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Independence Day e l’apocalisse come festa globale
Uscito nel 1996, Independence Day è il film che ha trasformato l’invasione aliena in una parata militare, una messa civile e uno spettacolo pirotecnico dell’egemonia americana.
Diretto da Roland Emmerich, scritto da Dean Devlin e dallo stesso Emmerich, prodotto da Devlin e distribuito da 20th Century Fox, il film mette insieme fantascienza, action e disaster movie con un cast corale guidato da Will Smith, Bill Pullman, Jeff Goldblum, Mary McDonnell, Judd Hirsch, Margaret Colin, Randy Quaid, Robert Loggia, James Rebhorn e Vivica A. Fox.
Gigantesche astronavi arrivano sulla Terra, distruggono le principali città del mondo e costringono un gruppo improbabile di politici, militari, scienziati, civili e falliti assortiti a organizzare una controffensiva. Sotto il rumore delle esplosioni, Independence Day costruisce una delle più efficaci fantasie politiche del cinema americano anni Novanta: il mondo si salva quando accetta una guida statunitense, la democrazia si rifugia nel carisma del capo, la paranoia complottista viene riabilitata e la catastrofe diventa occasione di rinascita.
Independence Day è un film sul bisogno tutto americano di un nemico assoluto: solo davanti a un Altro non negoziabile l’imperialismo può continuare a chiamarsi Indipendenza.
Capitalismo estrattivo cosmico: gli alieni come “Stato canaglia”
Gli alieni di Independence Day non sono una civiltà da comprendere, tradurre o incontrare. Non sono l’enigma metafisico di 2001: Odissea nello spazio, né l’alterità linguistica di Arrival. Sono una potenza predatoria, verticale, muta, totalitaria. Arrivano, occupano il cielo, annientano le città, consumano le risorse e poi, presumibilmente, ripartono verso il prossimo pianeta da spolpare. In questo senso sono il nemico perfetto degli anni Novanta: una specie di Stato canaglia assoluto, senza ambasciatori, senza stampa estera, senza trattati, senza una ragione che possa complicare il quadro morale.
La loro funzione politica è comodissima: eliminano ogni dubbio. Davanti a loro non ci sono diplomazia, appeasement, realpolitik o senso di colpa occidentale. C’è solo la sopravvivenza. Il film costruisce così una guerra finalmente “pulita”, almeno nella percezione di chi la combatte: da una parte l’umanità, dall’altra una macchina cosmica di sterminio. Questi alieni non sembrano il nemico dell’uomo, ma la caricatura mostruosa del capitalismo liberata da ogni ipocrisia: niente missione civilizzatrice, niente mercato, niente progresso, solo presa, consumo, distruzione.
Un colonialismo senza cerimonie, un imperialismo senza discorsi inaugurali, un’economia di rapina senza brochure aziendale: gli alieni sono la superiorità tecnica trasformata in licenza di divorare. Con questo trucco ideologico, l’America aliena la propria parte predatoria, la espelle fuori da sé e la contempla come un mostro venuto dallo spazio, ricevendo il terrore dello spettatore per il disumano come deferenza, e distraendolo dalla logica di conquista, consumo e devastazione che abita già dentro la ordinaria storia politica ed economica della sua civiltà.
Area 51: la paranoia complottista che salva lo Stato
Independence Day prende uno dei grandi miti dell’immaginario americano – Area 51, Roswell, corpi alieni nascosti, astronavi segrete, governo bugiardo – e gli dà ragione. Gli alieni c’erano, il governo sapeva, le prove sono state occultate, gli apparati hanno mentito. Il punto è che il film non usa questa rivelazione per demolire lo Stato, al contrario, la usa per salvarlo.
La bugia istituzionale non viene davvero condannata, ma viene assorbita nella logica dell’emergenza. Certo, alcuni funzionari hanno “nascosto la verità persino al presidente”, ma quando arriva la fine del mondo, quelle menzogne si trasformano in capitale strategico: tecnologia recuperata, conoscenza dell’invasore, possibilità di contrattacco.
