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Pulp Fiction, 30 anni di piedi massaggiati
Pulp Fiction di Quentin Tarantino compie trent’anni e da quel fatidico ottobre 1994 il modo di scrivere e di fare cinema non è più stato lo stesso.
Il film cult di Tarantino è ancora oggi, nel suo trentesimo anniversario, una pietra miliare del cinema statunitense degli anni ’90. Personaggi come Vincent Vega, Mia Wallace o Mr Wolf sono ormai entrati nella storia del cinema e nell’immaginario collettivo di tutti noi.
Ma cos’ha di speciale questo film e come ha fatto a diventare così importante? Vediamolo con calma.
Pulp Fiction, la trama in breve
Non dovrebbe essere necessario spiegare di cosa parla Pulp Fiction ma spendiamo comunque due parole per quei poveri disgraziati che non hanno ancora avuto il piacere di vederlo.
Quattro storie si intrecciano nella Los Angeles di metà anni ’90:
1) Una coppia di giovani criminali si accinge a rapinare un ristorante;
2) Due killer vengono inviati a compiere una spedizione punitiva ma accadranno una serie di incidenti imprevisti;
3) Un pugile corrotto decide di non rispettare gli accordi presi con il Boss e deve quindi mettersi in fuga subito dopo aver vinto un incontro che avrebbe invece dovuto perdere;
4) Uno dei gangster al soldo del Boss Marcellus Wallace deve portare a cena la moglie del capo e badare a lei per una serata, riuscirà ad andare tutto bene?
Una piccola contestualizzazione
Il cinema d’azione americano degli anni ’90 era dominato dagli action muscolari con i vari Stallone e Schwarzenegger, pensiamo ai vari Commando, Cobra o alla serie di Rambo. Questi facevano parte di quel filone di pellicole in cui l’eroe di turno era grosso e imbattibile ed era in grado di distruggere qualunque cosa e chiunque gli si parasse davanti. Praticamente la stessa cosa che accade oggi nei film con Jason Statham o con The Rock (qualcuno diceva che la Storia si ripete sempre due volte: la prima come tragedia e la seconda come farsa).
Nel 1992, ad un certo punto, è arrivato un ragazzo di nome Quentin Tarantino che, finanziato da Harvey Keitel che era un cliente della videoteca in cui lavorava il giovane regista, realizza finalmente Le iene. Non c’è più nessuno di enorme che spacca tutto e gli antieroi, buoni o cattivi che siano, sono persone di statura e corporatura normale. La storia ricomincia ad avere anche una sceneggiatura ben scritta, la regia è decisamente originale e i personaggi sono interessanti e ben caratterizzati.
Due anni dopo, Pulp Fiction rafforzerà ancor più questo particolare stile che stava iniziando a delinearsi.
I personaggi in Pulp Fiction
L’elemento che rimane più impresso nella mente degli spettatori è proprio la caratterizzazione dei personaggi. Essi sono ben delineati e, seppur stravaganti, funzionano perfettamente nel tipo di racconto che il regista vuole mettere in scena. Sono quasi tutti personaggi fuori dagli schemi ma che si comportano come se fossero immersi nella loro quotidianità, a prescindere da ciò che fanno o che dicono. Lo spettatore non può dimenticarsi certe facce, come non può dimenticarsi certe caratterizzazioni che sono rimaste nella Storia.
I personaggi colpiscono per come si muovono, per come si pongono di fronte ai fatti e per come parlano tra di loro. Tre di essi emergono però rispetto agli altri: Vincent, Jules e Mr Wolf. I primi due sono la coppia simbolo del film e sono perfettamente in simbiosi tra di loro, due killer che si raccontano le loro vite mentre fanno il proprio lavoro. I due sono un omaggio al film La mala ordina di Fernando Di Leo del 1972. In questo caso ci sono due killer americani, uno bianco e l’altro di colore interpretati da Henry Silva e Woody Strode, che arrivano in Italia per uccidere una persona.
Inutile dire che le loro movenze e il loro stile sono certamente stati d’ispirazione per i personaggi interpretati da John Travolta e Samuel L. Jackson.
Il terzo personaggio fondamentale è invece Mr Wolf, interpretato da Harvey Keitel, che pur apparendo solamente per 10 minuti scarsi ci regala una performance (e una sequenza) da antologia della Storia del cinema.

I dialoghi
“Non venirmi a parlare di massaggi ai piedi perché io sono un maestro di piedi massaggiati”. Queste parole pronunciate da Jules, oltre a delineare la grande passione feticista del regista nei confronti dei piedi femminili, illustra perfettamente qual è lo spirito dei dialoghi nel film. I due killer, poco prima di uccidere delle persone, parlano tra di loro delle cose più assurde (ma anche più quotidiane) e lo fanno con estrema leggerezza. Il tema della loro discussione è: fare un massaggio ai piedi alla moglie di qualcuno quanto è spinto come gesto? Lo possiamo considerare semplicemente un favore tra amici o è una cosa molto più intima?
I dialoghi sono scritti in questo modo, sembrano fuori luogo ma sono invece perfettamente normali e perfettamente adatti ai personaggi che li pronunciano e allo stile esercitato dal regista.
La messa in scena
Quella che forse è la più grande capacità di Quentin Tarantino è il saper selezionare il meglio dai film del passato, anche da quelli scadenti e poco riusciti, e unire tutto in un unico racconto che funziona perfettamente.
Mi spiego meglio: in Pulp Fiction Tarantino racconta dei fatti non nuovi all’interno della Storia del cinema ma lo fa riuscendo a unire in maniera perfetta diversi stili di diverse correnti cinematografiche e addirittura di diverse nazioni. All’interno della pellicola sono presenti frammenti del thriller americano degli anni ’60 e ’70 e di quello italiano degli anni ’70. Ci sono elementi dello yakuza movie giapponese anni ’60 e del cinema di samurai, per non parlare del western italiano da Sergio Leone in poi.
Ci troviamo quindi di fronte a un gangster movie che è in realtà una commistione di tante correnti e tanti generi diversi, il tutto amalgamato perfettamente in un prodotto che indubbiamente funziona. Tarantino non cita solo la scena ma, contrariamente a ciò che molti pensano, cita uno stile e soprattutto un’idea di messa in scena di grandi maestri e grandi (ma anche piccoli) film.

Il post Pulp Fiction
Dopo l’uscita al cinema di questo grande film, tantissimi registi hanno iniziato a imitarlo. Certo è che nessuno ci è riuscito veramente se non qualche isolato esperimento realizzato da registi di talento, cito ad esempio Lock & Stock oppure Snatch – Lo strappo (entrambi di Guy Ritchie).
Un merito enorme va in ogni caso dato al buon Quentin: ci ha fatto riscoprire (in molti casi sono stati distribuiti in dvd e sulle piattaforme) film sconosciuti italiani, giapponesi e di Hong Kong. Grazie alle citazioni e agli stili omaggiati, noi oggi possiamo recuperare i film di Lucio Fulci, Mario Bava, Tsui Hark o Seijun Sukuzi, registi che altrimenti rischiavano di rimanere ancora oggi semisconosciuti.
Per concludere
Infine, possiamo dire senza voltarci indietro che Pulp Fiction ha fatto la Storia del cinema ed è uno dei capolavori degli anni ’90. La critica fin da subito ne ha colto l’originalità e il potenziale, tant’è che il film si è aggiudicato la Palma d’oro al Festival di Cannes di quell’anno, oltre che all’Oscar per la miglior sceneggiatura. Un film storico e assolutamente imperdibile.

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