Nia Da Costa firma con Hedda una rilettura contemporanea, dalle tematiche black e queer del classico ibsediano.
Ci troviamo nell’Inghilterra degli anni ’50, Hedda Gabler (Tessa Thompson) figlia illegittima di un generale, ha una passione per le armi e per il potere ma ha appena sposato un uomo che non ama davvero. Durante una festa ricompare Eileen, una vecchia fiamma, che ora si contende il posto di lavoro col marito di Hedda. Durante una festa in casa dei novelli sposi inizia una guerra fatta di manipolazione e lotte di potere di cui Hedda sarà protagonista.
Una nuova Hedda
Se nel racconto di Ibsen era già presente un forte messaggio femminista, la pellicola diretta da Da Costa scava ancora più a fondo nei limiti della società del tempo. La scelta di rendere il personaggio di Eileen una donna, rispetto al maschile Eilern del testo originale, e di sottolineare le passioni passate e presenti tra lei e la protagonista, aggiunge uno strato contemporaneo e di ricerca sulla sessualità del tempo in genere rinchiusa dentro una cornice fatta solo di relazioni tra uomo e donna, rendendo le relazioni omosessuali solo segrete ed extraconiugali. La tematica queer viene profondamente intrecciata con il racconto, evidenziando come Hedda abbia scelto una via di conformità domestica, sposando un uomo che ci sembra un perfetto inetto, invece di perseguire rapporti con donne che la comprendono Guardando la pellicola però, non abbiamo neanche per un secondo il dubbio che il vero amore (pur sempre malato e tossico) per Hedda sia Eileen e non suo marito. La protagonista non è solo un personaggio femminile forte, ma diventa una lente di ingrandimento per le donne di quell’epoca. Le dinamiche con le altre donne presenti sullo schermo creano una rete di relazione fatta di passione, competizione e solidarietà che offrono una pluralità di esperienza femminili allo spettatore.

La dinamica di potere
La dinamica di potere è il moto delle relazioni che girano attorno alla protagonista. Hedda usa armi come la manipolazione, la seduzione e il distacco per sfuggire alla manipolazione altrui, ma finisce per riprodurre gli stessi meccanismi tossici dai quali vorrebbe liberarsi.Il potere finisce per diventare una forma per la sopravvivenza: Hedda vuole esercitarlo sul marito e sopratutto su Eileen, l’unica che sembra averla capito e continua a sfidare. La figura di quest’ultima è trasformata dalla regista in una figura di successo, che compete con un uomo per un posto di lavoro, ribaltando i paradigmi del tempo. Non è un uomo a minacciare la posizione sociale di Hedda, ma una donna che incarna il proibito.
Hedda è anche vittima della figura del giudice Brack, figura che rappresenta una struttura di potere maschile più rigido e insidioso. Il rapporto col giudice è costruito su un’apparente complicità, in realtà si basa su una dinamica di possesso in cui lui conosce i suoi scheletri dell’armadio e li usa come leva per avere il pieno controllo su di lei. Tuttavia questo rapporto non è ben costruito e finisce per concludersi in un finale che corre e non capiamo quando lui abbia avuto davvero tutto questo potere su di lei.
Cosa non funziona
L’eleganza e la forza tematica sono gli elementi più forti del film, ma non vengono davvero sviluppati nelle relazioni tra personaggi. Il film fatica a trasmettere la tensione interna dei personaggi in maniera coesa con il resto della storia. Il film ha una divisione in cinque atti ma vengono divisi in maniera irregolare, spesso aggiungendo elementi che colpiscono solo dal punto di vista estetico ma non sono utili ai fini narrativi. Come la scena del tradimento da parte della moglie del professore, lo spettatore non riesce a capirne il senso e il motivo per cui debba essere inserito nella pellicola, rendendola piena di momenti inutili. Sarebbe stato più interessante vedere la presenza maggiore del marito George o approfondire la dinamica di potere col giudice.
Il femminismo e il tema queer rischiano di diventare didascalici, privati della loro complessità. La sceneggiatura opta per dichiarazioni esplicite, battute pragmatiche e momenti di autoconsapevolezza enunciata che finisce per spiegare la tematica invece di farla emergere attraverso i personaggi e le loro relazioni. Questa scelta rende il film pesante, rendendo le dinamiche che dovrebbero essere più incisivi in momenti noiosi del film. Il film spiega troppo, senza lasciare spazio a momenti di tensione, non permettendo ai personaggi di dialogare con le tematiche del film, lasciandole solo in superficie.
In conclusione
Hedda è un film ambizioso e visivamente potente, ma paga un disequilibrio tra estetica, ricca e incisiva , e introspezione psicologica dei personaggi, debole e spesso lasciata in sospeso. L’interpretazione di Tessa Thompson è degna di nota, anche se spesso rischia di cadere in virtuosismi quasi teatrali, riesce a portare un’interpretazione convincente, riservandosi un posto tra le candidature ai Golden Globe. Il lavoro fatto da Da Costa è sicuramente meritevole e coraggioso, rischia però di essere una rilettura che usa dei temi importanti facendoli diventate mainstream.
🎬 Valutazione