe, per il momento, la continuità degli ultimi due film citati, ma ritorna sulla scia di un’altra fase della filmografia sorrentiniana, il potere come strumento politico. Un film che si inserisce coerentemente nel discorso poetico del regista, che sembra finalmente aver trovato una maturità e riconoscibilità ormai indistinguibili.
L’Italia della Grazia, diversa ma non così tanto da quella reale, ha come Presidente della Repubblica, Mariano De Santis (Toni Servillo), un giurista luminare che deve affrontare gli ultimi sei mesi del suo mandato. Tra le stanze del Quirinale, il Presidente oltre a fare i conti con un passato che riaffiora, deve confrontarsi con sua figlia (Anna Ferzetti), anche lei nota giurista, che cerca di fargli firmare una legge sul diritto all’eutanasia e due richieste di grazia, che toccano proprio questo tema.
Il presidente però è un eterno indeciso: aspetta, rimanda per poi rimanere imprigionato in uno stallo estenuante. Mentre il tempo passa, il protagonista ossessionato dal tradimento della moglie, morta otto anni prima, e dal rapporto complesso con i suoi figli, segnato da tante, troppe incomprensioni. L’unica ancora di salvezza, tra i mille dubbi, sono le chiacchiere con il corazziere e l’arrivo di una sua amica storica, critica d’arte, Coco Valori, ma soprattutto le canzoni di Gué Pequeno che riescono a svagare De Santis.
Non bisogna farsi ingannare dalle premesse, che potrebbero far pensare a essere ad una stanca rivisitazioni dei precedenti film politici dello stesso regista. Infatti, Sorrentino torna dietro la macchina da presa con una consapevolezza ed una maturità diversa, quella di chi vuole osare, affrontando aspetti etici e morali mai toccati nella carriera del regista.
Si perché mai come in questo film, l’etica e la morale del protagonista cambiano seguendo la narrazione. Solamente così, il grottesco e l’assurdo si amalgamano coerentemente con l’intreccio cinematografico, diventando così funzionali ai fini narrativi e non più un peso stucchevole e autoreferenziale, come spesso è successo nella carriera del regista. Tant’è che nel film non mancano i momenti iconici, da Toni Servillo che rappa sotto le note di Guè, all’incontro con il papa nero che se ne va in scooter, ma ogni scena è funzionale alla redenzione, politica e personale, del protagonista.
Non sappiamo se si può definire il film migliore del regista ma, per chi scrive, è l’opera che meglio descrive la sua crescita artistica. All’interno del film c’è tutto: ironia, nostalgia, grottesco, amore, umanità, aforismi, la raffinatezza della messa in scena e molto altro. Il quadro complessivo, struggente e dolce amaro, compensa pienamente qualche passaggio di troppo nella parte centrale.
Al netto di qualsiasi giudizio il film ha conquistato il pubblico di Venezia (otto minuti di applausi alla premieré ed un giudizio critico, anche internazionale, molto positivo) e si candida ad essere uno dei titoli più importanti della prossima stagione dei premi. Il film uscirà in sala dal 17 gennaio.
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