Se solo potessi ti prenderei a calci, la recensione in anteprima su Almanacco Cinema

Se solo potessi ti prenderei a calci, la recensione in anteprima

Se solo potessi ti prenderei a calci è un film che parla in modo intenso e inequivocabile delle difficoltà di essere madri: impossibile restare indifferenti.

Diciamolo fin da subito: Se solo potessi ti prenderei a calci (in originale If I Had Legs I’d Kick You) è un piccolo grande film. Piccolo solo nel senso produttivo, visto che è costato meno di 35 milioni di dollari: caratteristica che gli ha permesso di concorrere ai recenti Spirit Awards, che sono valsi un premio per la sua protagonista, la straordinaria Rose Byrne. Rose Byrne che si è recentemente aggiudicata il Golden Globe come Miglior attrice protagonista e che, malgrado i bookmaker puntino decisi su Jessie Buckley in Hamlet, non sorprenderebbe vedere con l’Oscar 2026 come Miglior attrice protagonista tra le mani.

Perché, diciamo da subito anche questo, è su di lei e sulla sua meravigliosa interpretazione si regge l’intero impianto narrativo ed emozionale di Se solo potessi ti prenderei a calci.

Se solo potessi ti prenderei a calci, la trama

Linda (Rose Byrne) è una terapeuta in crisi esistenziale: sposata con un uomo che vede pochissimo a causa del mestiere di lui (capitano sulle navi da crociera) e madre di una bambina affetta da una misteriosa malattia che la porta a dormire intubata e a non riuscire a mettere su peso. La condizione della figlia, alla quale si aggiunge un evento che la obbliga a trasferirsi momentaneamente in un motel, portano Linda a un punto di rottura, combattuta tra il suo dovere di madre di non lasciare mai da sola sua figlia, la mancanza di un aiuto concreto nel gestire la situazione, e le sedute di psicoterapia con un terapeuta apparentemente disinteressato.

Una madre sull’orlo di una crisi di nervi

Senza dubbio, la tematica centrale di Se solo potessi ti prenderei a calci è la maternità: una maternità controversa, che deve fare i conti con circostanze avverse e fragilità. Il personaggio di Linda è quello di una madre imperfetta: nevrotica, che utilizza l’alcol per far tacere le preoccupazioni. E noi spettatori diventiamo lei.

Si tratta di una deliberata scelta della regista Mary Bronstein, dietro la macchina di presa a distanza di 18 anni dal suo primo lungometraggio, Yeast (Lievito): Bronstein vuole che noi diventiamo Linda. Per questo, fin dall’inizio del film, ci immerge nella sua angoscia, servendosi dei primissimi piani sul viso di Byrne e facendoci entrare nelle orecchie l’incessante, ossessivo beep della macchina che alimenta, di notte, sua figlia. E del baby monitor che lei si porta continuamente dietro quando si allontana da lei: un suono ossessivo che si confonde con il lieve sottofondo musicale e con il respiro stesso dell’attrice.

D’altra parte la stessa Bronstein lo ha dichiarato esplicitamente: “I primi piani sono unici nel cinema. Quindi volevo davvero usare quello strumento: per far sentire il pubblico come se fosse dentro la testa di Linda. Il film si apre con un primissimo piano molto stretto. In realtà è stata la prima scena che abbiamo girato. Poi andiamo ancora più vicino, finché siamo praticamente dentro il suo bulbo oculare. Era il mio modo di dire: ‘Questo è il film. Siamo dentro la sua testa’. Alla fine, conosci ogni poro, ogni linea del suo viso. Sei con lei nel suo dolore”.

Alla regista non interessa affatto raccontarci il dramma vissuto dalla figlia, la cui malattia non ci sarà mai mostrata né chiarita: la riprova è il fatto che tutto, di lei, a parte qualche fugace dettaglio, ci verrà sottratto, fino all’ultima scena del film. Della figlia percepiamo solo i lati più fastidiosi: la voce squillante, le frasi senza senso, l’incessante richiesta di attenzioni, le paranoie. E, in una scena centrale del film, le gambe che ciondolano dalla tazza del gabinetto.

Lo stesso discorso vale per il marito di Linda: una presenza quasi fantasmatica, presente solo in quanto voce telefonica, che svelerà la sua forma corporea (di Cristian Slater, ndr), solo nella parte finale del film.

Lo sdoppiamento: l’altra “madre oscura” di Se solo potessi ti prenderei a calci

Da contraltare al personaggio di Linda fa un altro personaggio femminile di madre: è Caroline (Danielle Macdonald), una sua giovane paziente terrorizzata al pensiero di poter fare del male al figlio neonato Riley. Caroline è letteralmente perseguitata dal caso di cronaca di una babysitter che ha ucciso i bambini dei quali si occupava. Un’ossessione che perseguiterà anche Linda e si manifesterà in un film horror che le capiterà sotto gli occhi alla televisione: la storia di una madre che ha ucciso e mangiato i suoi figli, un film del quale non riuscirà a scoprire il titolo.

