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Mad Max: Fury Road, la recensione di Almanacco Cinema

A 11 anni dalla sua uscita si può affermare che Mad Max: Fury Road è un capolavoro di genere, capace di superare la famigerata prova del tempo.

Nel 2015 George Miller, tornava al cinema con il capolavoro Mad Max: Fury Road, che sbaragliò tutti per la potenza della pellicola. Un brand nostalgico, morto, sepolto e resuscitato, con una veste più moderna, più accattivante, con nuove tecnologie, nuovi attori, ma soprattutto, sempre con il genio indiscusso di regia e scrittura del Maestro.

Mad Max: Fury Road, il ritorno del maestro

Quante volte d’istinto e superficialmente abbiamo etichettato un film come capolavoro, sei ci è piaciuto parecchio, appena terminata la visione. Un frettoloso giudizio, poiché inebriati dalla più che positiva esperienza audiovisiva, e non ancora perfettamente lucidi e oggettivi, andando oltre la predominante soggettività.

Si dovrebbe aspettare, prendere fiato e far respirare il film, proprio come una bottiglia di vino appena stappata. Rivederlo due, tre, quattro volte se necessario, rifletterci su, ma soprattutto far passare del tempo. La famigerata prova del tempo per vedere in noi stessi, negli altri e nella cultura, cosa ha lasciato, che cos’è rimasto. Un concetto valido a volte, anche nel caso di un brutto film, o se vogliamo esagerare, nell’estremo opposto, di un film inguardabile.

Fatta questa premessa vi dico subito che per me, credo e spero per tutti, Mad Max: Fury Road è un capolavoro di genere. E lo è stato sin dalla mia prima visione. Non una visione al cinema per cui chiedo venia, ma comunque trascendentale. L’action movie definitivo. Sicuramente tra i titoli di genere più riusciti, se non il più riuscito, del nuovo millennio. Una spirale di spettacolo e adrenalina pura che ti trascina sin dall’inizio per due ore, allentando leggermente la presa solo per qualche attimo di respiro.

Una visione all’insegna dell’esagerazione ben fatta e contestualizzata. Il regista e autore George Miller ha optato per un soft reboot della sua creatura. La saga classica post-apocalittica e distopica di fine anni 70 e inizio anni 80 composta dalla trilogia (Interceptor del 1979, Mad Max 2: il Guerriero della strada del 1981 e Mad Max: Oltre la sfera del tuono del 1985) che vedeva protagonista Mel Gibson nei panni di Max. Un ex poliziotto che in seguito all’uccisione di moglie e figlio perde la ragione e vagabonda con la sua V8 Interceptor nell’outback australiano, dopo il collasso del mondo e della civiltà con guerre nucleari e overshoot di risorse.

Un nuovo Max

In questo nuovo Mad Max Fury Road si vede il distacco trentennale dai precedenti tre film, in termini di budget, moderne tecnologie scenografiche, di ripresa e anche di interpreti. In questa nuova versione il ruolo è stato affidato al fisicamente robusto ed espressivamente duro Tom Hardy. Una performance straordinaria che ci restituisce si un Max scontroso, egoista e di pochissime parole, ma ancora più Mad e tormentato dal passato, con diverse visioni, tra cui una bambina (sua figlia? Per il Maestro non è importante la continuity e la storia narrata, ma quella che si sta narrando) che non è riuscito a salvare.

Possiamo solo supporre sul passato di questo Max attraverso i suoi fantasmi, questo ad evidenziare la fruibilità ed indipendenza del film anche per chi non avesse visto le precedenti pellicole. Poche battute (anche se il film si apre con la sua voce narrante in un monologo da brividi) ma grande carisma dell’attore inglese che riesce a comunicare molto con poco, un portamento, uno sguardo o un mezzo sorriso.

Tosta e divina, il Girl Power fatto bene

Perfettamente accompagnato dalla tostissima nell’aspetto, rasata e con braccio meccanico, e nel carattere Imperatrice Furiosa della fantastica Charlize Theron, che anche conciata così rimane sempre divina.

Un personaggio femminile forte, deciso e decisivo per la trama, che riporta in mente grandi protagoniste di pellicole del passato; la Ripley di Sigourney Weaver in Alien e Sarah Connor di Linda Hamilton in Terminator. Si eleva quasi al ruolo di protagonista assoluto. Una trama incentrata esclusivamente su di lei. Con un Max coinvolto nella medesima contro la sua volontà, poiché inizialmente prigioniero dei Figli di Guerra, salvo poi appoggiare e sostenere con fondamentale partecipazione la causa di Furiosa.

È lei la vera protagonista, leader e motore del film che libera e guida le cinque giovani, fertili e sane Mogli di Immortan Joe, il despota che detiene il controllo dell’acqua nella sua comunità, destinate a dare alla luce figli liberi da tare genetiche. Ogni moglie oltre che bellissima, è scritta sì superficialmente ma sufficientemente per distinguersi e avere un proprio carattere ed essere ricordata.

