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Armand, la recensione su Almanacco Cinema
Un incidente tra bambini si trasforma in un processo allucinato: Armand di Halfdan Ullmann Tøndel esplora il ventre del progressismo e le sue contraddizioni.
Presentato al Festival di Cannes 2024, Armand, opera prima del figlio d’arte Halfdan Ullmann Tøndel, mette a nudo una delle società più evolute. Un incidente scolastico di natura sessuale è l’incipit di un processo spietato che mostra quanto siano fragili i perbenismi e le verità collettive. Un film sensoriale, costruito su incastri registici e attoriali che viaggiano su una scrittura equilibrata nei suoi “disequilibri”. E un enigma che lentamente si decostruisce.
Armand, la trama
È arrivata l’estate e pochi giorni prima della chiusura, in una scuola norvegese viene mossa un’accusa grave. Tra i bambini di soli sei anni Jon e Armand succede qualcosa che però nessuno può davvero testimoniare con certezza. I genitori di entrambi vengono convocati. Da un lato Elizabeth (Renate Reinsve), madre di Armand rimasta recentemente vedova, dall’altra i genitori di Jon. Un dubbio quasi impossibile da risolvere sarà il catalizzatore di un pomeriggio sofferto e spietato che non lascerà sconti.
Cos’è davvero la verità?
Questo lo snodo iniziale, l’obiettivo che appare un miraggio sempre più sbiadito: dov’è la verità? A posteriori, considerando Armand, potremmo dire che un concetto così assoluto come la verità – che per definizione dovrebbe essere oggettiva – non lo è affatto. A volte, un termine è in realtà il suo paradosso, non esiste una verità assoluta, ma una verità giusta. Per Parmenide la verità è una, innegabile, evidente e non-contraddittoria. L’essere non può mai non essere.
Ecco come dunque in Armand tutto sembra coesistere: i bambini sono i protagonisti ma non ci sono, l’accusa è vera ma falsa, i genitori affermano e smentiscono. L’essere e il non-essere convivono nello stesso spazio scolastico che a sua volta è un paradosso. La scuola inclusiva si rivela ben presto un territorio minato, in cui vecchi fantasmi, pregiudizi e invidie diventano l’accusa e il crimine centrale. D’altronde, la verità non può essere una contraddizione, ed Elisabeth, mamma anticonvenizonale e indipendente ne è il paradosso vivente. Dunque, è condannata a prescindere da tutto.
Le verità invisibili
Arcani e connessioni familiari inizialmente nascosti vengono a galla lentamente. Elisabeth entra nel “ring” scolastico con un bagaglio emotivo complesso ed è l’unica che non tenta di mascherarsi: mostra fragilità, oscillazioni e crepe emotive. È instabile quindi viene percepita non attendibile, seppur sincera. È crudele: l’abito fa davvero il monaco. Sarah, la madre di Jon, che iinvece porta dentro una violenza molto più strutturale, sa perfettamente come dissimularla, omettendo il suono mentre urla e reprimendo la sua violenza fisica e controllante. Dunque, nonostante sia Elisabeth ad essere attrice di professione, è Sarah ad interpretare una parte, pur di non incrinare la propria immagine di madre perfetta.
Per questo, in Armand, la verità non è affidata davvero allo sguardo: la vista è un senso ormai contaminato e ingannevole. A sussurrare la realtà sono, al contrario, i sensi più primitivi: suono e tatto, ossia ciò che è percepibile al di là delle apparenze. Il suono è tensione pura: amplifica i silenzi, dilata l’isteria, la paura e lo smarrimento. La campanella rotta che suona inesorabilmente quasi ad avvisare dell’imminente pericolo, il vociare che impregna i corridoi, l’acqua che lava via ogni menzogna. È la verità che mormora, che si palesa e che restituisce respiro dopo l’asfissia morale.
In questo labirinto marcio, anche ciò che inizialmente sembra neutrale detiene indizi sottili. La maestra più esperta, Ajsa, è un’altra stangata al finto e debole sistema perbenista. La donna ostenta metodo e competenza, tuttavia, anche in lei, il pregiudizio è sempre stato lì, presente. Il suo naso sanguina come un fiume in piena, in modo disturbante, diventando l’ennesima fenditura simbolica. È il corpo che si tradisce. È la crepa di un sistema che si finge giusto.
Armand, stile, regia e attori
Nel vortice delle proiezioni adulte, il conflitto tra i due bambini si trasforma dunque in una battaglia tra genitori, colma di rollercoaster emotivi. In questo, soprattutto nella prima parte, Armand ricorda Carnage di Roman Polanski, dove il luogo della tutela è in realtà il covo della tossicità. Dove la mela non cade lontano dall’albero.
Ma il film norvegese si tinge di toni quasi surreali in cui Tøndel sembra ricostruire un vero e proprio teatro dell’assurdo, dove anche la grammatica visiva parla. Le figure a volte vibrano poiché in tensione, o sono sbiadite perché non trasparenti. La camera è addosso ai corpi e li opprime, evocando un teatro da camera. Mentre la dinamica di fascinazione e venerazione che precede la svalutazione e la distruzione della protagonista ricorda il cannibalismo sociale di The Neon Demon di Nicolas Winding Refn.
I silenzi densi si alternano alle esplosioni emotive, in cui Tøndel e i suoi attori non risparmiano nulla. Le interpretazioni sono degne di nota e così scrittura e regia che orchestrano e incastrano i cambi di registro costruendo la verità proprio sulla destabilizzazione e il disordine.
Armand, in conclusione
Halfdan Ullmann Tøndel mette in crisi un sistema mostrando come persino le strutture più avanzate, a volte, sacrifichino la verità per proteggere la facciata o per punire chi non è conforme (o chi nella vita si è realizzato più degli altri). In Armand, il senso di branco e di invidia sociale accendono i riflettori sui veri responsabili degli adulti del futuro: i genitori. Nota dolente le scene finali, che risultano una ridondanza non necessaria di un concetto già egregiamente espresso in una scena precedente a queste, che sarebbe stata forse il finale perfetto.
🎬 Valutazione
Regia
★★★★★
Interpretazioni
★★★★★
Storia
★★★★★
Emozioni
★★★★★
🏆 Voto Totale
3.5
★★★⯨★