A distanza di 50 anni, La casa dalle finestre che ridono rimane un film capace di intrappolare lo spettatore in una spirale inesorabile di orrore e mistero.
Era il lontano 1976 quando Pupi Avati ci regalava La casa dalle finestre che ridono, un film che sarebbe divenuto un cult del cinema di genere italiano. Anticipando di quasi 15 anni ciò che avrebbe fatto David Lynch con I segreti di Twin Peaks, Avati porta in scena una cittadina misteriosa, abitata da personaggi stravaganti e segreti inimmaginabili. La sceneggiatura, scritta da Pupi e Antonio Avati, Maurizio Costanzo e Gianni Cavina, costruisce la tensione lentamente ma in maniera inesorabile.
Per festeggiare il 50° anniversario, Cat People porta nuovamente in sala questo piccolo gioiello del cinema italiano a partire dal 13 luglio, in una versione restaurata in 4K. Un’occasione per apprezzare in una nuova veste – o per scoprire – uno degli horror italiani che maggiormente hanno lasciato il segno. Questa la nostra recensione.
La casa dalle finestre che ridono, la trama
Stefano (Lino Capolicchio), un giovane restauratore, viene chiamato dal sindaco di un piccolo paese della padania emiliana per riportare alla luce un inquietante affresco presente all’interno di una chiesa. L’opera, che raffigura il martirio di San Sebastiano, è stata realizzata da un pittore locale, Buono Legnani, morto misteriosamente ormai vent’anni prima. Antonio (Giulio Pizzirani), amico di Stefano, informa il restauratore di alcuni misteri che la gente del posto non sembra voler rivelare. Nonostante i numerosi inviti ad abbandonare il lavoro, Stefano decide di rimanere e indagare sulle inquietanti ombre che avvolgono la vita del Legnani e degli altri abitanti.
Il gotico padano
La casa dalle finestre che ridono ha forse nella sua ambientazione il punto di maggior forza. Avati riesce ad unire magistralmente la rappresentazione di una padania a lui familiare con le atmosfere inquietanti dei classici racconti gotici tramite numerosi campi larghi negli spazi aperti e inquadrature claustrofobiche al chiuso. La scelta di ambientare la vicenda in Italia rende familiari i luoghi, le persone, perfino le peculiarità dei personaggi. Proprio in virtù di questo senso di familiarità, l’orrore che pian piano si manifesta viene percepito dallo spettatore come concreto, vicino, e quindi di grande impatto.
Il film è inoltre ambientato per buona parte di giorno, ma questo non gli impedisce di mantenere un senso di inquietudine costante. Qui non si parla di vampiri, e l’orrore può nascondersi anche nella persona che sta mangiando dei tortellini seduta al tavolo affianco al tuo. Questo è ciò che si intende per gotico padano; Avati non si limita ad un discorso geografico, ma di quella terra ne porta in scena le contraddizioni, la cultura rurale ed il senso di omertà che il regista conosce bene essendo cresciuto in quei luoghi.
Un orrore che cresce man mano
Abbiamo già accennato al ritmo abbastanza lento che accompagna l’indagine di Stefano. In questo senso la sceneggiatura riesce nella difficile impresa di mantenere alta l’attenzione dello spettatore nel corso di una vicenda che avanza piano. Gli indizi, disseminati in maniera intelligente, sono accompagnati da eventi inquietanti, inquadrature che accennano senza mai svelarci troppo. Il risultato è un crescendo inesorabile di consapevolezza e tensione, che culmina nella parte finale del film, dove l’orrore si svela del tutto e si mostra in tutta la sua potenza.
La curiosità uccise il gatto
La cittadina nella quale il protagonista si muove sembra ricoperta da un velo di omertà che nessun abitante sembra avere intenzione di sollevare. Il silenzio e la diffidenza dei locali sembrano quasi un tacito accordo per il quale nessuno ha interesse nel riportare alla luce i numerosi segreti che si celano dietro l’affresco ed il paese in generale.
Stefano non deve continuare il suo lavoro (e la sua indagine). Numerosi personaggi lo invitano ad andarsene e abbandonare l’opera di restaurazione, mentre altri lo guardano con diffidenza sapendo delle sue scoperte. Nonostante il restauratore sia libero di andarsene in qualunque momento, decide di restare. La curiosità di un estraneo che sconvolge le carte in tavola è un crimine che non può rimanere impunito, ma Stefano sarà abbastanza abile da riuscire ad evitarne le conseguenze?
La casa dalle finestre che ridono, in conclusione
La casa dalle finestre che ridono resta ancora oggi un film in grado di tenere lo spettatore incollato davanti allo schermo. Una costruzione magistrale del mistero e della tensione viene spalleggiata dal ritratto di una cittadina inquietante anche nella sua normalità, non lasciando mai un momento di vero e proprio rilascio. La parte finale contiene almeno 3 colpi di scena geniali (uno dei quali forse visto oggi risulta ampiamente prevedibile) nel giro di pochi minuti, creando una conclusione esplosiva che libera in un sol colpo l’orrore costruito nel corso delle quasi 2 ore di visione.
C’è qualche piccola incongruenza soprattutto nelle azioni dei personaggi, ma nel complesso La casa dalle finestre che ridono è un film che merita di essere recuperato, soprattutto considerando la possibilità di apprezzarlo in una veste grafica rinnovata.
🎬 Valutazione