Qui si che c’è il Girl Power fatto bene! Quando è mostrato e contestualizzato e non detto e spiegato allo spettatore con noiosi sermoni pieni zeppi di scadente retorica (Barbie). Su questo riuscitissimo personaggio femminile, Miller, creerà dieci anni dopo un prequel degno di Fury Road ma, mia opinione, non sul suo livello. Qui per leggere la recensione di Furiosa – A Mad Max Saga.

Villain iconico

Il villain è totalmente presenza scenica e fisica senza particolari approfondimenti. Non servono. Un dittatore vecchio e malandato con capelli lunghi e ossigenati, un’inquietante maschera respiratoria con mandibola equina annessa e una corazza con spille militari (come non si può non ricordare). Ci è mostrato tutto, senza spiegazioni, nella storia, durante il suo svolgimento naturale, e in quelle poche linee di dialogo del personaggio. Lo show don’t tell che dopo approfondiremo con un favoloso worldbuilding. È bello sapere che sotto la maschera c’è Hugh Keays – Byrne l’attore che interpretò Toecutter il cattivo, non proprio memorabile quanto Immortan Joe, del primo Interceptor.

Un grande Nicholas Hoult

Tra le interpretazioni merita sicuramente una menzione speciale Nicholas Hoult con il suo Nux, a mio parere il personaggio più interessante del film. Un figlio di guerra malato (le due cisti tumorali chiamate Larry e Barry un fantastico esempio del Black Humor cosparso nel film) e accecato dal credo della sua comunità, tanto da voler partecipare all’inseguimento di Furiosa in condizioni non ottimali pur di farsi notare da Immortan Joe.

Un arco narrativo bellissimo e avvincente, il passaggio da personaggio negativo (ma simpatico) a positivo ma non solo, a risolutore del problema in diverse scene, soprattutto nell’epico finale. Bravissimo l’attore che all’inizio è letteralmente sopra le righe e folle come tutti i figli di guerra. Una follia bizzarra e divertente che non ce lo fa detestare in quanto nemico, ma anzi già dall’inizio lo amiamo, perlomeno io. Non facciamo ovviamente il tifo per lui però vogliamo sapere quale sarà il suo destino, percependo che dietro il grande impatto iniziale con il personaggio c’è molto altro. Poi dopo aver fallito un’occasione sotto gli occhi di Immortan Joe, un’umiliazione cocente per un figlio di guerra, inizia l’evoluzione di Nux, mettendo in dubbio tutto ciò in cui credeva con cui era stato indottrinato, dando vita al suo arco, il più luminoso del film, con momenti anche molto toccanti per un personaggio che nasce bizzarro per poi diventare tutt’altro mantenendo sempre la sua originalità.

Secondari ma memorabili cattivi

Ultima menzione per le interpretazioni è per i personaggi secondari sia cattivi che buoni, tutti perfettamente calati nella parte (e chissà cosa si sono calati per tali performance). Tra i cattivi, secondo me più visivamente memorabili, c’è Il disgustoso Mangiauomini super obeso con le sue pustole, o il Fattore, folle giudice e carnefice (con una scena in pompa magna che ti piega in due dalle risate).

Oppure i due fratelli agli antipodi, il grande, grosso e poco intelligente Rictus e il disabile ma dotato intellettualmente Corpus Colossus (il contrasto tra i due un altro fantastico esempio intrinseco di Black Humor). Ma ancora, il compagno di Nux, Slit, schizzato figlio di guerra anche lui ossessionato dal desiderio di farsi notare da Immortan Joe.

Il Meccanico Organico che sbava mentre parla, e che è protagonista in una scena si suggerita ma cruda e forte, dove mostra tutta la sua ripugnanza. E infine come non poter ricordare Doof Warrior, il chitarrista fiammeggiante che suona la carica e la musica (diegetica) nell’inseguimento e in battaglia, fomentando non solo i compagni ma anche lo spettatore a ritmo di tamburi e fiamme.

Show don’t tell e worldbuilding

Nei personaggi secondari positivi, rientrano le donne del “Clan delle molte Madri” che ancora meno delle mogli di Immortan Joe sono poco caratterizzate, andando leggermente più a fondo con la Custode dei Semi. Per introdurre il worldbuilding di questo film, vorrei tornare sul villain principale, che è egli stesso un ottimo esempio di show don’t tell (come tutti i personaggi di questo capolavoro).

Dicevo appunto che è un cattivo di presenza senza particolari approfondimenti, che non servono. Perchè il suo aspetto parla da solo o, meglio, mostra senza spiegare, ma soprattutto mostra facendo procedere la trama naturalmente senza intoppi. Immortan Joe non si ferma a dire che, oltre che uno spietato dittatore, è un uomo malato e moribondo, che non riesce ad avere figli sani e che per affermare la sua stirpe ha bisogno delle sue giovani e sane mogli.

