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Quasi grazia, la recensione su Almanacco Cinema

Quasi grazia, la recensione del ritratto diviso di Peter Marcias

La recensione di Quasi Grazia di Peter Marcias, in sala dal 14 maggio: un biopic intimista, diviso in tre atti, sull’eredità universale di Grazia Deledda.

Riuscire a incapsulare in soli ottanta minuti di girato il peso specifico, l’eredità intellettuale e le intime contraddizioni di una figura monumentale come Grazia Deledda è un’impresa che rasenta l’impossibile. Eppure, con Quasi grazia (presentato originariamente lo scorso novembre nella sezione Zibaldone del Torino Film Festival e finalmente in arrivo nelle nostre sale questo 14 maggio), il regista Peter Marcias decide coraggiosamente di aggirare l’ostacolo.

Abbandonando le logiche patinate e didascaliche del biopic tradizionale di stampo televisivo, il cineasta sardo opta per un approccio radicalmente frammentato, teatrale e profondamente introspettivo, tracciando un ritratto femminile che parla direttamente alle sensibilità del nostro presente.

La sceneggiatura di Quasi grazia, adattata dallo stesso regista a partire dall’omonimo romanzo di successo dello scrittore Marcello Fois( edito da Einaudi), rifugge la narrazione cronologica lineare. L’opera è rigidamente strutturata in tre atti distinti, tre quadri narrativi autonomi che isolano altrettanti snodi nevralgici nell’esistenza della celebre autrice nuorese. Il primo segmento si concentra sull’inaspettato e destabilizzante arrivo della madre da Nuoro; il secondo cattura la febbrile, ovattata tensione delle ore che precedono il trionfo assoluto, l’assegnazione del Premio Nobel per la Letteratura nel 1926; l’ultimo, struggente capitolo, ci porta infine di fronte alla malattia, fissando gli istanti in cui un medico cerca disperatamente le parole meno taglienti per comunicare una diagnosi ineluttabile.

Quasi grazia, tre volti per sfidare Sa Critica

La scelta stilistica più audace di Quasi grazia, per certi versi polarizzante, risiede nel casting. Per incarnare l’unica donna italiana ad aver mai vinto il Nobel, il regista non si affida a una singola interprete truccata per invecchiare, ma spezza l’identità visiva del personaggio affidandola a tre attrici eccezionali, per di più non sarde: Irene Maiorino, la veterana Laura Morante (al centro della campagna promozionale) e Ivana Monti. Questa pluralità di volti universalizza la figura di Deledda, elevandola da icona puramente regionale a vero e proprio patrimonio dell’umanità. Le tre attrici non cercano un’imitazione mimetica, ma restituiscono l’essenza di una donna testarda, caparbia, costretta fin dall’adolescenza a sfidare Sa Critica, quel mostro immateriale fatto di pettegolezzi e pregiudizi provinciali che a Nuoro divorava chiunque osasse deviare dal percorso tradizionale imposto alle donne

Il salotto borghese e i limiti del palcoscenico

Tuttavia, proprio questa rigida frammentazione in atti separati rappresenta l’arma a doppio taglio dell’intera operazione. Dal punto di vista prettamente formale, Quasi grazia tradisce fortemente la sua matrice teatrale (il testo di Fois era nato originariamente per il palcoscenico prima di diventare romanzo). Gli ambienti scelti dallo scenografo Barbara Tomada, splendidamente fotografati da Valerio Azzali, risultano spesso chiusi, claustrofobici, limitati all’interno di raffinati salotti borghesi che escludono prepotentemente il paesaggio sardo e romano dal racconto. Questa impostazione da dramma da camera esalta senza dubbio le sublimi performance verbali degli attori di contorno (da Roberto Citran a Monica Demuru), ma finisce per penalizzare il ritmo prettamente cinematografico, trasmettendo a tratti la sensazione di assistere a tre splendidi cortometraggi incollati tra loro piuttosto che a un flusso narrativo unitario e coeso.

Quasi grazia, una regia invisibile tra donne e scrittura

Al netto delle rigidità strutturali, il merito più grande di Quasi grazia è quello di sviscerare in profondità, e con rara delicatezza, la questione femminile. Attraverso dialoghi densi e taglienti, il regista interroga lo spettatore (e se stesso) sulle enormi e silenziose rinunce richieste a una donna del primo Novecento per imporsi in un panorama letterario ed editoriale dominato e gate-keptizzato esclusivamente dagli uomini. La Deledda raccontata in questa pellicola non è una divinità di marmo, ma una professionista costantemente lacerata tra l’ambizione artistica, il peso asfissiante delle proprie origini barbaricine, l’amore coniugale e il sottile senso di colpa che la società le cuciva addosso per il suo insopprimibile desiderio di emancipazione moderna.

L’accompagnamento musicale e la cura formale

In questo ritratto frammentato e intimo, una menzione d’onore spetta alla colonna sonora composta da Éric Neveux. Le sue partiture si muovono silenziose sotto la superficie, evitando accuratamente i picchi melodrammatici, per assecondare invece i silenzi, le incertezze e le pause teatrali delle protagoniste. L’accurato lavoro sui costumi di Luigi Bonanno contribuisce ulteriormente a collocare storicamente l’opera senza farla mai percepire come una vecchia cartolina sbiadita. È un cinema fatto di sfumature sottili, sguardi abbassati e parole soppesate, in netta controtendenza rispetto al chiasso dell’intrattenimento odierno.

Quasi grazia: un’opera necessaria, seppur imperfetta

A conti fatti, Quasi grazia si conferma come un’opera ostica, orgogliosamente verbosa e forse non adatta al pubblico in cerca del classico melodramma in costume. Si tratta di un omaggio appassionato, intellettuale e sentito a un’autrice troppo a lungo sottovalutata dai salotti buoni della critica italiana del passato. Peter Marcias ci consegna il ritratto non di una “scrittrice donna”, ma di un genio universale capace di piegare il proprio destino a forza di talento. Un film da ascoltare prima ancora che da guardare.

🎬 Valutazione

Regia
★★★
Interpretazioni
★★★★
Storia
★★★★
Emozioni
★★★
🏆 Voto Totale
3.5
★★★⯨