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Sick of Myself, la recensione su Almanacco Cinema

Sick of Myself è un film che riguarda tutti noi

Film tragicomico e satira della nostra contemporaneità, Sick of Myself e i suoi protagonisti parlano senza filtri della malattia del nuovo millennio. 

In un’era in cui siamo tutti più lontani, persi in un grande oceano di informazioni digitali, Kristoffer Borgli con il suo body horror Sick of Myself (2022) crea un mondo triste e spietato non molto lontano dal nostro. Presentato alla sezione Un Certain Regard al 75° Festival di Cannes, il film mette in scena un microcosmo di anime disposte a tutto pur di essere ed esistere, poiché nella società dei social, “siamo” solo se riconosciuti.

Sick of Myself, la trama

A Oslo, Signe vive una vita anonima nell’ombra del compagno Thomas, artista contemporaneo che ruba oggetti nei negozi per produrre le sue opere. Sofferente della propria condizione, la ragazza non perde occasione per ideare escamotage che la pongano al centro dell’attenzione. Fin quando sembra trovare la soluzione definitiva: il Lidexol, un farmaco russo contro l’ansia che provoca effetti indesiderati gravissimi alla pelle. Ma per Signe è soltanto l’antidoto perfetto per la sua malattia reale: la continua ricerca di attenzioni. 

La malattia contemporanea: il bisogno di essere visti e riconosciuti

Sick of Myself è un autoritratto chirurgico e crudele della nostra società, smarrita in un presente in cui tutto sembra aver perso valore. Esistiamo non in carne e ossa, ma solo se sotto forma di idea e algoritmo. La digital culture ha schiacciato la nostra esistenza nella vita reale, come se vivere nella semplicità fosse passato di moda. Dunque, perché non sacrificare persino il nostro volto e ciò che siamo in favore di un riconoscimento? L’identità di Signe esiste solo finché fa notizia, non importa quale sia il prezzo da pagare.

E così, l’abuso, l’ostentazione e la vittimizzazione si ergono a regime. Sick of Myself si apre proprio con una piccola osservazione di Signe, la quale è convinta che chi ce la fa davvero nella vita sono i narcisisti, e quando questa patologia coesiste con il talento, il gioco è fatto. Ma chiarisce prontamente che lei non è di certo una narcisista – e certo, diremo noi, perché lei è una vittima. Ciò smentisce nell’immediato la convinzione della protagonista, delineandola in tutta la sua personalità narcisistica.

È tutto una caduta libera

Da quel momento la disfatta è a non finire. Signe salva una signora morsa da un cane convincendosi di essere stata l’unica a soccorrerla, ma i flashback la tradiscono continuamente: in realtà è stata lei ad allontanare tutti gli altri che hanno tentato di aiutare la signora sfregiata, con l’intento di ergersi a unica eroina coraggiosa. Giorni dopo, durante il discorso di Thomas dopo l’inaugurazione della sua prima personale, Signe finge di avere un’allergia alle arachidi e inscena uno shock, pur di attirare l’attenzione su di sé. Ma Thomas, seppur infastidito, sembra convivere benissimo con la mitomania della compagna. Ed è qui che emerge l’inquietante e tossica relazione tra i due, entrambi narcisisti, dove anche l’inaccettabile è normalizzato: tutto è solo un gioco di ruolo.

I flashback e i flashforward sono tasselli chiave dell’ossessione (o la malattia mentale) di Signe, che immagina scenari improbabili in cui viene osannata e venerata. In queste proiezioni è sempre eroina per la comunità, modella di successo, vittima compianta o survivor della malattia sconosciuta, di cui lei è ovviamente l’unico esemplare colpito.

Sick of Myself, la recensione su Almanacco Cinema

Il paradosso di Borgli

In tutto ciò, l’intento del regista norvegese ha la faccia di un paradosso: un moralismo nell’anti moralismo. Borgli insiste sull’ostentazione fastidiosa che inquina la nostra società: la facilità con cui mettiamo etichette a ogni cosa o anche l’autodiagnosi di malattie, come se esserne affetti facesse “figo” o rendesse le persone speciali. Ma soprattutto la corrente più in voga al momento, ovvero: sono tutti narcisisti. Il guru olistico di turno, la società di moda inclusiva che assume persone con disabilità o particolarità estetiche (ma non troppo, altrimenti non è più “aesthetic”).