Caroline in Se solo potessi ti prenderei a calci

Un buco nero. Che svela il trauma di Linda

Al mistero del film, e al trauma stesso di Linda, viene data la forma di un buco nero. Un’immagine ricorrente fin dalla prima scena, che svela tutta la sua potenza nella prima scena portante del film: quella nella quale, a seguito di una perdita d’acqua, si crea una voragine sul soffitto della camera da letto della protagonista. Quella voragine diventa il contenitore, quasi cosmico, di tutte le sue angosce, dei fantasmi del suo passato (sua madre), delle voci che si affastagliano nella sua testa. Quella voragine obbligherà Linda e sua figlia a trasferirsi in un hotel, portando Linda sempre più al suo punto di rottura, bisognosa di evasione.

L’immagine del “buco nero” torna nelle sortite notturne di Linda nella sua casa, nelle allucinazioni e nel buco nella pancia di sua figlia, dal quale passa il tubo di alimentazione. Fino a culminare nel buco nero metaforico del mare notturno verso il quale la protagonista si lancia, a un certo punto del film. Un nulla che la potrebbe portare alla morte (o riportare alla vita?).

Se solo potessi ti prenderei a calci: il buco nero

La regista è dentro la storia

La regista Mary Bronstein – che, ricordiamolo, è anche attrice – si ritaglia un ruolo importante nel film interpretando la dottoressa Spring, che si prende cura della salute della figlia di Linda e aggiorna la madre sulle sue condizioni di salute.

Il film, però, a suo dire non è autobiografico, benché sia “emotionally true, expressively true”. E benché pressoché tutti gli spunti narrativi presenti nel film, dal marito assente per lunghi periodi alla figlia malata sotto trattamento, appartengano al proprio vissuto. Come ha raccontato lei stessa: “Siamo dovuti andare in California per un trattamento specifico di cui lei (la figlia, ndr) aveva bisogno. Mio marito è rimasto a casa per lavoro, quindi siamo state solo noi due lì per otto mesi. Quando abbiamo parlato per la prima volta con la dottoressa, le ho chiesto quanto tempo avremmo dovuto restare, perché stavamo sradicando completamente le nostre vite. Ha detto sei settimane, otto, nel peggiore dei casi. Siamo rimaste otto mesi.

Vivevamo in una minuscola stanza di motel (due letti singoli) era terribile. E di notte le luci si spegnevano e quella macchina, nella realtà, mostrava solo numeri fluttuanti nel buio. Ma nel film l’ho resa espressiva, l’intera stanza si inondava di rosso, perché è così che si provava. La macchina è diventata un personaggio. Oppressiva. Sempre incombente”.

Lo scambio artistico tra lei e la protagonista Rose Byrne è stato totale, come lei stessa ha rivelato in un’intervista: “Abbiamo avuto cinque o sei settimane per prepararci prima ancora che l’ufficio di produzione aprisse. Ci incontravamo nel mio appartamento, sedute al tavolo della cucina. Io lasciavo mia figlia a scuola, lei lasciava i suoi figli, e ci immergevamo nel lavoro.

Abbiamo esaminato la sceneggiatura più e più volte, ma abbiamo anche parlato, profondamente. Di esperienze reali. Ho condiviso molte cose personali, e anche lei. Cose sull’essere madre, sull’essere adolescenti, sui rapporti con le nostre madri. Erano conversazioni che di solito si hanno solo con amici molto intimi. Quella fiducia era essenziale. Non credo che nessuna delle due avrebbe potuto fare ciò che abbiamo fatto senza di essa.

E ciò che Rose ha portato, che io non avevo nemmeno considerato, è stata la domanda: chi era Linda prima? Non solo prima della crisi, ma prima di avere figli. Com’era il suo rapporto con sua madre? Questo ha aggiunto un intero nuovo strato. Ha reso Linda non solo un’idea — ma una persona completa. E penso che sullo schermo si veda.”.

Se solo potessi ti prenderei a calci, una sceneggiatura priva di fronzoli

Soprattutto vedendo il film in lingua originale, come abbiamo fatto noi, si può apprezzare la sceneggiatura asciutta, estremamente realistica e certamente frutto del confronto reale tra regista e protagonista, due donne e madri proprio come Linda.

Anche gli scambi con l’analista sono veritieri e frutto (anche) della reale esperienza della regista (e sceneggiatura) con il suo terapeuta.

Se solo potessi ti prenderei a calci in poche parole

Se solo potessi ti prenderei a calci è un film minimalista è potente, in cui più che la storia ciò che rapisce è l’interpretazione vera e totale di Rose Byrne, vero fulcro narrativo ed emotivo di tutto il film. Non sorprende che il film abbia ricevuto come unica nomination agli Oscar quella per la Migliore attrice protagonista. Sorprenderebbe, però, che non si aggiudicasse quell’unica, dovuta, statuetta dorata.

🎬 Valutazione

Regia
★★★
Interpretazioni
★★★★★
Storia
★★★
Emozioni
★★★★
🏆 Voto Totale
3.8
★★★⯨