Skip to content Skip to footer
Capi di Stato in fuga, la recensione

Capi di Stato in fuga, la recensione

Cena ed Elba brillano, ma Capi di Stato in fuga si perde in cliché e azione senza mordente. Intrattiene, ma non lascia il segno.

Un presidente americano spaccone e un primo ministro britannico dal profilo impeccabile si ritrovano improvvisamente alleati in fuga, dopo un attentato che mette in crisi l’equilibrio geopolitico globale. Da questa premessa parte Capi di Stato in fuga, action-comedy firmata da Ilya Naishuller (già regista di Io sono nessuno) e disponibile su Prime Video. Sulla carta, il film promette scintille: due attori amatissimi dal pubblico, John Cena e Idris Elba, uno scenario internazionale, una spruzzata di satira politica e tanto movimento.

E per una buona mezz’ora, tutto fila. I ruoli sono chiari, la dinamica tra i protagonisti è ben definita, e lo spettatore si gode il contrasto tra il carisma fisico di Cena e l’aplomb british di Elba. Ma poi, qualcosa si inceppa. Dietro una facciata brillante e ben confezionata, si nasconde una sceneggiatura che procede per accumulo, senza una vera direzione. L’azione c’è, le risate (poche) arrivano, ma il tutto lascia la sensazione di un grande potenziale sprecato.

Un duo protagonista sprecato

Cena ed Elba, di nuovo insieme dopo The Suicide Squad – Missione Suicida (2021), fanno del loro meglio con il materiale che hanno. La loro chimica funziona, e il contrasto caratteriale è evidente fin dai primi dialoghi. Cena, in particolare, sembra divertirsi un mondo nel ruolo del presidente action hero che si butta dalle finestre e parla per slogan, mentre Elba si sforza di mantenere un certo rigore, anche quando tutto intorno a lui esplode – letteralmente.

Ma anche qui si avverte un limite: i personaggi sono bidimensionali, incastrati in archetipi troppo rigidi per evolversi. Nessuno dei due ha un vero arco narrativo. Si parte con l’idea di due rivali costretti a collaborare e si finisce con… due rivali che si rispettano un po’ di più. Il percorso emotivo è minimo, e il film non si prende mai il tempo per esplorarlo davvero.

Una regia visivamente interessante, ma al servizio di poco

Ilya Naishuller ha dimostrato in passato di saper girare scene d’azione spettacolari (Hardcore!, Io sono nessuno), e anche qui si nota la sua firma visiva. L’attacco iniziale sull’Air Force One e gli inseguimenti tra i vicoli di Trieste sono ben girati, dinamici, con una buona attenzione al montaggio.

Tuttavia, la sensazione è che la regia sia spesso costretta a tappare le falle della sceneggiatura. L’azione funziona, ma è fine a sé stessa: non c’è reale tensione narrativa, e molti momenti sembrano aggiunti più per rispettare le aspettative di genere che per far progredire la storia. Quando il film si ferma per cercare di “dire qualcosa”, inciampa nel suo stesso tono scanzonato.

Capi di stato in fuga, la recensione

Satira? Meglio non rischiare

L’aspetto più deludente è il trattamento della politica. Con due capi di stato al centro della trama, e un complotto globale sullo sfondo, ci si aspetterebbe almeno una satira leggera ma ficcante. Invece, tutto resta nel vago. Le dinamiche diplomatiche, il rapporto tra potere e immagine, la fragilità delle alleanze internazionali: sono tutti temi accennati, ma mai sviluppati.

Capi di Stato in fuga sembra voler strizzare l’occhio alla geopolitica senza mai rischiare una vera opinione. Questo approccio “neutro”, tipico di certi blockbuster contemporanei, finisce per appiattire ogni spunto interessante. L’ironia c’è, ma è innocua. La critica, se esiste, è talmente blanda da sembrare involontaria.

Personaggi secondari dimenticabili

Nel cast di supporto spicca Priyanka Chopra Jonas, che ha carisma e presenza scenica, ma il suo personaggio — agente segreta tra il James Bond e la babysitter — è poco più di un espediente narrativo. Lo stesso vale per Carla Gugino nel ruolo di vicepresidente americano, Jack Quaid nei panni di un agente sopra le righe, e gli altri comprimari: tutti al servizio della trama, nessuno memorabile.

Questo impoverimento dei ruoli secondari contribuisce a rendere il film monocorde, privo di quegli elementi collaterali (sottotrame, contrasti secondari, ambiguità) che rendono una commedia d’azione più stratificata e coinvolgente.

Un finale che lascia una porta aperta

Capi di Stato in fuga si conclude nel segno della riconciliazione e della pace ritrovata, ma senza veri guizzi narrativi. Tuttavia, vale la pena restare seduti qualche minuto dopo i titoli di coda: nella scena post-credit, viene rivelato un dettaglio che potrebbe cambiare la percezione di alcuni eventi finali. In particolare, scopriamo che Marty (Jack Quaid) è sopravvissuto, contrariamente a quanto fatto intuire.

Questa scena extra non solo rimescola le carte su uno dei personaggi secondari, ma sembra anche suggerire un possibile sequel o un’espansione dell’universo narrativo. Un colpo di coda interessante, ma che arriva forse troppo tardi, dopo un film che ha fatto di tutto per non prendersi sul serio.

Conclusione: un film senza vera identità

Capi di Stato in fuga è un film che non infastidisce, ma nemmeno entusiasma. Fa il suo dovere come prodotto di intrattenimento leggero, grazie al carisma dei protagonisti e a una confezione visivamente curata. Ma manca di personalità, di coraggio, e soprattutto di scrittura.

Si ride poco, si riflette nulla, e si dimentica in fretta. Un’occasione sprecata per realizzare una commedia d’azione che potesse dire qualcosa — o almeno farlo in modo meno telefonato.

Recensione a due stelle su Almanacco Cinema