Il film, insomma, assolve la paranoia ma assolve anche lo Stato. Conferma allo spettatore che aveva ragione a sospettare, ma torto a disperare: dietro il segreto non c’era solo manipolazione, c’era una riserva di potenza pronta a riattivarsi nel momento decisivo. La sfiducia viene riconvertita in fiducia, la menzogna diventa prudenza, e gli apparati vengono riabilitati dall’invasione aliena. Certo, il governo ha mentito, ma per fortuna aveva qualcosa da nascondere.
Sarà per questo che negli ultimi anni la “disclosure” sugli UAP ha spostato l’immaginario UFO dal sottoscala del complottismo alla sala audizioni del Congresso, agli uffici del Pentagono, ai protocolli della NASA e agli archivi federali: non perché abbia risolto il mistero, ma perché lo ha finalmente istituzionalizzato. In questo passaggio lo Stato americano ottiene la sua rassicurazione più oscena: anche chi lo sospetta continua a riconoscerlo come unico soggetto abbastanza potente da custodire il segreto.
La democrazia che sogna il re sacro, e la terapia familiare populista
Il presidente Thomas J. Whitmore è uno dei grandi fantasmi politici del film. Formalmente è un capo democratico, eletto, istituzionale. Narrativamente, però, funziona come tutt’altro: è un padre della nazione, un comandante di guerra, un sacerdote civile, quasi un re sacro travestito da presidente progressista. Il suo famoso discorso prima dell’attacco finale non è solo retorica patriottica: è l’atto con cui la politica ordinaria si scioglie e rinasce come religione civile.
Da quel momento il 4 luglio non appartiene più agli Stati Uniti: diventa la festa dell’indipendenza del genere umano.
Il mondo non viene conquistato dagli Stati Uniti: viene coordinato. Salveremo tutti, e nel farlo parleremo per tutti, una bonaria egemonia insomma, un comando sotto forma di servizio, una centralità imperiale presentata come dovere morale. Whitmore diventa credibile perché mette in gioco il corpo, sale sul caccia, combatte, rischia. La democrazia, nel momento estremo, non sogna un comitato parlamentare, una commissione d’inchiesta o un dibattito televisivo: sogna un capo che parli bene e decida in fretta.
Ma la catastrofe non serve solo a salvare il pianeta, serve anche a rimettere ordine nel privato. David Levinson ritrova una forma di legame con l’ex moglie, il presidente viene restituito al dolore familiare, Steven Hiller consolida la propria famiglia possibile, e persino Russell Casse, padre screditato, ubriacone e deriso, conquista nel sacrificio finale la dignità che la vita quotidiana gli aveva negato.
Il sacrificio individuale è la moneta morale con cui il film paga la salvezza collettiva. Non basta l’esercito, non basta la scienza, non basta la leadership. Quando arriva il segno dal cielo, le città vengono punite, le famiglie si disperdono e il leader pronuncia la messa laica che ricompone la comunità, serve qualcuno che si consumi fino in fondo.
Le esplosioni patriottiche, i nuovi fuochi d’artificio
Festeggiare troppo presto è mortale: in Independence Day il 4 luglio deve attraversare la guerra per poter esplodere davvero nel suo “gran finale coi fuochi d’artificio”.
La luce che scende dalle astronavi è terrore travestito da meraviglia spielberghiana; le città che bruciano sono il prezzo dell’ingenuità; i primi attacchi militari sono lo spettacolo dell’impotenza; perfino l’atomica, vecchio feticcio del potere assoluto novecentesco, viene ridotta a un bagliore inutile contro lo scudo alieno.
I fuochi d’artificio della festa nazionale vengono sostituiti dalle esplosioni della controffensiva planetaria: l’indipendenza non si celebra più, si rifà in diretta, davanti al nemico assoluto. Ma il film stabilisce una condizione precisa: lo spettacolo è lecito solo quando la violenza ha trovato la propria giustificazione.
In questo senso Independence Day è un film che sa benissimo che il patriottismo moderno passa anche attraverso il piacere della distruzione: è proprio il sacrificio iconografico della Casa Bianca, l’oppressione del conflitto e l’impotenza dell’uomo ordinario, a rendere il discorso del presidente più esplosivo di un ordigno, e più grande delle macerie.
