Con uno dei suoi cult piu’ grandi, Wong Kar-wai racconta in una maniera unica le storie di anime pure e perse in un mondo altrettanto impuro.
Un elogio esistenzialista alla solitudine e alla condizione dell’uomo nella modernità, dove la collettività non è altro che un artificio. Wong Kar-wai decide di riprendere un soggetto del 1994, inizialmente appartenente ad Hong Kong express come storia parallela della trama principale, e ne realizza un film a parte andando a completare così un dittico col film precedente. Angeli perduti rappresenta un punto cardine del cinema cinese e del cinema degli anni 90 avendo ormai raggiunto lo status di cult assoluto e generazionale.
Con una narrazione che non si distacca dal resto della filmografia di Kar-wai, l’ambientazione in una Hong-Kong desolata, notturna e fredda fatta di luci al neon rende al massimo l’atmosfera di solitudine in chiave esistenzialista che è il tema principale del film. “Quasi tutti hanno il loro primo amore in adolescenza. A me è capitato tardi”. Con questa stessa grazia, i personaggi del film ci mostrano la loro vita, cosa voglia dire amare e vivere, essere angeli perduti in una metropoli abbagliante.
Il film segue due storie d’amore parallele. La prima riguarda un sicario, Wong-Chi Ming, interpretato da Leon Lai, e la sua partner che decide chi viene assassinato, dove e come, interpretata da Michelle Reis. Il sicario vuole voltare pagina e cambiare vita dopo tre anni di lavoro ma continua a rimandare a causa di una relazione ambigua che lo lega alla sua socia, perdutamente innamorata di lui, nonostante si siano visti solo tre volte e il loro rapporto si limiti unicamente alla condivisione di informazioni riguardo gli assassini. Di fatti i due non si conoscono per nulla, se non per qualche dettaglio lasciato nella stanza che usano per rifugiarsi o dalla spazzatura del killer nella quale la partner rovista per ottenere informazioni su Wong-Chi Ming.
Dall’altra sponda invece, He Zhiwu, interpretato da Takeshi Kaneshiro, è un ragazzo muto, infantile e senza occupazione che vive ancora con suo padre. He Zhiwu campa andando in giro in moto ed occupando i negozi la notte, costringendo i passanti ad approffittare dei suoi “servizi” seppur controvoglia, e finendo anche per farsi pagare. Proprio di notte mentre cerca di fare un po’ di soldi incontra Charlie, una ragazza emotivamente distrutta in cerca di supporto.
Wong Kar-wai attraverso questo film decide di parlare meno con le parole e piu’ attraverso le inquadrature, tant’è che nei primi venti minuti di film ci sono solo sei battute, ricreando un certo tipo di cinema espressionista. Un approccio esistenzialista che oscilla anche verso il nichilismo e che, da un punto di vista tecnico, mette tutta l’attenzione sull’estetica unica del film che ha segnato la generazione millennial e che in generale è rimasta nell’immaginario collettivo come riconducibile al periodo di fine primo millennio. Una fotografia magistrale, fatta di luci accese ed una saturazione dei colori sorprendente che isola ancora di piu’ i personaggi messi in contrasto in ogni scena, soprattutto quando ripresi in penombra.
Sicuramente pero’, cio’ che cattura piu’ l’occhio è l’uso dilaniante del grandangolo doyle, un obiettivo grandangolare detto “a ruota libera”, che riesce a catturare un ampio larghissimo e ci porta ancora piu’ vicino ai personaggi, alle scene, facendoci veramente vivere l’azione, l’essere, anche grazie alla recitazione degli attori che è come se sappiano di stare in un film. I personaggi si muovono come in un film, creando un effetto di antitesi riguardo il realismo della pellicola.
“La cosa migliore della mia professione è che non c’è bisogno di prendere decisioni. Sono una persona pigra. Mi piace che le persone mi organizzino le cose. Per questo ho bisogno di un partner”. Angeli perduti è un opera che parla d’amore, delle sue conseguenze e della sua pericolosità. Ogni personaggio ha proprio un carattere tossico del comportamento in un rapporto sentimentale che fa sfociare tutti nella solitudine e in un distacco generale da tutto, il file rouge della trama.
Il film è un elogio esistenziale alla solitudine e ad una generazione sempre piu’ isolata da tutto e tutti. Un alienazione generale accompagnata da un rifiuto alla modernità che va a toccare la generazione millenial, un manifesto di cosa voglia dire essere un anima perduta, un angelo caduto in un modo impuro fatto di insegne al neon e colori accesi ma anche freddi, dove l’unica via per sopravvivere è proprio alienarsi, rimanere soli in una collettività morta. Sindrome di fine millennio come cantava qualcuno.
Fallen angels a tratti sembra assumere le sembianze di un sogno lucido fatto di nostalgia che ci mostra cosa voglia dire vivere da anima perduta, da romantico nella società moderna che non ha piu’ niente da offrire riguardo le emozioni. Muovendosi in una dimensione surreale dove tutto sembra inusuale ed amatoriale, i personaggi sono gli ultimi baluardi di un mondo che non c’è piu’, nostalgia per qualcosa che non c’è mai stasto, semplicemente perché le speranze si sono rivelate solo disillusioni, l’idealizzazione sbagliata che porta la solitudine anche ad essere una scelta. Apparentemente un modo passivo di affrontare la vita ma è proprio quando si prendono le decisioni che emerge l’esistenzialismo puro che sta nella reazione.
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