Seppur continua a far parlare di sè dopo quasi trent’anni dall’uscita in sala, La vita è bella è davvero il capolavoro che tutti sembrano lodare?
Molto spesso si sente usare termini estremamente forti come sopravvalutato o sottavalutato. E, nell’epoca dell’iper-democrazia di internet ed in particolare dei social, questi termini sovrastano le loro particolari accezzioni, divenendo praticamente di uso comune. Troppo spesso. In applicazione di questa nuova polarizzante ideologia virtuale, l’arte ne rappresenta un perfetto campo di gioco, soprattutto il cinema.
Uno dei film che più di tutti ha subito una rivalutazione critica, venendo molto spesso anche considerato come uno dei film più sopravvalutati di sempre, è sicuramente La vita è bella, pellicola del 1997, scritta – insieme a Vincenzo Cerami – diretta ed interpretata da Roberto Benigni, film che fu il maggiore incasso dell’anno, il secondo in lingua non inglese più visto negli Stati Uniti e che vinse tre oscar su sette nomination all’edizione degli Oscar del 1998.
La vita è bella
Il film seguende le vicende di due storie: la prima è la storia dell’Italia dal 1939 al 1945, la seconda, invece, è la storia di Guido – Benigni. Guido è un uomo di religione ebraica, allegro e giocoso, che lavora come cameriere presso l’hotel di suo zio e che, attraverso una serie di bizzarre peripezie, conosce Dora – la moglie, Nicoletta Braschi – donna di cui si innamora perdutamente e con la quale si sposa. I due hanno un figlio, di nome Giosuè.
Qualche anno più tardi, l’Italia si trova nel bel mezzo della Seconda Guerra Mondiale, ma la famiglia vive un periodo di apparente felicità, nel quale Guido riesce anche ad aprire la sua tanto sognata libreria. Questo finchè la famiglia viene catturata dalle truppe nazifasciste e deportata in un campo di concentramento. Lì, Guido cercherà di mascherare la cruda realtà a suo figlio, facendogli credere che si trova in un parco giochi e, allo stesso tempo, tentando di salvare la sua famiglia.
Buongiorno, principessa!
Le stupende musiche di Nicola Piovani aprono il film, accompagnando il tuttofare Benigni in questo viaggio disperato alla ricerca di un’ingenua fanciullezza e bontà che questo mondo non può offrire completamente. Dolce, divertente, poi fiabesca e poi cruda: questa è la musica e questa è la vita. E la sceneggiatura ci porta da una sdolcinata e divertente storia d’amore ad un tragico racconto, e Benigni incarna tutto questo perfettamente.
Purtroppo, c’è un purtroppo, anzi, ce ne sono diversi. Sfortunatamente, l’agilità della scrittura non va di pari passo con l’apparente calma e la piatta banalità della regia, che non offre spunti interessanti e che non riesce ad andare oltre la superficie di ciò che vediamo. E, sicuramente, nulla di tutto questo è aiutato dall’incapacità recitativa della Braschi, problema che si riproporrà anche nei successivi lavori di Benigni – in Pinocchio, per dirne uno.

La corsa agli Oscar
Seppur è da riconoscere che la sceneggiatura non sia adeguata alla regia che l’accompagna, purtroppo Benigni manca una chiave che gli ha dato popolarità e lo ha portato al successo precedentemente. Il film manca della vena classica provocatoria del suo autore, evita il rischio, dribblando ogni opportunità di scandalizzare. Cosa che ripeterà successivamente, senza mai sfiorare le vette raggiunte in film come Non c’è resta che piangere.
Ci viene offerto ciò che tutti già si aspettano. E, se la prima parte è dolce e divertente, la seconda parte – che dovrebbe essere il cuore pulsante – è retorica, buonista, scontata. I cattivi sono cattivi, i buoni sono buoni. E l’unico personaggio che si salva da questa divisione – ripetuta schematicamente nello Schindler’s List di Steven Spielberg, in cui il suo protagonista diventa apparentemente un’eroe assoluta – è il dottor Lessing di Horst Bucholz.
Questa è una favola
Escludendo le vane critiche di Liliana Segre e di Mario Monicelli – anche se a liberare Auschwitz non sono stati gli statunitensi, nonostante Benigni sostiene che non fosse quella l’ambientazione del film – il problema vero non sta nella ridicolizzazione di un momento così tragico, tantomeno nel tentativo di Benigni di avvicinarsi l’Academy. Il problema sta nelle sue conseguenze.
Infatti, oltre a ciò che il pubblico pensò ed ancora pensa sulla pellicola, Benigni si è trasformato, realizzando solo prodotti commerciali e pietosi, da attore – eccetto il Pinocchio di Matteo Garrone – ma soprattutto da autore, del resto anche come comico, o intellettuale. Insomma, l’Olocausto poco c’entra con la riuscita o meno del film, perchè della tragedia si può ridere, anche con rispetto. La vita è bella, sì, ma il cinema, purtroppo, lo è di più… a volte.