Il virus informatico come Deus Ex Machina
Possibile che una civiltà aliena capace di attraversare lo spazio venga messa in ginocchio da un codice caricato da un portatile terrestre? Il computer, che nella cultura pop degli anni Ottanta e Novanta era spesso associato a controllo, Guerra fredda, automazione, hackeraggio e disumanizzazione, diventa qui il distintivo strategico della resistenza.
Independence Day non ragiona in termini di plausibilità tecnica, ma dentro un immaginario tipicamente anni Novanta, in cui l’informatica è ancora una forma di magia moderna, un sapere laterale, oscuro, quasi iniziatico. Il computer non è ancora l’ambiente naturale di tutti; è lo strumento dell’outsider, del tecnico nevrotico, dell’uomo che non comanda eserciti ma capisce i sistemi. È l’eredità pop di Wargames, ma trasportata nel clima euforico e confuso del dopo Guerra fredda: non più l’incubo dell’automazione nucleare fuori controllo, bensì la fantasia che proprio quel sapere informatico, un tempo associato al controllo, alla sorveglianza e alla distruzione, possa diventare l’arma imprevista della salvezza.
La citazione ideale resta La guerra dei mondi di H. G. Wells. Là gli invasori vengono sconfitti dai microbi terrestri: una forma di vita minuscola, che l’intelligenza superiore non aveva previsto. In Independence Day, il virus diventa informatico, segno che nell’era digitale nascente, la battaglia è spostata dal dominio reale a quello virtuale.
David Levinson è un outsider brillante, ecologista, non militare, ancora abbastanza fuori dal potere da poterlo leggere meglio di chi lo amministra. Non sfonda la porta, trova la password e batte gli alieni sul piano dell’accesso: il trickster digitale di un’epoca in cui la tecnologia è ancora incomprensibile, e proprio per questo può essere investita di una funzione salvifica.
Il mondo unito di Resurgence, il nuovo mercato globale tecnologico
In Independence Day: Rigenerazione, l’umanità del 2016 vive dentro un’utopia tecno-militare costruita sui resti dell’invasione sventata vent’anni prima: basi lunari, caccia ibridi, difese planetarie, sistemi globali di sorveglianza e risposta. La tecnologia aliena, un tempo minaccia assoluta, è stata assorbita, studiata, trasformata in infrastruttura; eppure resta aliena proprio per la generazione che pensava di averla domata.
I vecchi eroi sono ancora presenti, ma appaiono come custodi stanchi di un ordine che non riescono più davvero a controllare. Hanno vinto la guerra, hanno ricostruito il pianeta, hanno trasformato il trauma in sistema; eppure il mondo nato da quella vittoria è meno obbediente, e il controllo tecnico non coincide più con il controllo morale. Il sequel finisce così per raccontare l’ansia di una generazione che ha creduto di poter amministrare la modernità dopo la Guerra fredda e si ritrova invece davanti a un pianeta tecnologicamente unificato, ma politicamente e simbolicamente instabile.
Nel 2016 Hollywood è ormai pienamente immersa nella logica del franchise, del sequel, del brand riconoscibile. Lo stesso Roland Emmerich ha spiegato che una delle ragioni per tornare a Independence Day era il fatto che la sua miscela di umorismo, disaster movie e invasione aliena fosse diventata familiare nel cinema dei supereroi e nel blockbuster contemporaneo.
Dove il film del 1996 trasformava l’egemonia americana in mito pop, il sequel del 2016 prova a trasformare il mondo multipolare post-11 settembre in franchise. Cina, ONU, difesa planetaria, tecnologia aliena e nuova generazione vengono assemblati come segnali di aggiornamento politico, e il risultato è un film che pur provando ancora a vendere l’apocalisse, racconta involontariamente la crisi del vecchio controllo americano.
🎬 Valutazione
Regia
★★★★★
Interpretazioni
★★★★★
Storia
★★★★★
Emozioni
★★★★★
🏆 Voto Totale
3.5
★★★⯨★
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