Skip to content Skip to footer
Highest 2 Lowest

Highest 2 Lowest: da un fondo all’altro

Highest 2 Lowest è l’ultima collaborazione tra Spike Lee e Denzel Washington, che prova a modernizzare un capolavoro ma rimane su stilemi saturi e già visti.

Al giorno d’oggi, molto spesso, si parla dello stato dell’industria cinematografica e si prova a capire qual’è il vero problema – se esiste davvero un problema. E magari, una risposta univoca e definitiva non esiste o non si vede, e di conseguenza neanche una possibile soluzione. L’originalità e la creatività autoriale non sono un problema: se c’è il talento, lo si trova anche in qualcosa di già visto.

Le notizie di sequel di franchise qualitativamente morti infastidisce ogni volta di più – l’ultimo Jurassic World: La rinascita, per dirne uno – ma forse non quanto i remake. Soprattutto se ci si ricorda degli ultimi ri-adattamenti di capolavori, come i rifacimenti di Ben-Hur e de I magnifici sette, entrambi del 2016. Ma cosa ci si può aspettare da un remake di un’opera grandiosa dalla mente di un grande regista?

Highest 2 Lowest

Eccoci. Highest 2 Lowest è l’ultima impresa cinematografica realizzata dal quasi 70enne regista newyorkese Spike Lee, alla quinta collaborazione con il suo attore feticcio Denzel Washington – i due non lavoravano insieme da Inside Man del 2006 – il cui rapporto professionale è iniziato nel 1990 con Mo’ Better Blues ed è poi proseguito con Malcolm X, He Got Game ed Inside Man.

Remake di Anatomia di un rapimento, capolavoro del 1964 del maestro Akira Kurosawa, la pellicola ha la stessa trama dell’originale – già adattamento del romanzo Due colpi in uno di Ed McBain – ma trasportata nel 2025: David King – Washington – grande produttore musicale e vicino ad un’importante svolta lavorativa, diventa vittima di un’estorsione da quasi 20 milioni di dollari quando il figlio del suo autista PaulJeffrey Wright – viene rapito.

Dove sono i soldi?

Il film è stato prodotto dalla A24 e presentato fuori concorso allo scorso Festival di Cannes, per poi essere distribuito il 22 agosto negli States e poi su Apple Tv+ dal 5 settembre, lasciando quasi tutti i paesi – come l’Italia – senza una possibilità di vedere il film sul grande schermo. Che questo succeda per un film di Spike Lee, è un segno ancora più preoccupante dei tempi che avanzano.

Questo sembra essere anche il cerchio solido del film: una corsa collettiva verso i soldi. E, per farti seguire, devi riuscire a condurre, ma niente ci guida. Al massimo ci accompagna durante il film, ma niente prende il sopravvento. I soldi di cui si parla si vedono più nel modo in cui Lee gira che negli elementi stessi del film; infatti, i primi 30 minuti sono costituiti da inquadrature a campo pieno dall’alto, a farci vedere tutto come fossimo Dio e, man mano che il mondo dei ricchi e quello dell’underground newyorkese combaciano, iniziamo a restringerci.

Highest 2 Lowest

Costruisci o distruggi

Dopo i primi 40 minuti, scanditi da un montaggio confuso e ripetitivo – che tornerà – ed una colonna sonora estremamente anacronistica – forse anche troppo – la pellicola inizia a prendere ritmo. Lee torna al suo Inside Man e vuole aggiungere un pò di Collateral di Michael Mann, scordandosi per un attimo l’originale di Kurosawa. E va tutto bene. La scena della metropolitana è incredibilmente mozzafiato e stupendamente incalzante. Ma poi, si perde.

La tensione si annulla, il ritmo cade, i personaggi sembrano perdere il loro essere umani. Tutto si appiattisce. Nel film ci dicono che la complessità ha importanza solo per le masse, e Lee non fa nulla di complicato. Tranne, non sapere cosa dire. Sì, perchè una storia di odio, vendetta ed invidia sociale – in Kurosawa – si trasforma prendendo mille strade diverse, senza sapere quale stia davvero percorrendo.

Il re (non) è qui

Insomma, di concreto non c’è niente. Si sente il solito spirito cazzone e polemico di Spike Lee, ma non è un black movie, non è un film sulla differenza di classi, non è un film sull’economia, non è un film sull’attualità e lo scontro con il vecchio. Lee prende i suoi soliti trademark e li butta – a tratti un pò a caso – in aggiunta alle novità. Uno tra queste: il personaggio di A$AP Rocky, che è il perfetto strumento di rappresentazione di cosa questo film è.

Bell’aspetto, grande stile, ma una presenza scenica e credibilità che rasenta il fondo. E forse, eccolo il fondo del titolo. Dal più alto al più basso, la traduzione letterale. La pellicola avrebbe più senso se si chiamasse Lowest 2 Lowest. Ma anche dopo aver visto lo smielato e scontato finale, tra le prediche insensate da millennial di A$AP e gli enormi sorrisi confidenti di Washington, allora il titolo si riferisce alla carriera di Spike Lee, la cui fine è riassunta da una metropolitana, uno sguardo in macchina ed urlare Boston fa schifo.

Highest 2 Lowest