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Let Go, un sincero dramma familiare made in Sweden
Disponibile su Netflix l’ultimo lavoro dell’attrice e regista svedese Josephine Bornebusch. Ecco la recensione di Let Go a cura di Almanacco Cinema.
Probabilmente il nome di Josephine Bornebusch non suonerà nuovo a molti. La giovane artista svedese, classe 1981, è stata coregista della recente miniserie Baby Reindeer. Si tratta di uno degli ultimi successi Netflix che ha conquistato l’Emmy 2024 per la Miglior Miniserie. Baby Reindeer, inoltre, ha generato un’accesa discussione sulla legittimità o meno di alcune operazioni seriali che hanno a che fare con fatti reali (Almanacco Cinema ha approfondito la questione anche in relazione a Qui è Hollywood).
Con Let Go Bornebusch cambia registro, cambia atmosfere, e realizza un film semplice ma efficace. Un racconto dolceamaro sulla famiglia, e su tutte quelle dinamiche che caratterizzandola, spesso, la distruggono. Niente di nuovo, si potrebbe dire, ma il modo in cui questi quattro personaggi vengono ritratti, nonostante la fredda ambientazione svedese, riscalda e magnetizza lo spettatore.
Non è Little Miss Sunshine come qualcuno suggerisce su Letterboxd. Se è vero che il paragone calza per alcuni dettagli di trama (e un omaggio certamente potrebbe esserci) Let Go vuole essere qualcos’altro. Se Little Miss Sunshine fosse il giallo, Let Go sarebbe un blu chiaro. Meno brillante, meno speranzoso, ma comunque capace di momenti di cruda e intensa verità.
Let Go, la trama
Stella (Josephine Bornebusch) e Gustav (Pål Sverre Hagen) sono sposati da diversi anni. Hanno due figli, Anna (Sigrid Johnson) in piena ribellione adolescenziale, e Manne (Olle Tikkakoski Lundström), più piccolo. Il loro matrimonio e, di conseguenza la loro famiglia, vive una fase di profonda crisi. Gustav ha una relazione extraconiugale segreta, e Stella sembra nascondere qualcosa che la fa soffrire. L’uomo è fuori da qualsiasi dinamica familiare, e la donna è sola a tenere tutto insieme.
La partecipazione di Anna a una competizione di pole dance diventa l’occasione per Stella per coinvolgere il marito in un viaggio con la famiglia al completo. Gustav le ha chiesto il divorzio, ma la donna glielo concederà solo se lui accetta di provare a fare davvero il padre. Prima dovranno unire la famiglia, poi potranno lasciarsi. La prossimità fisica a cui i quattro sono costretti durante questo itinerario on the road muterà delicatamente il loro sguardo gli uni sugli altri.
“La comunicazione è essenziale”
Così inizia Let Go, e questo incipit suona come una vera e propria dichiarazione d’intenti. La sceneggiatura, scritta dalla regista stessa, è uno dei punti luce del suo film. I protagonisti, infatti, ritrovano proprio nel confronto verbale, sincero e in apertura, le radici autentiche dei loro legami. Questo accade a due livelli: tra genitori e figli e, sul finale, tra marito e moglie.

I dialoghi, nel loro essere asciutti, franchi, risultano più che credibili e anche, in qualche modo, liberatori. La scrittura non lesina sulle parole: quando il confronto si accende i protagonisti sono pronti a essere sinceri al 100%. Questo perché riescono a far esplodere quella tipica rabbia familiare, furiosa e piena di rancore, che solo nello sfogo può trovare la sua risoluzione.
La famiglia si presenta come comunità sociale ad alta intensità di sentimenti. Ci si detesta e ci si adora, ci si odia e ci si ama. Questo può accadere solo laddove la sincerità del legame primordiale è tale per cui qualsiasi oscillazione, qualsiasi ferita inferta dall’altro può potenzialmente sempre tornare a sanarsi. Un self space in cui tutto è concesso purché siamo disposti poi ad ascoltarci, ad ammettere le nostre mancanze e a perdonare chi ci sta di fronte.