Dunque, nell’eccessivo ritratto della nostra collettività, oserei dire malata, anche Borgli, che critica il nauseante perbenismo, ne fa una morale – soprattutto considerando l’epilogo del film.

Body Horror e femminile

Con Sick of Myself il pensiero va inevitabilmente ad altre opere, non solo cinematografiche. Basta pensare ai più recenti The SubstanceTitane, film che devono molto all’universo cronenberghiano. Qui, la trasfigurazione del corpo femminile si esaspera fino allo stremo. Nondimeno fa Caduta Libera di Black Mirror, in cui la disintegrazione però è più dell’io interiore che di quello corporeo.

Osservando anche nell’arte, in particolare quella performativa, il pensiero ci riporta all’opera di Gina Pane Marina Abramović. Pane utilizza l’autolesionismo come gesto di rottura. L’artista rende visibile il dolore e lo spettatore assume quasi un senso di responsabilità: l’atto violento è condiviso e mediato. Nel cinema, sebbene lo spettatore si interfacci a uno schermo, questo senso di coscienza è sempre più presente. Discorso analogo attraversa il lavoro di Abramović, dove il corpo diventa campo di battaglia estremo. L’artista serba offre se stessa allo sguardo e al coinvolgimento altrui, proprio come in Sick of Myself, dove l’esistenza di Signe passa attraverso la sovraesposizione: esiste finché viene guardata, interpretata e plasmata. 

In questa prospettiva, il body horror è ben miscelato al femminile. Il corpo della donna è il luogo in cui si esercita lo sguardo e in questo senso la sfigurazione, seppur sia distruttiva, appare più come una rivelazione della vera natura che una punizione. È attraverso un sacrificio che si mostra la ferita e ci si libera.

Sick of Myself, in conclusione

Kristoffer Borgli crea un personaggio poliedrico e apparentemente complesso, eppure non c’è nulla di più semplice di Signe, interpretata da un’incredibile Kristine Kujath Thorp, che riesce ad infastidire fino allo stremo e per cui però a tratti proviamo un pizzico di empatia. Questo proprio perché siamo i primi ad esserci dentro. Il viaggio della ragazza sembra un’ascensione perpetua verso il peggio, ma in realtà è un personaggio statico e condannato dal principio.

Borgli, per stile, contenuto e formalità è uno dei diamanti della nuova scuola scandinava, non a caso si avverte una forte attinenza con Ruben Östlund. In Sick of Myself, Borgli non è solo regista ma anche sceneggiatore e montatore, ed è molto capace nel creare nello spettatore un’aspettativa importante: sappiamo che, nel mare di bugie di Signe, prima o poi succederà qualcosa. Ci dovrà pur essere una falla in cui il delirio si paleserà agli occhi di tutti questi personaggi assuefatti e dormienti nella loro tossicità. Ma sarà davvero così?

La falla, seppur elemento negativo, sarebbe in realtà per la protagonista un successo, se consideriamo il compromesso, il patto fatto col diavolo a cui si abbassa pur di “esistere”. Sappiamo che qualsiasi epilogo tragico, purché grandioso, sarebbe la catarsi perfetta. E se invece il destino di Signe fosse legato a ciò che teme di più, ossia l’inaccettabile anonimato?

In definitiva, Sick of Myself ci fa riflettere su quanto oggigiorno la nostra esistenza viva solo ed esclusivamente nella misura in cui è nutrita l’apparenza. E così persino il cogito ergo sum esiste solo nella sua nuova estensione: appareo ergo sum (appaio dunque sono).

🎬 Valutazione

Regia
★★★★
Interpretazioni
★★★★
Storia
★★★★
Emozioni
★★★★
🏆 Voto Totale
4
★★★★
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