Capiamo chi è Max (un sopravvissuto con un passato tormentato) quali sono i suoi obiettivi e le sue motivazioni (sopravvivere) e come è finito nella situazione in cui si trova (catturato dai Figli di Guerra). Quando Furiosa fugge con la Blindocisterna e prima che ci vengano presentate le Mogli, abbiamo tutte le informazioni necessarie sull’ambientazione. Capiamo il mondo, lo sentiamo vivo, vissuto e profondamente ricco di cultura e storia. Ci permette di capire perché Furiosa fa quello che fa e perché le Mogli vogliono fuggire da Immortan Joe.

All’inizio ci viene presentata la cittadella e la civiltà che vi si è sviluppata intorno. E tutto questo prima che appaia il titolo. Anche i personaggi vengono rivelati attraverso le loro azioni. Ognuna delle Mogli è una persona unica con personalità diverse e variegate. Senza che ce lo dicano, capiamo chi di loro è il leader, il sognatore, il cuore e così via. È questa la grandezza del film e del suo autore, la sua narrazione.

Raccontare una buona storia e lasciare che essa si riveli genuinamente. Dobbiamo stabilire che questo è un film d’azione, quindi ha un ritmo veloce e intenso. Ma è anche bizzarro e fantastico e sembra quasi onirico nella sua stranezza. Ma funziona ed è credibile, nonostante la sua assurdità. E funziona grazie al modo in cui Miller gestisce la costruzione del mondo. A differenza della maggior parte dei film d’azione moderni, Fury Road non rallenta per spiegare allo spettatore ogni dettaglio sfumato. Non si rivolge al pubblico. Nessun personaggio si dilunga in lunghi discorsi su come le cose siano andate in questo modo.

Tutti reagiscono come se tutte le stranezze fossero perfettamente normali, e funziona (anzi le stranezze qui sono i residui di un tempo passato, come un satellite). Nella prima parte del film, prima ancora di arrivare alle scene di inseguimento, allo spettatore vengono presentate brevi scene che ci permettono di capire le motivazioni dei Figli di Guerra, il loro culto del V8, il modo in cui si comportano tra loro e persino la loro struttura sociale. In altri film, ci sarebbero delle voci fuori campo che spiegano come funziona tutto, oppure diverse scene di dialogo lento che spiegano tutto. Tuttavia, Miller non vuole far perdere tempo a nessuno. Riconosce che lo spettatore è intelligente, presenta tutto come una trama e va avanti.


Mad Max: Fury Road, un èoundtrack da brividi

Arriviamo alla colonna sonora, ultima ma non per importanza visto l’epico lavoro svolto da Tom Holkenborg (Junkie XL). Diventa un compito arduo descrivere la meravigliosa soundtrack perchè molto sfumata. Perfetta compagna delle varie scene, muta diventando, potente, epica, intima. Ad esempio, con la traccia Brothers in Arms trasmette quel senso di corsa incessante e inarrestabile che rappresenta il cuore del film, attraverso il ritmo serrato e la forza feroce, insana e bruta del suono che rimbomba, positivamente, in testa anche terminata la pellicola.

Ma anche epicità come nell’inseguimento dentro la tempesta di sabbia o quando Immortan Joe promette l’ingresso al Valhalla a Nux. Curioso e studiato il fatto che il suono epico si legherà indissolubilmente al figlio di guerra e al suo glorioso destino finale. Ma al personaggio di Nicholas Hoult si amalgama anche la parte intima e drammatica della musica mescolandosi con quella epica come nel finale, o rimanendo sola e confidenziale come nel caso della nascita del rapporto tra Nux e Capable (una delle mogli).

Trionfante e liberatoria nell’ultimissima scena del film, lirica con la traccia Many Mothers quando Furiosa spiega la ricerca della sua redenzione o quando accompagna l’urlo di disperazione e sconforto della protagonista, folle e cupa con Max (d’altronde è Mad) che si riflette sulle azioni del personaggio, come quando irrompe con l’accordo con Furiosa per salire sulla blindocisterna o quando improvvisamente si quieta appena tolta la maschera di ferro (come se fosse tornato a respirare, libero).

In conclusione

Ultima chiosa su Doof Warrior con la sua chitarra fiammeggiante sul suo mezzo composto da tamburi da guerra che vanno a comporre la musica diegetica di quella rispettiva scena.

Dettagli che alimentano ancora più gli elogi a questo lavoro sonoro, a questo capolavoro di film, che a distanza di quasi dieci anni rimane ben saldo, aldilà dei numerosi premi e riconoscimenti, nelle nostre menti e cuori e nella cultura cinematografica, entrando di diritto nella storia del cinema.

Recensione a quattro stelle su Almanacco Cinema