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Siamo tutti un pò Fantozzi
Fantozzi non è mai stato solamente un film o un semplice personaggio, ma rappresenta la frustrazione di una piccola parte di un paese conformista e capitalista.
Gli anni che segnano la fine dei ’60 in Italia, specialmente il periodo storico tra il 1967 ed il 1970, rappresentano una parentesi di fondamentale importanza per la nostra evoluzione sociale e societaria. A partire dalle massiccie proteste del movimento studentesco, alle quali si aggiungeranno poi anche quelle degli operai di tutto il paese, il Sessantotto e ciò che lo ha seguito è stato un momento importantissimo. La fine del miracolo economico e del baby boom.
L’arte rispose cambiano direzione rispetto agli standard qualitativi e quantitativi antecedenti, grazie soprattutto ad autori geniali ed indipendenti, che riuscivano a vedere il mondo sotto una luce diversa. Viene spontaneo chiedersi se ciò che è successo non stia accadendo ai giorni nostra in una nuova versione, ma intanto, quello che dobbiamo fare in primis è attuare una ricostruzione storica. Il cinema ci da una mano, soprattutto quello italiano.
Fantozzi
Nel 1967, Paolo Villaggio debutta in radio, raccontando le gesta di un buffo impiegato. Nel 1971, dopo anni di pubblicazioni sul settimanale L’Europeo, esce il romanzo su quello strambo impiegato di nome Ugo Fantozzi. Il libro ha un successo così grande che, tre anni dopo, Villaggio decide di farne un seguito, Il secondo tragico Fantozzi, e l’anno dopo, invece, ne realizza un adattamento cinematografico per il grande schermo.
Fantozzi è il primo dei dieci film della saga dedicata al bistratto ragioniere dell’ufficio sinistri. Alla regia c’è Luciano Salce, che collabora alla sceneggiatura del film assieme a Villaggio stesso, Leonardo Benvenuti e Piero De Bernardi. Esce fuori un capolavoro senza tempo che crea visivamente una maschera già ben salda nell’immaginario sociale della commedia italiana, ma che mai era stata esternata in questo modo.
Il secondo tragico Fantozzi
L’anno successivo – 1976 – Villaggio decide di continuare l’adattamento episodistico dei suoi due libri e decide, quindi, di realizzare un altro film: Il secondo tragico Fantozzi. Come il precedente capitolo e come le due fonti originarie dei film, l’opera è un successo senza eguali e serve a solidificare la figura di Fantozzi e l’esistenza di un suo universo che, seppur grottesco, demenziale ed esasperato, non molto distante dal nostro.
Entrambi i film hanno una narrazione costruita su vignette scollegate piuttosto che sullo sfaldarsi di una vera e propria trama, proprio come si muovono i libri che, in sostanza, sono delle raccolte di racconti. Mentre il primo si concentra molto di più sulla vita d’ufficio ed il rapporto di Fantozzi con il lavoro e la politica, il secondo approfondisce aspetti di alcuni personaggi e scava nella vita privata del ragioniere, sempre con un attento sguardo politico-sociale.

Sotto padrone
Come già è capitato, non ci sarebbe molto da dire – o aggiungere, più che altro – a tutto ciò che è stato analizzato, ma bisogna ricordare l’importanza di un film che, giusto pochi mesi fa è stato distribuito nuovamente in sala per il suo 50esimo anniversario. Un capolavoro senza tempo che, crea un filone comico praticamente inesistente prima in Italia, ma che da la possibilità di una profonda riflessione esistenziale con il pretesto di una risata.
Ma quasi ogni momento in cui si ride, ogni esilarante episodio, ogni improbabile personaggio è amaro quanto simpatico, rabbioso quanto empatico, ricco quanto povero. Fantozzi è la goccia più piccola di un’enorme oceano di mediocrità, che sostiene un sistema altrettanto mediocre ma nascosto tra le iniquità del capitale e la falsa benevolezza di una parte di paese. Fantozzi era la classe media… ma oggi, chi è?
Quintessenza della nullità
Il prototipo del tapino, ovvero la quintessenza della nullità, il massimo della mediocrità eccezionale. Fantozzi – così descritto da Villaggio – non è altro che un’insignificante simbolo di disparità. Accetta il sistema marcio e corrotto in cui vive e non può fare nulla per cambiarlo, o cambiarsi. E, anche quando ci prova, finisce col tornare più zerbino di prima, più inutile di prima, più invisibile di prima.
Proprio per questo, Fantozzi non è più la classe media. Fantozzi non è più una maschera. Fantozzi siamo tutti noi, o almeno, chi ha il coraggio di dirselo. Perchè, a riguardarsi indietro, gli ultimi cinquant’anni di storia non hanno lasciato che gli eterni perdenti riuscissero a vincere, anzi. Le poche traccie di umanità rimaste si stanno perdendo nel vento e noi, ragionier Ugo Fantozzi dell’Ufficio Sinistri, non abbiamo fatto nulla per evitarlo.
🎬 Valutazione
Regia
★★★★★
Interpretazioni
★★★★★
Storia
★★★★★
Emozioni
★★★★★
🏆 Voto Totale
4.5
★★★★⯨
