Skip to content Skip to footer
Pif ...che Dio perdona a tutti

Pif da agnostico a integralista indaga il core business cattolico

Pif arriva al cinema nel week end pasquale col film …che Dio perdona a tutti per leggere al microscopio vizi e virtù della religione cristiana.

Col suo solito tocco ironico ma incalzante, Pierfrancesco Diliberto porta sul grande schermo …che Dio ci perdona a tutti. Una pellicola che parla di critica socio-culturale e d’amore.

Per una donna e/o per il (vecchio) Papa.

La trama

Il film racconta la storia di Arturo (Pif), un agente immobiliare siciliano di 35 anni, single, disilluso e con una grande passione per i dolci.

La sua routine tranquilla cambia radicalmente quando incontra Flora (Giusy Buscemi), una giovane pasticcera di cui si innamora perdutamente. Tuttavia, tra i due c’è un ostacolo fondamentale: la fede. Flora è profondamente cattolica, mentre Arturo è indifferente alla religione.

Per conquistarla, Arturo decide di fingersi credente e promette di seguire alla lettera gli insegnamenti del Vangelo per tre settimane. Questo esperimento lo porterà a vivere situazioni paradossali e a intraprendere un percorso personale che mette in discussione le sue convinzioni.  Ad accompagnarlo una guida inaspettata: il Papa (Carlos Hipólito). 

Il film mescola commedia romantica e riflessione sulla fede, affrontando con ironia il tema del rapporto tra religione e vita quotidiana.

Lo stile diretto, leggero e profondo di Pif

Pierfrancesco Diliberto, noto come Pif, palermitano classe 1972, con questo nuovo lavoro conferma il suo stile caratterizzato da un mix di ironia, temi sociali e riflessione civile.

Giovane assistente alla regia di Marco Tullio Giordana in Un tè con Mussolini (1999) e ne I cento passi (2000), Pif ha sempre avuto un occhio attento e arguto per i temi sociali. Soprattutto se riguardanti la mafia o le ingiustizie sociali in genere.

Il suo stile ironico e impegnato ha connotato tutti i suoi lavori, sul piccolo o sul grande schermo. Esempio ne sono le sue trasmissioni TV, come Il Testimone o Caro Marziano. Ma anche i suoi film,  come La mafia uccide solo d’estate (2013, per cui vinse due David di Donatello e un European Film Awards), In guerra per amore e E noi come stronzi rimanemmo a guardare.

Tornano i personaggi feticcio di Pif: Arturo e Flora

In tutte le sue opere i protagonisti si chiamano in questo modo.

«Sono nomi ispirati a mio nipote, Arturo» ha confessato anni fa a Vanity Fair «che già da piccolo tentava di baciare Flora, e lei si scansava». 

Il film è cosceneggiato da Michele Astori, con cui Pif ha collaborato anche per i lavori precedenti. 

Commedia (e identità personale) sotto mentite spoglie

…che Dio perdona a tutti è, in apparenza, una commedia romantica. In realtà è un piccolo esperimento etico travestito da storia d’amore.

Arturo che si finge credente è un gesto profondamente contemporaneo: adottare un’identità per vedere se funziona.

In questo senso, il film dialoga implicitamente con una domanda classica della filosofia morale: possiamo diventare qualcosa semplicemente comportandoci come se lo fossimo?

Il protagonista cambia una parte di sé per amore e questo espediente narrativo, apparentemente semplice, diventa il dispositivo attraverso cui il film esplora il rapporto tra identità, fede e comportamento.

Ma è l’amore, non Dio, a metterlo in movimento. Eppure proprio questa motivazione “imperfetta” genera conseguenze reali, trasformando progressivamente il suo modo di agire e di percepire sé stesso.

La fede è quindi un fatto interiore o una pratica? 

…che Dio perdona a tutti sembra suggerire che credere non sia necessariamente un punto di partenza, ma possa diventare un risultato.

Arturo inizia imitando gesti, rituali e comportamenti tipici della religiosità cattolica. Il film si inserisce dunque in una riflessione più ampia sulla natura performativa dell’identità: siamo ciò che facciamo, prima ancora di essere ciò che pensiamo.

Pif come Pinocchio, il Papa come il grillo parlante

La figura del Papa, che accompagna simbolicamente il protagonista assume il ruolo di coscienza esterna. Una presenza che incarna il bisogno umano di orientamento morale. In un contesto contemporaneo spesso segnato dalla perdita di punti di riferimento, questa figura funziona come una guida narrativa che rende visibile il dialogo interiore del protagonista.

