Il mago del Cremlino di Oliver Assayas porta in scena un ritratto della Russia come non l’abbiamo mai visto. Presentato in concorso al Festival di Venezia.
Il mago del Cremlino arriva al Lido con l’intenzione di raccontare una delle figure più controverse e centrali della nostra epoca: quella di Vladimir Vladimirovič Putin. Per realizzare quest’opera ambiziosa, Olivier Assayas decide di scrivere la sceneggiatura a due mani con Emmanuel Carrère, tra i più importanti scrittori contemporanei ed esperti di cultura russa. I due autori riadattano l’omonimo romanzo best seller di Giuliano da Empoli. Delle scelte che confermano una dichiarazione autoriale ben precisa: descrivere senza filtri e stereotipi una cultura ed una realtà complessa e stratificata come quella russa.
Il film deve tutta la sua forza a questa straordinaria capacità di realizzare un affresco della Russia sincero ed epico: dal crollo dell’Unione Sovietica di Gorbacëv alla lenta e studiata ascesa di Putin. Un racconto generale che attraversa epoche storiche diverse, finendo per cogliere lucidamente gli sviluppi antropologici e sociali del paese, trasformando il film in un vero e proprio saggio su uno dei paesi più importanti del mondo.
Tutto questo avviene senza nessun calo di ritmo, grazie ad una trasposizione cinematografica che tiene incollato lo spettatore allo schermo per tutti i suoi 156 minuti. L’adattamento gioca sempre con atmosfere e colpi di scena che, soprattutto nella prima parte del flashback (dedicata al crollo dell’Unione Sovietica) richiama un certo cinema alla Martin Scorsese di Quei bravi ragazzi, capace come nessun altro di raccontare l’ambizione e l’ascesa al potere. Il mago del Cremlino diventa così un operazione a tutto tondo; in cui un tema così complesso e stratificato viene reso accessibile anche al grande pubblico.
L’operazione generale si regge anche sulla grande interpretazione di tutto il cast. Tra tutti infatti spiccano Jude Law ,nei panni di un Vladimir Putin credibile e asciutto, ma soprattutto sull’interpretazione di Paul Dano (Vadim Baranov), braccio destro del presidente russo, che qui si impone come il vero deus ex machina della storia. La sceneggiatura infatti dà un grande peso al ruolo della parola e tutto prende forma dal racconto di Paul Dano, il cui personaggio negli anni è diventato la mente dietro all’ascesa e al potere di Putin, al punto da essere ribattezzato come “il mago del Cremlino”. L’attore newyorkese accetta con maturità il ruolo del protagonista e restituisce a pieno l’essenza del suo personaggio, ambiguo ma incredibilmente affascinato dalle dinamiche di potere.
Il film però soffre di alcuni difetti che rischiano di incidere sul risultato finale. La regia di Assayas inciampa quando tenta di allontanarsi dal fulcro centrale della sceneggiatura, soprattutto nelle dinamiche emotive che coinvolgono il resto dei personaggi, spesso risolte frettolosamente. Inoltre, in alcuni passaggi, il regista francese si aggrappa più volte alla forza della sceneggiatura, rischiando così di assumere un tono troppo didascalico, piuttosto che affidarsi alla forza delle immagini.
Nonostante questi limiti, Il mago del Cremlino rimane un’opera importante, capace, grazie ad un cast di primissimo livello ed una sceneggiatura solida, di restituire un ritratto profondo della Russia contemporanea. Uno dei progetti più interessanti e coraggiosi visti in concorso a Venezia.
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