Genitorialità e ruoli di genere
Il film riflette sul tema della genitorialità e sui ruoli di genere. Stella rinfaccia a Gustav di non essere mai presente. Lui offeso le chiede: “Ti sembro un uomo degli anni ’50?” e lei risponde, con convinzione, in modo affermativo. È uno psicoterapeuta, un uomo che per mestiere ascolta, media, consiglia, eppure Gustav incarna quell’assenza tipica di alcuni padri di un tempo.
Stella, di conseguenza, per forza di cose, è più che presente. Lo è emotivamente e nella pratica. Agisce per i suoi figli (si occupa di tutte le faccende domestiche), li coccola, ma soprattutto li conosce profondamente. Sa cosa sognano, cosa provano, ciò che è importante per loro. Non delega mai, inoltre, perché fondamentalmente non si fida di Gustav. In questo circolo vizioso, però, i due rischiano di rimanere intrappolati in ruoli stereotipati, estremi, che persino la nostra società sta superando.
Se da un lato l’incuria di Gustav è inequivocabile dall’altro, se Stella non impara a lasciar andare (il Let Go del titolo), l’uomo non avrà mai l’occasione di mettersi alla prova. In questo senso il film mette in scena la più classica delle strategie di riconciliazione. Non ci sono il bianco e il nero, ognuno deve essere capace di “cedere” su qualcosa. Stella deve riconoscere che la sua “iperpresenza”, pur giustificata, ha occupato anche lo spazio che spetterebbe a Gustav. L’uomo, d’altro canto, deve riflettere sul perché quello spazio fosse vuoto, e su cosa voglia dire essere veramente genitore.
La regia di Let Go e il cast
Josephine Bornebusch anche alla regia mostra una particolare sensibilità. La solitudine, per esempio, è una delle caratteristiche principali della sua Stella, soprattutto nella prima parte di Let Go. La regista sceglie così di amplificarla in più occasioni attraverso una sorta di doppia inquadratura. La macchina da presa, allontanandosi, isola Stella ancora una volta all’interno della casa, accentuando la sua sensazione di lontananza da Gustav.

I dialoghi sono resi in modo classico con il campo e controcampo che, però, è molto efficace grazie ad un cast coinvolto e ispirato. Sigrid Johnson, che ricorda nei tratti Jennifer Lawrence, è molto a fuoco nel ruolo inquieto e arrabbiato dell’adolescente Anna. Pål Sverre Hagen è quello che compie la vera trasformazione in Let Go. L’attore norvegese offre un’interpretazione precisa e vulnerabile in cui è possibile cogliere, soprattutto nei piani d’ascolto, i segni della sua evoluzione.
Infine, intensa e magnetica è Josephine Bornebusch. Sarà per una sceneggiatura che ha scritto lei stessa, per una visione precisa del film che avrebbe fatto, ma è quasi impossibile non affezionarsi alla sua Stella. Un personaggio amorevole, di incredibile forza e visione che Bornebusch illumina e a cui rende giustizia. Ogni sguardo, ogni silenzio porta con sé tutto quello che ha vissuto, che la preoccupa, e che la aspetta.
In conclusione
Let Go mette in scena una storia semplice ma lo fa con onestà e delicatezza. Attraverso dialoghi realistici e carichi di emozione costruisce quattro personaggi credibili con cui non è difficile empatizzare. Ottime le interpretazioni, su tutte quella di Josephine Bornebusch che si dimostra capace di un doppio ruolo non sempre agevole.
La messa in scena, infatti, non manca di elementi sofisticati e molto interessante è la scelta delle musiche. Let Go presenta una colonna sonora varia, con pezzi che probabilmente lo spettatore andrà a recuperare dopo visione del film.
Let Go, dunque, è un’opera cristallina nel suo messaggio. Un invito al confronto con l’altro, per quanto doloroso o spinoso, a “lasciar andare”. Ma non solo. Let Go ci mostra l’importanza di guardare davvero chi ci sta di fronte. C’è un momento nel film in cui Gustav dice a Stella che lei è fredda e che i suoi occhi sono di pietra. Eppure, lo spettatore, che guarda quegli stessi occhi, non può che vedere tutt’altro. Entrambi imparano a riallenare il loro sguardo a una pulizia libera dai vecchi rancori, che gli permette di riscoprire cosa sono stati.
Un film pieno d’affetto che veicola dinamiche universali in modo prevedibile ma non banale, capace di intenerire ed emozionare. Let Go è disponibile su Netflix dal 1° novembre.