Il film si regge su una bugia. Non a caso in una scena Arturo deve spiegare l’ottavo comandamento a un bambino, che è per l’appunto “Non dire falsa testimonianza” (Esodo 20,16). 

Proprio come Pinocchio, Arturo deve trovare la sua retta via. Ma siamo sicuri che sia proprio questa quella giusta?

Più domande che risposte

Sicuramente il tono leggero permette allo spettatore di avvicinarsi a questioni profonde senza percepirne il peso.

Inoltre è un film che interroga chi guarda senza imporre risposte. E questo è sia il suo punto di forza ma anche il suo difetto. 

Perché da un lato crea la dinamica ambiguità tra la finzione capace di produrre effetti reali e che quindi non si sa se può ancora essere considerata tale. Dall’altro però c’è l’altalena tra il comportamento sentito e quello dettato dai dogmi.

In definitiva, Arturo si comporta da persona generosa perché lo è davvero o perché spinto dai dogmi cristiani? In effetti è una domanda che dovremmo porci tutti.

Inoltre la sua solerzia e il suo carattere così integerrimo rasenta l’integralismo critico, di quello da pulpito giudicante. Flora, giustamente, lo trova insopportabile. E quindi dove sta la ragione? 

Le metafore di Pif

Qui, è il caso di dirlo, entrano in gioco le metafore del film.

Due principalmente: il calcio e i dolci.

La verità, infatti, sta nel mezzo, nel centrocampo. La storia è un continuo rimpallo tra verità e finzione, tra convinzione e apparenza. Tra la cultura inculcata da bambini e quella più o meno consapevole dell’adulto. La religione diventa abitudine, diventa ancillare. Non né guida né convinzione. 

Anche nei dolci. Tradizione e innovazione si scontrano e si armonizzano. Ma non devono ingannare. E non confondiamo due soluzioni, entrambe buone, ma decisamente diverse (arancina vs supplì). 

Sotto qualcosa di apparentemente buono può esserci un inganno. Come la ricotta mischiata alla panna in un cannolo: è più leggera, ma non è quella autentica.

Pif rompe un ipocrita silenzio, ma con troppi luoghi comuni

Il perbenismo, l’apparenza e il senso di colpa: il core business del cattolicesimo secondo il film di Pif.

Il politico Puccio è un chiaro richiamo a Totò Cuffaro. “Uno che ha affrontato il carcere con grande dignità, che ha pagato…”. Quasi un martire. Di moda in questo periodo storico in cui presidenti guerrafondai vengono paragonati a Cristo. 

Scade però in luoghi comuni troppo conclamati: l’elogio della famiglia tradizionale che nasconde però storie di infedeltà (con la giovane segretaria); la carità cristiana a intermittenza (l’accoglienza mancata dello straniero e il razzismo); la fede da salotto (tanta preghiera e poca azione).

Il film manca di mordente e di un chiaro messaggio. Ma forse vuole proprio questo: vuole scendere dal pulpito e mettere a nudo una convinzione religiosa che ha le sue lacune e i suoi difetti. Almeno in chi la professa e (non) la pratica.

L’amore e il domani

La pasticceria di Flora si chiama Dolce Domani. 

Verso il futuro è proteso tutto il senso del film. La ricerca del miglioramento, lo spogliarsi di tutto ciò che c’era prima. Commettendo anche degli errori e delle scelte drastiche, e migliorarsi per il domani.

L’agnosticismo di Pif è, non a caso, tinto di fede francescana. Una scelta selettiva che però ha lasciato uno spiraglio per papa Bergoglio.

L’ammirazione di Pif per Papa Francesco non è di certo nascosta. Anzi, è ben palesata con la scena extra che documenta l’udienza papale del regista in Vaticano.

Pif udienza ...che Dio perdona a tutti

Il “Pregate per me” sul finale, riprende una frase ricorrente del Papa e Pif la ritiene una grande ammissione di umiltà. Le preghiere dei fedeli hanno la stessa forza e importanza di quelle del Santo Padre.

…che Dio perdona a tutti di Pif in sala

Il film è una produzione Our Films e PiperFilm. 

È nelle sale dal 2 aprile, distribuito da PiperFilm.